Generazioni trasparenti o mute? Operazione sincerità nella “sala verde”

di Gabriele Gabrielli

Abbiamo molta difficoltà, non c’è dubbio. Manca la serenità necessaria nei loro confronti, dobbiamo ammetterlo. Non riusciamo così a guardare in faccia i giovani senza proiettare nelle discussioni il nostro malessere e disagio. C’è un tale guazzabuglio di sentimenti in cuor nostro, a riguardo, che ci fa dire di tutto e di più. Per alcuni, i giovani sarebbero una generazione perduta e svogliata, per altri invece una generazione di generosi e straordinari ragazzi veloci nell’apprendere, innovativi e attenti a coltivare relazioni di benessere con il mondo. Privi di idee e di carattere, per taluni, ma anche i più creativi e ingegnosi per altri.  I giovani poi sono incapaci di alzare i pugni e di farsi sentire, per Federico Fubini, perché non hanno ancora deciso l’atteggiamento, e quindi il comportamento da adottare, nei confronti del sistema.

Non sono leali nei confronti del sistema (Loyalty), non riescono però a rompere definitivamente con le regole e le istituzioni in cui vivono (Exit), né sono capaci di organizzare una vera protesta (Voice), “almeno con una massa critica tale da ribaltare gli equilibri”. Insomma, resta difficile applicare ai giovani – secondo il pensiero di Fubini – anche le categorie proposte da Albert Hirshmann  nel suo noto saggio sui comportamenti che si può scegliere di avere riguardo alle imprese, alle organizzazioni, agli stati.  Anche qui ci sarebbe molto da dire. Basti pensare, a proposito di uscita e defezione, alle lacrime versate ogni volta che leggiamo e commentiamo i dati sulla “fuga di cervelli”. Un fenomeno più o meno consistente a seconda della prospettiva da cui lo si guarda, ma che è emblematico perché cristallizza l’incapacità di un paese di mettere in condizione i giovani di coltivare passione e talento per lo studio e la ricerca (per un richiamo sintetico delle dimensioni del fenomeno si può leggere il commento di Fabrizio Maimone in Discussioni EllePì). Ma riprendiamo lo spunto di Fubini. Ci pare di capire che i giovani non hanno grande personalità, sarebbero privi di idee forti e di quel carattere che consentirebbe loro di farsi sentire, invece che far parlare altri facendo “scena muta”. In effetti, chi rappresenta oggi i giovani? Chi ne ha, per usare un’altra categoria in profonda crisi, la rappresentanza politica? Secondo Beppe Severgnini proprio nessuno. Non c’è forza politica o leadership che stia facendo qualche promessa nei loro confronti, scrive sul Corriere della Sera, per questo “sono i grandi esclusi della campagna elettorale”. Una generazione “trasparente” che nessuno si fila e che non trova posto in alcuna agenda. Una generazione, in altre parole, che prende schiaffi da tutti e a ogni latitudine. Su cui proiettiamo, consapevolmente o no, i nostri sensi di colpa e forse anche un po’ di vergogna. Perché di questo si tratta. Che si guardi ai giovani con dolcezza o ruvidezza importa poco. Sono sguardi che malcelano comunque nostre colpe. Cosa fare allora? Mi viene in mente un passaggio della storia di Randy Pausch raccontata in questo video che ha fatto il giro del mondo e che uso in aula qualche volta, quando parla degli errori che si possono commettere. Occorre chiedere scusa, dice, ma “una buona scusa è formata da tre parti: mi dispiace, era colpa mia, cosa posso fare per rimediare?”. Molto spesso, racconta Pausch, saltiamo la terza parte e questo significa non essere sinceri. Fa riflettere. Noi come ci comportiamo? Se abbiamo colpe e saltiamo la terza parte, domandando direttamente cosa potremmo fare per rimediare, continuiamo a tradire i giovani. Apriamo allora al più presto un gran cantiere di ascolto e dialogo sincero con i giovani.  Lasciamo perdere invece le analisi, tanto abbiamo capito che le categorie che usiamo sono tutte spuntate e fuorvianti Lo faccia il prossimo Governo invitando a parlare e discutere nella “sala verde” di Palazzo Chigi anche i giovani, per non offendere “i guidatori di domani”, direbbe Severgnini, “altrimenti ci lasceranno a piedi, e avranno ragione”. Si faccia questa “operazione sincerità”, però, soprattutto per responsabilità e non per tornaconto. Perché siamo amministratori pro tempore di questo mondo, non ne abbiamo la proprietà esclusiva ma solo un usufrutto che ci consente di goderne i benefici. E ancora non tutti ne godono a sufficienza. Non dobbiamo però, in quanto titolari di questo diritto reale, alterare la destinazione del bene di cui godiamo, che è quella di ospitare quanti verranno dopo di noi. Con l’auspicio, anzi, che possano beneficiare delle migliorie apportate dalle generazioni precedenti.


Riferimenti

Fubini F. (2013), “I giovani fanno scena muta”, La Lettura del Corriere della Sera, Domenica 13 gennaio.

Hirschman A. (2002), Lealtà, defezione, protesta. Rimedi alla crisi delle imprese, dei partiti e dello stato, Studi Bompiani, Milano

Maimone F. (2013), “Brain drain e brain gain: favorire la “circolazione dei cervelli” per far crescere il nostro Paese“, Discussioni EllePì, www.lavoroperlapersona.it

Pausch R. (2008), L’ultima lezione, Rizzoli, Milano

Severgnini B. (2013), “La generazione trasparente”, Corriere della Sera, 20 gennaio 2013.

 

Profilo dell’autore

Gabriele Gabrielli è Presidente della Fondazione Lavoroperlapersona e docente di Organizzazione e gestione delle risorse umane all’Università LUISS Guido Carli e all’Università Politecnica delle Marche (sede di San Benedetto del Tronto) E’ Direttore del programma Executive MBA della Luiss Business School. Giornalista pubblicista, formatore e coach, i suoi ambiti di attività riguardano la consulenza, ricerca e educazione nel campo dello sviluppo organizzativo, leadership e risorse umane. Tra i suoi volumi più recenti ci sono (con Profili S.), Organizzazione e gestione delle risorse umane, Isedi, Torino, 2012;  Post–it per ripensare il lavoro, Franco Angeli, Milano 2012; People management, Franco Angeli, Milano 2010.

 

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