Abitare: tra libertà e nuove fragilità

di Elena Granata

Trascorrere la propria vita in bilico tra due case, due città, due tempi di vita, andare a vivere nella campagna urbana che circonda le grandi città, rimanere a lungo presso la famiglia d’origine anche in età adulta, accudire i genitori anziani nella propria casa, affittare una stanza del proprio appartamento per integrare il reddito. Questi esempi ci raccontano dei profondi mutamenti in corso nelle pratiche dell’abitare. Un mutamento sul quale la crisi economica sta imprimendo accelerazioni significative. Se un tempo la casa era un dato, un sito naturale che ospitava la famiglia e il suo futuro, un elemento di stabilità legato ad un progetto ed al suo sviluppo e i ritmi di vita apparivano scanditi da sequenze ordinate e lineari – un lavoro, una casa, una famiglia, un luogo di appartenenza – oggi questa linearità di sequenze sembra essere compromessa e gli stessi termini di questa equazione radicalmente mutati (Sennet, 1999).

La precarietà e flessibilità che caratterizza il lavoro si riflette inevitabilmente sulle pratiche abitative, pensiamo al ritorno di forme di coabitazione per fronteggiare le spese di spazi di vita e di lavoro, alla fatica di molti giovani di lasciare la casa di famiglia in assenza di un lavoro stabile, alla dipendenza dai capitali e dalle rendite delle famiglie d’origine. Diciamo famiglia e ci vengono in mente situazioni molto diverse tra loro: la fragilizzazione dei legami familiari, l’allungamento della vita, la ricomposizione di nuclei familiari allargati nella famiglia immigrata, impongono di interpretare in modo nuovo la relazione tra casa e famiglia. Lavorare e abitare, inoltre, si svincolano da una relazione stringente e di radicamento con il territorio; l’esperienza della mobilità riguarda un numero crescente di persone, talvolta assumendo forme itineranti, uomini d’affari che abitano in più città, altre volte forme pendolari, lavoratori in proprio o a progetto che abitano due luoghi scandendo la settimana sui ritmi della biresidenzialità, forme temporanee, studenti fuori sede, ammalati che si muovono per usufruire di servizi di cura, e infine, forme nomadi, persone senza fissa dimora, immigrati, persone cadute nelle spirali delle nuove povertà. Questo sintetico quadro ci induce a formulare tre considerazioni.

In primo luogo, è certo che sono cresciuti i margini di libertà del nostro abitare. L’abitare è oggi una pratica sempre meno corredata e supportata da una tradizione in grado di indicare percorsi certi, che assume sempre più i toni del mestiere. Un mestiere che attiva capacità molteplici, che impegna intorno alla ridefinizione di un luogo privato di vita (la casa nelle sue multiformi valenze), ma anche alla ricerca di una dimensione relazionale del vivere, come occasione per entrare in relazione con altri e condividere un certo numero di valori comuni, per fare amicizia con un ambiente naturale. Un “mestiere” che si costruisce più con esperienza e arguzia tattica, che con un progetto e una strategia (come ci insegna magistralmente de Certeau 2001), che, in senso figurato (come appunto nel caso del “mestiere di vivere”), rinvia a dimensione di capacità e di abilità che sfumano altri significati legati a una pratica appresa dal passato.

Dove, come, con chi, sono variabili che possono mutare nel corso dell’esistenza. Anche con una certa frequenza. Ma soprattutto sono terreno di scelte e opzioni. La scelta, ad esempio, concernente il “dove” stabilire una parte della vita, o quanto meno alcuni tempi di essa, è una delle opzioni che si possono giocare nel percorso che conduce alla ricerca del benessere, dello stare bene; il “dove” diviene una variabile importante, non si tratta più solo della ricerca di un bene posizionale ma è legato allo schiudersi di possibilità: quella di raggiungere una condizione di vita più felice (magari solo presunta), di incrociare altri destini, di immaginare tempi e spazi di vita maggiormente ospitali rispetto alle aspettative soggettive e familiari. Se da un lato, possiamo interpretare questo moltiplicarsi degli immaginari come una delle espressioni di quella diffusa e continua rincorsa alla “distinzione sociale del gusto” (Bourdieu 1979), tuttavia esso è anche indizio di una crescente “libertà” dell’abitare dentro un più vasto orizzonte di individualizzazione e libertà (Beck 2000), di una diffusa pratica di invenzione del quotidiano.

In secondo luogo, e in direzione opposta, si può constatare come questa possibilità di scelta, reversibile e in qualche misura illimitata si confronti con un campo da gioco assai strutturato che presenta molti vincoli, molti condizionamenti ed offre poche opportunità, ed è fortemente differenziato a seconda del capitale economico, culturale, relazionale di cui i soggetti possono disporre. L’abitare si fa largo tra i vincoli e le rigidità di un manufatto – la casa – che stenta a recepire le nuove domande e i cambiamenti sociali. Le nuove libertà si misurano quindi con un campo assai strutturato che presenta molti vincoli, molti condizionamenti, che risulta fortemente differenziato per soggetti con diverso capitale economico, culturale, relazionale. Il bene casa, dai forti tratti simbolici e affettivi, dalle molte valenze economiche, è particolarmente esposto a meccanismi di “produzione collettiva della scarsità”: una produzione che vede il coinvolgimento di una pluralità di attori sociali, che ha stretto legame con il modo nel quale una società interpreta e riproduce le proprie relazioni sociali, con lo sguardo con il quale affronta il futuro, con il modo nel quale gestisce i beni e il rapporto con i beni (Rahnema, 2005); una produzione che ha ricadute sulla vita delle persone, nella forma di nuove povertà, e sui contesti, nella forma di nuove periferie (Granata, Lanzani, 2008).

Prendere consapevolezza di questi cambiamenti ha delle implicazioni forti sulle politiche pubbliche. Costringe a ripensare l’abitare (e in primo luogo la casa) non solo come bene di comfort o sola rendita ma anche come pratica intrinsecamente relazionale, che cerchi di coniugare libertà individuale con qualche forma di comunanza, che implichi prendersi cura del proprio ambiente di vita e tornare a sbilanciarsi verso una dimensione pubblica e collettiva. Una prospettiva che fa dell’abitabilità dei luoghi una questione pubblica cruciale che ha a che fare certamente con la vita e la quotidianità delle persone, con la varietà dei paesaggi ordinari ma anche con le stesse possibilità di sviluppo e di crescita dei contesti locali.

 

Riferimenti

Beck  U., I rischi della libertà, Il Mulino, Bologna, 2000.

Bourdieu P., La distinzione, Bologna, Il Mulino, Bologna, 1979.

de Certau M., L’invenzione del quotidiano, Edizioni lavoro, Roma, 2001.

Granata, E., “Abitare: mestiere difficile”, in Territorio, n. 34, 2005.

Granata E., Lanzani A., “La fabbrica delle periferie. Produzione collettiva della scarsità, disagio e conflitti latenti a Milano”, Fregolent L. (a cura di), Periferia e periferie, Aracne edizione, Roma, 2008, pag. 273- 309.

Granata E., Lanzani A., “Metamorfosi dell’abitare” in Lanzani A., In cammino nel paesaggio. Questioni di geografia e urbanistica, Carocci editore, Roma, 2011, pp. 183-245.

Lanzani A., Granata E., et al., Esperienze e paesaggi dell’abitare, Aim-Segesta, Milano, 2006.

Rahnema M., Quando la povertà diventa miseria, Einaudi, Torino, 2005.

Sennett R., L’uomo flessibile. Le conseguenze del nuovo capitalismo sulla vita personale, Feltrinelli, Milano,1999.

 

Profilo dell’autore

Elena Granata insegna Analisi della città e del territorio e Geografia urbana al Politecnico di Milano. Autrice di saggi e volumi, tra i più recenti: Sapere è un verbo all’infinito (con A. Granata e C. Granata), Il Margine, 2013; La mente che cammina. Esperienze e luoghi, Maggioli, 2012; Leggere. Le parole ci rendono liberi, Città Nuova, 2012; Amor loci. Suolo, ambiente e cultura civile, Libreria Cortina, 2012 (con P. Pileri); La macchina del tempo. Leggere la città europea contemporanea, Marinotti edizioni, 2011 (con C. Pacchi).

 

 

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