Blog EllePì – Il lavoro e le nuove generazioni

di Pier Luigi Celli

Il tema del lavoro, con i problemi connessi in ingresso e in uscita, sta monopolizzando l’attenzione generale, con un rilievo inusitato sui media e dibattiti infiniti. Meglio così, se solo si pensa che appena poco più di due anni fa, avendo provocato l’attenzione distratta del Paese sullo stesso tema, ero andato incontro a una vera bufera di contestazioni e di controversie. Che già allora il problema esistesse tutto, e le prospettive, per chi voleva riflettere, fossero drammaticamente chiare, non si può certo nascondere. Non era solo la crisi, che si stava aggravando rapidamente, ma la deriva, di origine lontana, che faceva scontare a un mercato ormai asfittico e privo di sussulti, tutta l’arretratezza di un paese ormai senza più una politica industriale, approssimativo nelle regole e nelle soluzioni sempre già abborracciate; fermo nella crescita e devastato nella politica.

Le responsabilità sono ascrivibili prevalentemente alla mediocrità, un po’ pusillanime un po’ arrogante, di una classe dirigente sempre meno selezionata sulla base di competenze e di risultati, all’intreccio di interessi al ribasso tra politica, economia e società, e alla scarsa lungimiranza e generosità di istituzioni che hanno, di fatto, privilegiato ceti e categorie la cui esistenza, dipendendo da altri per essere legittimata, veniva invece tutelata in sé, distaccata dal suo prodotto o sevizio naturale.

La cultura che si è prodotta, un mix pernicioso di individualismo proprietario o succube, di rincorsa totemica alla acquisizione di piccoli status di periferia, alla disponibilità verso gli scambi impropri e ai favori al limite, ha alimentato l’humus ideale per comportamenti opportunistici, di breve respiro; e spesso di rapina.

Perché preoccuparsi degli altri e del futuro se tutto, in questa ottica, trovava compimento e, dunque, interesse nel presente? Ai più giovani, allevati in un discreto benessere, si poteva presumere che provvedesse a sufficienza, almeno nelle prime fasi di snodo tra scuola e lavoro, quanto avevano accumulato le famiglie: le risorse materiali per garantire consumi e benefits, le relazioni giuste per la ricerca del posto.

Che il mercato del lavoro stesse cambiando drammaticamente sotto i colpi della globalizzazione pervasiva, con le grandi imprese che via via si riducevano, le medie che stentavano a tenere il passo internazionale e le piccole in crisi di asfissia, era una prospettiva che ha tardato moltissimo ad affermarsi a livello di coscienza generale. Con la conseguenza di un ricorso poi affannoso, e spesso fuori tempo, a una stratificazione di provvedimenti casuali, in larga parte incoerenti. A sbattere, contro il muro di un cambiamento che si presentava arduo e non dominabile con gli strumenti tradizionali, sono stati soprattutto i giovani in ingresso sul mercato, per i quali la preparazione scolastica non consentiva più di dominare le molte variabili in gioco e le imprese non  erano più in grado di funzionare come ammortizzatori di riserva, in difetto di tempo, di respiro economico e finanziario e di serenità sulle prospettive.

Tornare a pensare il futuro, e immaginare di collocarsi in questo quadro, richiede allora uno sforzo collettivo per ridisegnare istituzioni e politiche, ripensare come metter mano a presupposti culturali che hanno rivelato tutta la loro usura velenosa; rifarsi carico del destino delle nuove generazioni, non semplicemente accumulando risorse da spendere in famiglia, ma occupandosi della ‘ testa ‘ da preparare a un mondo che oggi i giovani non li prevede o li sopporta.

Senza la passione, il coraggio e l’assunzione del rischio che comporta il rimettersi in gioco anche in termini imprenditoriali, e senza la riappropriazione plurale di regole, diritti e doveri civili, non sarà facile né uscire dalla crisi né risolvere il puzzle del lavoro che manca e dei divari crescenti tra i pochi affluenti e i sempre più numerosi marginali.

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