Blog EllePì – Credit crunch e il lavoro degli esclusi

di Gabriele Gabrielli

L’economia sta male in più parti. E’ una sofferenza che tocca nuovi soggetti e scrive storie dolorose che diventano drammi della quotidianità. Per rendersene conto basta leggere le lettere di tanti piccoli imprenditori pubblicate da Il Sole 24 Ore nei giorni scorsi. Sono soffocati e senza ossigeno, perché non hanno più finanziamenti dal mercato del credito le cui condizioni si fanno sempre più proibitive (credit crunch). Soffrono, non sanno più cosa fare e appaiono mortificati in tutto. Molti stanno uscendo dal ciclo produttivo. I dati della Banca d’Italia confermano la frenata dei finanziamenti, è un trend che accomuna un po’ tutti i Paesi in Europa, ma noi stiamo peggio.

In generale, il dolore più acuto di cui soffre l’economia viene associato ai limiti di sostenibilità della sua crescita che richiede con urgenza di sperimentare nuovi modelli. “Un’altra economia è davvero possibile?” è la questione che pone il volume del cardinale Dionigi Tettamanzi su etica e capitale. In molti se lo chiedono, soprattutto gli economisti che cercano nuove vie per far progredire la società. Gli effetti di questa sofferenza sono molteplici, a cominciare dalla speculazione finanziaria che ha ripreso a scommettere sul futuro scaricandovi le macerie e l’avidità del presente. Le implicazioni sociali sono visibili, invece, nei sempre più vasti processi di esclusione che rendono per molti ormai prossime situazioni immaginate lontane e appartenenti agli altri. A rinfoltire la popolazione degli esclusi e dei nuovi poveri contribuisce un sempre maggior numero di soggetti: giovani disoccupati e scoraggiati, cassintegrati e lavoratori in mobilità, immigrati e fuoriusciti dal mercato, artigiani e piccole imprese che non hanno più accesso al credito, persone con vocazioni professionali e imprenditoriali che trovano – anziché ascolto e fiducia – il muro di criteri di finanziamento sempre più rigidi. L’esclusione è ingiustizia sociale e rende ancora più diseguali le possibilità che non sono per tutti. L’esclusione però è anche spreco di potenziale per lo sviluppo economico e civile. Perché non migliora l’allocazione delle risorse nell’economia, anzi le soffoca continuando a concentrarle in poche mani. Valorizzare il lavoro degli esclusi e dei nuovi poveri è la prospettiva di un’economia inclusiva capace di dare fiducia al futuro e alle persone, anziché alla sola tecnica e alle sue previsioni finanziarie. E’ la via aperta dalla filosofia rivoluzionaria del microcredito, ma anche dalle esperienze di economia fondate, in senso lato, sulla cooperazione. Lo sviluppo inclusivo non può fare a meno della imprenditorialità e delle idee, soprattutto di quelle degli esclusi, né della fiducia che nasce dai legami e dalla condivisione. Né lo Stato, né il Mercato possono disegnare le linee di uno sviluppo economico inclusivo e per questo sostenibile, perché fondato sulla responsabilità che è partecipazione.

 

Riferimenti

Nowak M., Non si presta solo ai ricchi. La rivoluzione del microcredito, Einaudi, Torino, 2005

Ruffolo G., Il capitalismo ha i secoli contati, Einaudi, Torino, 2008

Tettamanzi D., Etica e capitale. Un’altra economia è davvero possibile?, Rizzoli, Milano, 2009

Yunus M., Si può fare! Come il business sociale può creare un capitalismo più umano, Feltrinelli, Milano, 2010

 

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