Il clima cambia dopo l’accordo di Parigi

di Davide Nespolo

nespolo-bn2Il clima e la sua evoluzione a livello globale sono fenomeni molto complessi, difficili da comprendere non solo per noi persone comuni, ma spesso anche per gli scienziati non specializzati in materia. Ecco perché sui cambiamenti climatici globali di origine umana (meglio chiamarli così piuttosto che parlare di riscaldamento globale) è così difficile farsi un’idea precisa. In quasi trenta anni di dibattito l’opinione pubblica è sembrata spesso disorientata e polarizzata. Con buon gioco dei “negazionisti”, che hanno potuto investire sui media e sulla politica per il mantenimento dello status quo[1].

E questo nonostante il 98% degli specialisti in materia – i climatologi appunto – da tempo dichiarassero che non ci sono dubbi sull’entità e la pericolosità dell’eccesso di gas ad effetto serra (principalmente CO2 e metano) nell’atmosfera. E nonostante l’IPCC, l’organo creato dall’ONU per studiare il climate change cui nel 2007 è stato assegnato il premio nobel per la pace, nei suoi report periodici spingesse con urgenza all’azione[2].

Così, con un passo avanti ed uno indietro, ciò che è stato fatto fin qui è largamente inadeguato a fronte di una minaccia che, insieme alle altre grandi sfide ambientali cui in parte è connessa[3], sarebbe potenzialmente in grado di mettere a rischio la civiltà umana. Come denuncia Papa Francesco nella Laudato si’, la gestione dell’ambiente risente dei grandi limiti della politica moderna: incapace e troppo debole nelle decisioni di livello internazionale, troppo subordinata a logiche economiche di breve termine, e troppo fiduciosa in visioni tecnocratiche obsolete.

In questo quadro la possibilità di raggiungere un accordo soddisfacente alla COP21 di Parigi, la conferenza mondiale sul clima, appariva complicatissima. Condizionata da politici poco disposti a mettere in gioco la propria rielezione per maggiori costi i cui benefici appariranno tra venti o trent’anni. Da Paesi emergenti poco disposti a mettere in gioco il proprio sacrosanto diritto allo sviluppo a fronte di problemi la cui responsabilità ricade principalmente sui Paesi sviluppati[4]. E soprattutto condizionata da un’industria dei combustibili fossili ancora oggi forte del 70-80% della produzione energetica, e destinataria ogni anno di sussidi pubblici pari a ben 5.300 miliardi di dollari, il 6,5% del PIL globale[5].

Cosa dobbiamo pensare allora di un accordo finale che, se esaltato con soddisfazione dalla politica e dalla maggior parte dei media, non pone però obiettivi vincolanti e scadenze precise, ed è stato criticato da una parte consistente del mondo scientifico ed ambientalista, tanto che addirittura il climatologo James Hansen, uno dei padri della lotta al climate change, lo ha definito “una truffa”[6]?

Di fronte a commenti così diversi, noi siamo con chi crede che l’accordo di Parigi sia il miglior accordo che era obiettivamente possibile. Anche se è largamente insufficiente per raggiungere gli obiettivi che esso stesso cita, il patto di Parigi ha però un peso storico e culturale fondamentale. Per la prima volta viene sottoscritta praticamente da tutti i Paesi del mondo la necessità ed urgenza di una riduzione drastica dei “gas serra”, e viene dichiarato l’obiettivo di non aumentare la temperatura media globale di più di 1,5 °C rispetto all’era preindustriale, riconoscendo così indirettamente i forti rischi che anche l’obiettivo di +2°C, cui fino ad oggi si è fatto riferimento, comporta.

Il processo globale che si mette in moto dopo Parigi comporterà la dichiarazione e revisione quinquennale di obiettivi di riduzione da parte dei singoli Paesi, la verifica indipendente dei risultati raggiunti, la messa a disposizione di nuovi finanziamenti tra i quali un fondo di 100 miliardi di dollari a favore dei Paesi in via di sviluppo. Ma soprattutto porterà gli investitori sempre più lontano dal Petrolio e dal Carbone, e sempre più verso le rinnovabili ed il risparmio energetico, con un sempre maggiore impegno sull’Eco-innovazione.

Come ha detto anche il leader di Greenpeace, commentando a caldo il progetto, si tratta di un accordo che “mette all’angolo le multinazionali del petrolio”. Ma questo è solo l’inizio, sarà necessario un impegno continuo della società civile per garantire che le azioni vengano davvero attuate e le promesse vengano mantenute, e per stimolare la riflessione e la consapevolezza nelle persone. La cittadinanza attiva, che già è stata così importante nel convincere i governanti nella strada verso Parigi, continuerà ad essere più importante che mai.

 

Profilo dell’autore

Davide Nespolo dal 2013 si occupa di sostenibilità per Wind Telecomunicazioni, dopo un’esperienza di quasi vent’anni in aziende e società di consulenza, prevalentemente nel campo delle risorse umane. Laureato in Economia all’Università di Genova, Master of Science in Personnel Management alla London School of Economics. Vive a Roma con la compagna e tre figli.

 


[1] “The Climate Deception Dossiers” dell’Union of Concerned Scientists (UCS) è una pubblicazione recente che passa in rassegna “30 anni di bugie e negazionismo”, con tecniche simili a quelle che a suo tempo vennero messe in atto dall’industria del tabacco. Il documento è consultabile e scaricabile a http://www.ucsusa.org/global-warming/fight-misinformation/climate-deception-dossiers-fossil-fuel-industry-memos#.VnRL07bhDIU

[2] L’IPCC riunisce scienziati dei quattro angoli del globo, e per sua natura e modalità di lavoro (basata sulla peer review) tende sicuramente più alla prudenza eccessiva che all’allarmismo.

[3] Tra gli altri, la carenza di acqua potabile in vaste zone del pianeta, l’acidificazione degli oceani legata all’eccesso di CO2, la riduzione della produttività agricola. V. J. Rockstrom et al., “A Safe Operating Space for Humanity”, Nature, 09/2009, che ha dato il via alla ricerca sui planetary boundaries

[4] Oxfam ha pubblicato un report in concomitanza ai lavori di COP 21 di Parigi dal titolo “Extrem Carbon Inequality”: secondo il report il 10% della popolazione globale più ricca produce circa il 50% delle emissioni di gas serra da combustibili fossili, mentre la metà più povera contribuisce per il solo 10%. https://www.oxfam.org/en/research/extreme-carbon-inequality

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