La noia, i bambini ed il gioco: una riflessione tra Rovelli ed Heidegger

di Giorgio Tintino

tintinoLa lettura del testo Sette brevi lezioni di fisica di Carlo Rovelli mi ha offerto inavvertitamente lo spunto per una piccola riflessione sul valore importantissimo dell’annoiarsi, un dato paradossale in una società in cui la noia si bandisce dal nostro quotidiano e che, anzi, rappresenta per alcuni versi un pericolo da evitare a tutti costi. La noia rappresenta una sorta di “malattia” dalla quale è bene liberarsi utilizzando in modo proficuo il tempo o investendo il proprio tempo con attività divertenti; chi utilizza bene il suo tempo, si dice, non ha nemmeno il tempo di annoiarsi. Questa riflessione, a sua volta, si lega ad uno dei temi del 2016 della Fondazione e che riguarda il valore dell’inutilità del gioco, tema già trattato nello Spazio EllePì di Marzo 2014 (http://bit.ly/1QwNDHJ).

I bambini, oggi, sono continuamente sballottati da una attività all’altra, da una occupazione all’altra, cosicché anche il gioco – attività libera e inutile per eccellenza – si trasforma in performance da valutare secondo prestazioni ben precise. Se gli adulti devono saper investire bene il proprio tempo, figuriamoci i bambini: dobbiamo prepararli fin da subito ad essere efficienti e performanti… anche loro non hanno tempo di annoiarsi.

Io credo, invece, che la situazione sia leggermente più complessa e che l’aver bandito la noia dalla nostra quotidianità, sia uno dei pericoli in cui, come società, ci stiamo incartando. Come già detto, lo spunto per questo discorso mi è stato offerto dalla bellissima narrazione che Rovelli compie a proposito della teoria della relatività. Rovelli, infatti, ci racconta come l’intuizione di essa sia emersa dal genio di Einstein proprio durante un periodo di profonda noia che aveva colto quest’ultimo nel suo soggiorno a Pavia, quando frequentava l’università “per sport”, senza esservi iscritto e senza aver mai fatto esami.

L’importanza della noia in questa circostanza mi ha fatto rispolverare il testo di Heidegger I concetti fondamentali della metafisica, la cui prima parte viene completamente dedicata all’analisi e alla comprensione del fenomeno della noia profonda. Secondo il filosofo tedesco, infatti, essere colpiti dalla noia significa percepire «una pressione particolare che la potenza del tempo esercita su di noi e a cui siamo legati» (p. 131), qualcosa che ci tiene in sospeso, annoiati e che sembra far esitare lo scorrere del tempo.

Una situazione ben diversa da quella in cui siamo completamente assorbiti dal mondo e dalle mille faccende in cui ci affaccendiamo, per cui il tempo che ad esse dedichiamo non esiste più ed esistono solo le faccende (e la loro fatica). Quando ci annoiamo, invece, ci annoiamo proprio perché non abbiamo nulla da fare; cerchiamo, allora, rifugio in cose che dovrebbero divertirci, dei passa-tempi i quali però, ben spesso, ci vengono a noia.

Siamo, quindi, nella situazione paradossale in cui ci annoiamo persino delle cose che facciamo per non annoiarci! La nostra volontà di anestetizzare la noia non solo non la elimina, ma la rende sempre più tangibile, svelandoci il nostro essere inchiodati in un eterno “ora” che sembra non finire mai, un “ora” modellato e scandito solo dagli istanti delle faccende in cui ci affaccendiamo per non esporci al pericolo di annoiarci. Così facendo, però, ogni singolo “ora”, da una parte, non si mostra più come un “prima” (chiudendo così il possibile orizzonte per ogni passato) e, dall’altra parte, fa scomparire anche la possibilità di un “poi” (dissolvendo l’orizzonte dell’avvenire).

Secondo Heidegger questo accade perché le “cose” non ci soddisfano più: la loro presenza è per noi “indifferente”. Le cose da fare non mancherebbero, dunque, ma non ci colpiscono più e, proprio per questo, ci lasciano vuoti. In questo caso, allora, le cose «ci abbandonano a noi stessi. Ci lasciano vuoti perché non hanno niente da offrire. Lasciar-vuoti significa: non offrire nulla in quanto sussistenti. Essere-lasciati-vuoti vuol dire non ricevere nulla in offerta» dalle cose (p. 137).

Questo significa, allora, che annoiarsi è avvertire la concreta potenza che il tempo esercita su di noi, poiché la noia ci fa sentire l’imponenza di un tempo che misteriosamente ci abbraccia e ci pervade senza rinchiuderci nella sterile sequenza di “ora” cui ci siamo condannati nella nostra rigida e performativa quotidianità. La noia, mostrandoci l’orizzonte del futuro, il terreno del passato e l’urgenza del presente, indica le possibilità che giacciono inutilizzate, mostra cosa possiamo fare, quanto stiamo sprecando e ed è il prerequisito fondamentale che ci spinge ad agire, a decidere per il cambiamento.

Eliminando la noia, eliminiamo la possibilità di interrogarci di tale mistero, di ridestarci dagli sterili “ora” delle performance per assaporare la potenza ed il mistero del tempo, elementi che magari assaporò lo stesso Einstein. Se non si fosse annoiato ed avesse utilizzato in modo efficiente e “positivo” il proprio tempo, forse, Einstein non avrebbe avuto quel turbamento che lo spinse ad indagare più in profondità il mondo che lo circondava, cogliendo possibilità teoriche e pratiche che giacevano ancora inutilizzate. Fortunatamente, però, quel ragazzo un po’ strano aveva tempo da perdere, tempo per annoiarsi.

Cosa dire, quindi, in conclusione di questo discorso? Innanzitutto, vedrei il bellissimo video di Alberto Busnelli che ci ha regalato allo Spazio EllePì di Dicembre 2015 dedicato al gioco (https://youtu.be/vX2j30V4Uao). In secondo luogo, lasciamo ai bambini il tempo di annoiarsi, di perdersi nell’inutilità del gioco, lasciamoli liberi dall’affanno in cui noi ci perdiamo e ritorniamo, un po’ tutti, ad annoiarci, alzando la testa verso l’orizzonte che ci circonda senza guardare più l’ombelico dei nostri “ora” infiniti, statici e indifferenti. Insomma, lasciamo annoiare i bambini, lasciamoli giocare in pace, proprio per prenderli più “efficienti”, non come precisi ingranaggi della serie infinita di attimi ma come futuri uomini consapevoli del mondo che li abbraccia e del tempo che li trafigge.

 

Per approfondire

Rovelli C., Sette brevi lezioni di fisica, Adelphi, Milano 2014, pp. 92.

Heidegger M., Die Grundbegriffe der Metaphysik. Welt – Endlichkeit – Einsamkeit. Klostermann, Frankfurt am Main 1983, trad. it. P. Coriando, I concetti fondamentali della metafisica. Mondo – finitezza – solitudine, Il Melangolo, Genova 1999.

 

Profilo dell’autore

Giorgio Tintino, project leader della Fondazione Lavoroperlapersona, è dottore di Ricerca in Filosofia e Teorie delle Scienze Umane presso l’Università degli studi di Macerata, dove è anche culture di Antropologia Filosofica. Per la collana della Fondazione ha pubblicato Tra Umano e PostUmano che indaga le ibridazioni tra uomo e tecnologia sotto il profilo biologico, indagandone gli aspetti etici ed esistenziali.

 

 

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