Migrare ed emigrare

di Gabriele Gabrielli

gabrielliLinosa è una piccola isola che galleggia al centro del mediterraneo, dietro le spalle della cugina più grande e famosa: Lampedusa, in provincia di Agrigento. È un’isola di origine vulcanica, piccola, circolare, con una costa di circa 10 chilometri in tutto, che si attraversa in bici in un’ora scarsa. È nera Linosa, al contrario delle Pelagie consorelle che fanno parte della placca africana. E’ scomoda Linosa, con i suoi fondali che sprofondano poco dopo la riva, con i suoi scogli appuntiti che non ti lasciano stendere nemmeno per un breve pisolino, con la sua fauna che non sempre si raccomanda di accarezzare. E’ decentrata Linosa, lontana dalla terraferma, con tutte le difficoltà che lo stare in mezzo al mare aperto si porta dietro. È arretrata Linosa, con la sua centralina della SIP installata nei primi anni ‘60 e con la RAI che è sbarcata solamente a metà degli anni ’70.

Per noi della penisola è un bellissimo pezzo di roccia che calma, sorniona, improvvisa, si affaccia sul mare. Per gli occhi scuri di alcuni meno fortunati di noi, è la salvezza, la terra promessa, il risarcimento dopo un viaggio di dolore, il ristoro alla fine di una gara contro l’impetuosità del mare. Certo Linosa non è Lampedusa e di immigrati ne ha conosciuti molti meno, ma come tutte le isole, ha aiutato mani ad aggrapparsi ai propri scogli, ora testimone, ora ancora, ora salvagente. Nascosta tra le sue onde come tutte le creature che vivono ai margini del mondo. Un’isola dove si torna. Come fanno le tartarughe Carretta Carretta, che ogni anno, si danno appuntamento sulla spiaggia della Pozzolana, uno degli ultimi nidi esistenti nel Mediterraneo, la stessa in cui venticinque anni prima furono generate e che ritrovano, con le coordinate dell’istinto, per fecondare altre uova, per far nascere altre interminabili dinastie di tartarughe Carretta Carretta che da sole, al contrario degli esseri umani, dalla sabbia della terraferma vanno a cercare il mare, perché a quell’ambiente appartengono, perché l’acqua le rende libere, perché a quel destino devono tornare. L’uomo no. L’uomo, che sia bianco, nero, giallo o rosso, appartiene alla terra. E su una terra accogliente dovrebbe riposare.

Nel 2011 Emanuele Crialese, affermato regista italiano, è sbarcato a Linosa per girare un altro dei suoi capolavori: Terraferma (nella finzione ambientato a Lampedusa). E se in Nuovo Mondo, vincitore del Nastro d’Argento, si racconta il distacco dalla terra dei padri per migrare verso le coste d’oltreoceano, in quest’ultimo film sono gli Africani a sognare un’America in cui però si parla siciliano. E la storia è quella di un futuro diverso, desiderato, agognato che rimane racchiuso dentro i confini delle tradizioni, claustrofobici come i confini di un’isola. Questo ci mostra il regista, con una macchina da presa lenta, subacquea, che si sposta con fatica nella pesantezza e nel dolore delle due protagoniste. A pensarci bene la cronaca recente non ci distanzia dalla finzione. Sono 53 mila i migranti raccolti nelle varie regioni dall’inizio del 2014. Il 28% solo in Sicilia. 10 mila gli extracomunitari rimpatriati e 500 gli scafisti arrestati. Numeri imponenti che richiedono un cambio di prospettiva, che interpellano cittadini, comunità locali e internazionali su come rendere ospitale e rispettoso della dignità umana ogni luogo, che sollecitano responsabilità politiche e di governo più ampie per farsi carico dell’accoglienza.

Il cinema da sempre aiuta a catturare la realtà comunicando un messaggio agli occhi di chi assiste al proprio spettacolo. Crialese lo fa utilizzando un simbolo: la Terraferma. Ma una terra è ferma solo se è immobile. E come tale non esiste in natura. La nostra terra ruota, rivoluziona il suo asse costantemente anche se noi non lo percepiamo fino in fondo. Come l’individuo. L’uomo, in quanto essere vivente, non è mai immobile, anche se a volte, al contrario, si percepisce come tale. Ma per crescere, per andare oltre, per arrivare al proprio mare, anche semplicemente per esistere bisogna sapersi muovere, bisogna cambiare, bisogna rimettere in circolo cose. L’accoglienza di chi entra in relazione con noi all’improvviso turbando le nostre sicurezze costituisce uno stimolo in più per farci evolvere come umanità, in senso generale. Perché accogliere vuol dire aprire le braccia, e relazionarsi con un altro ideale o non, che per forza di cose modificherà il pezzo di terreno su cui sei fermo. Migrare vuol dire muoversi, lasciare un luogo per stanziarsi altrove. Immigrare vuol dire farlo a causa di una necessità che può essere di origine economica ma anche diversa. Si può immigrare poi geograficamente, ma anche culturalmente. Pensiamo alla mia generazione che vive la condizione incerta, un po’ tremebonda, di “immigrata digitale” confrontandosi con la naturalezza e scioltezza di quella “nativa digitale”. Accogliere quello che arriva dal di fuori, può paradossalmente voler dire fare un passo verso nuove Terre, aprirsi a nuove possibilità come la storia ci insegna e il cinema con lei. Accogliere può voler dire anche “restituire” lasciandosi avvolgere fiduciosi da quegli “Stormi d’uccelli neri, Com’esuli pensieri, Nel vespero migrar (Carducci).”

 

Profilo dell’autore

Gabriele Gabrielli è Presidente della Fondazione Lavoroperlapersona e docente di Organizzazione e gestione delle risorse umane all’Università LUISS Guido Carli e all’Università Politecnica delle Marche (sede di San Benedetto del Tronto) E’ Direttore del programma Executive MBA della Luiss Business School. Giornalista pubblicista, formatore e coach, i suoi ambiti di attività riguardano la consulenza, ricerca e educazione nel campo dello sviluppo organizzativo, leadership e risorse umane. Tra i suoi volumi più recenti ci sono (con Profili S.),Organizzazione e gestione delle risorse umane, Isedi, Torino, 2012;  Post–it per ripensare il lavoro, Franco Angeli, Milano 2012; People management, Franco Angeli, Milano 2010.

 

 


Articolo pubblicato online in Post Scriptum: Dialoghi senza cravatta

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