Blog EllePì – A più voci

Sviluppare una coscienza interculturale

Il secondo degli incontri periodici di Linguaggi EllePì organizzati dalla Fondazione Lavoroperlapersona, svoltosi come consuetudine nell’accogliente cornice della libreria Mondadori in via Piave a Roma, ha proposto un confronto ‘A più voci’ sul tema dell’interculturalità.  A introdurre e moderare l’incontro è stato  Fabrizio Maimone ricercatore di Sociologia dei processi economici e del lavoro presso l’Università LUMSA di Roma.

Nell’introdurre il tema Fabrizio Maimone ha sottolineato come nella realtà in cui viviamo,  estremamente complessa e frammentaria, trovino ancora posto il conflitto etnico e lo scontro fra identità culturali. Il concetto di dialogo interculturale presuppone invece che vi sia spazio per “più voci”, implica quindi una dimensione pluralista: questo oggi non è scontato. “La prospettiva che cercheremo di dare questo pomeriggio al tema dell’interculturalità è di tipo proattivo”, ha osservato Maimone, evidenziando come, sia in ambito sociale e organizzativo, si possa e si debba guardare alla diversità attraverso una logica di inclusione e dialogo, non come un problema da gestire ma come un’opportunità da valorizzare.

Due le parole chiave attorno cui è stata sollecitata la riflessione degli altri due relatori intervenuti, Fabio D’Andrea, professore di sociologia presso l’Università di Perugia, e Pierfranco Malizia, professore di sociologia all’Università LUMSA di Roma: identità e dialogo.

Quello dell’identità è un fenomeno articolato e complesso sia a livello collettivo che individuale. Lo scenario all’interno del quale viviamo è caratterizzato come ha sottolineato Pierfranco Malizia da una situazione di pluri-identità coagenti:ciò sembra valere tanto per la dimensione globale e quindi per la “società –  mondo”, tanto che per la convivenza all’interno dello spazio sociale che possiamo definire “stato – nazione”.

L’identità multipla/plurima e la presenza di co-identità, anche dal punto di vista culturale, è fra l’altro un fenomeno che ormai caratterizza anche la persona come singolo individuo.

D’Andrea, rifacendosi al pensiero sociologico di Simmel, sottolinea come l’identità ha necessariamente a che fare con la diversità. Ciò implica che  nella diversità e attraverso le diversità gli individui sono chiamati a trovare un modo per entrare in contatto, per arricchirsi a vicenda. Ecco quindi che l’identità è il mezzo, che aiuta a stabilire un contatto interpersonale.

Per sviluppare la capacità di tendere e avvicinarsi all’altro occorre partire dalla conoscenza del sé, come individuo non solo razionale, ma fatto anche di emozioni, istinto, corporeità, ecc..

Invece di abitare la sterile contrapposizione tra “l’io” e “l’altro” è utile iniziare a costruire spazi per dare vita ad un “nuovo noi”, inclusivo delle differenze. L’etnocentrismo, fondato sulla presunzione di superiorità morale e culturale, è incompatibile con la prospettiva interculturale. Esso può essere superato costruendo una storia globale che si sforzi di includere i punti di vista degli “altri”, una nuova consapevolezza interculturale all’interno dell’intera società di cui facciamo parte. Per sviluppare un dialogo interculturale occorre per prima cosa creare dei momenti in cui ci sia la possibilità di confronto a condizione di uscire da una logica asimmetrica. Dialogo significa capacità e volontà  di uscire fuori dagli schemi.

Ma come rompere questi schemi? Il problema è secondo Fabio D’Andrea che “conosciamo sempre più attraverso tipi e sempre meno attraverso persone”. Il pregiudizio è un fenomeno ancora diffuso e presente; ma nel momento in cui interviene la conoscenza personale sembra saltare ed essere messa in discussione ogni forma di giudizio e valutazione a priori.

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