Blog EllePì – Il linguaggio della fotografia

Il linguaggio della fotografia

L’interculturalità può passare anche attraverso una foto?

di Giacomo Frison

 

Scattare una foto significa congelare un istante di vita. Un istante di creatività soggettiva, che nasce dagli occhi del fotografo, dalla sua mente, dalla sua sensibilità e dai suoi sentimenti, dalla sua fantasia e dal suo talento. Chi tiene in mano una macchina fotografica ha una sua identità, è cresciuto in uno specifico ambiente sociale e ha coltivato una sua cultura personale.

Quando però le sue inquadrature iniziano a farsi spazio in ambienti comunitari, la sua identità “unica” si mescola con quella degli “altri” in luoghi di scambio, si combina con altre culture, suscita emozioni e genera significati nuovi. Anzi, il risultato che una stessa immagine ha sugli altri non è mai lo stesso. In un caleidoscopio di visioni cambia da persona a persona, da luogo a luogo, ed entrano in gioco le diverse specificità che appartengono ai singoli attori sociali. La foto è testimonianza dell’evolversi della società, delle sue criticità e drammaticità, dei suoi tratti più gioiosi e brillanti.

“In equilibrio lungo il Reno” – Düsseldorf, Germania 2011

La fotografia non dimentica le diverse storie e le diverse idee, per le quali ha rispetto e con le quali desidera confrontarsi. Propone una visione ampia della comunità e veicola un approccio interculturale dove il patrimonio di conoscenze si può intrecciare per formare nuovi modelli adatti alla vita quotidiana. Così la fotografia, pensata e interpretata anche in un’ottica interculturale, diviene una forma di linguaggio attraverso il quale il fotografo fa presente la propria visione alle persone che incrocia, ma saranno esse stesse, infine, a deciderne l’interpretazione. Se la cultura non può essere considerata come un costrutto statico anche la fotografia ha il suo prezioso valore di pluralità. Guardare una foto senza riuscire ad immaginare qualcosa aldilà di essa è limitante, significa perdere la fantasia, non sognare qualcos’altro e fermarsi allo scatto senza andare oltre.

L’idea che uno “shot” ci possa trasmettere qualcosa di differente da ciò che il fotografo immaginava può incentivare l’incontro, la relazione fra fotografia e cultura come un’insieme di risorse disponibili per progredire.

“Giochi d’acqua” – fiume Douro, Portogallo 2009

Il fenomeno della globalizzazione sta formando una società interculturale in cui vivremo per molto tempo; per farlo in modo responsabile occorrerà da parte di tutti un grande sforzo etico e conoscitivo verso un reale approccio interculturale capace di accogliere l’altro da sé attraverso un percorso di crescita e valorizzazione personale.

“Oltre il tram”- Zagabria, Croazia 2011

Imparare a fotografare persone e cose che appartengono alla quotidianità può stimolare la sensibilità umana, rendersi responsabili e capaci di farsi strumento di critica, guardando le differenti situazioni con occhi diversi.

“Strade che si incontrano” – Porto, Portogallo 2011

Non sempre si riesce a farsi strumento di nuova cultura e trasmettere tutto questo con la macchina fotografica, ma certamente si può provare a esserlo come persona nell’agire quotidiano. Queste quattro foto sono inquadrature ravvicinate di persone, ponti e luoghi di incontro che lasciano però anche lo spazio per mostrare dove le persone vivono e dove si muovono, una vicinanza che coinvolge e può far sentire gli stati d’animo attraverso l’immagine e mettendo in forte relazione con il soggetto ritratto.

 

 

Giacomo Frison ha conseguito la laurea di primo livello in Servizi Sociali presso la facoltà di Lettere e Filosofa dell’Università Ca’Foscari di Venezia. Durante gli studi ha coltivato la passione per la fotografia che unita alla continua curiosità e alla sensibilità verso le tematiche dell’accoglienza e intercultura lo portano attualmente a lavorare come fotografo freelance con reportage fotografici nell’ambito sociale tra Italia ed estero. Collabora con la Fondazione Lavoroperlapersona.


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