#BlogEllePì – Perché un seminario per parlare del lavoro che si prende cura?

La cornice nella quale abbiamo collocato i contenuti questa settima edizione è il lavoro che si prende cura. Qual è l’idea che c’è dietro, qual è il tessuto narrativo di questa edizione? La riflessione parte da un timore: quando le preoccupazioni economiche sono gravi si corre il rischio di trascurare l’umano e le sue istanze. In questo scenario c’è una voce che si leva più forte delle altre: “ora dobbiamo pensare alla crescita, non possiamo pensare a tutto in questo momento. La priorità è il PIL, poi c’è il debito pubblico, la competitività delle imprese e del Paese.

E l’uomo dov’è in questo scenario? Quale posto occupa in questa lista di preoccupazioni e priorità? Dove sono le sue istanze? Difficile trovarle. Tra gli indicatori del PIL, sappiamo bene, non ce n’è nessuno che intercetta questo. Neppure nel concetto di crescita. L’umano insomma, di questi tempi, rischia di non stare in prima fila, nemmeno nella seconda e bisogna fare una grande fatica per trovarlo, perchè nel trambusto di questo rumore la sua voce è inascoltata.

Con quali conseguenze? Tra le molte una è più evidente delle altre: se si rimane prigionieri di questa sordità, si lasciano indietro gli ultimi, i più fragili. Questo rumore poi, che alimenta indifferenza, egoismo e disuguaglianze, non ci fa ascoltare anche altro. Per esempio che i diritti si attenuano, perchè perde vigore il loro significato di patrimonio tra i più rilevanti di una civiltà avanzata e a misura d’uomo. Nella sordità provocata da questo rumore, poi, anche i progetti personali vengono rimandati indietro; non c’è tempo ora per ascoltarli, non costituiscono una priorità manageriale; non c’è tempo in altre parole per costruire luoghi e condizioni perché la vocazione di ciascuno, ossia i talenti di giovani e meno giovani, possa trovare realizzazione. Così il lavoro, anche quando c’è, può diventare un inferno che brucia – procurando tanto male agli individui e alla società – il suo senso più profondo. Così si accresce la distanza, anziché ridurla, che ci separa da quel lavoro dignitoso che le Nazioni Unite hanno posto tra i diciassette Sustainable Development Goals dell’Agenda 2030.

Ci sono però anche segnali di diversa natura, per fortuna. Per esempio sta crescendo la  consapevolezza che è necessario cambiare verso all’economia e il modo con il quale la guardiamo. Negli ultimi anni anche alcune grandi corporations lasciano intendere che hanno capito che così non va. Hanno capito che non ci si può nascondere dietro qualche programma, anche ben fatto, di Corporate Social Responsibility. No, non basta. C’è in gioco ben altro. Occorre riscrivere le idee che negli ultimi settanta anni hanno elaborato un pensiero sull’impresa, ancora dominante, che ora però sta vacillando. Ormai sono molti gli imprenditori, gli uomini d’affari e una parte dell’accademia  che affermano pubblicamente che bisogna riscoprire l’insostituibile funzione economico-sociale dell’impresa. Il segnale positivo insomma è che la discussione e la pratica stanno rimettendo al centro questa domanda:  a cosa servono le imprese? Per dirla in modo più semplice: non può bastare riconoscere che l’economia e le imprese producono esternalità negative che possono essere ripagate con qualche indennizzo. Occorre voltare pagina e dire chiaramente che l’economia e le imprese non devono produrre esternalità negative. Per far questo però è necessario cambiare paradigma: l’impresa sostenibile deve generare valore e impatto positivo per la società e per l’ambiente.
Siamo profondamente convinti, allora, che questo tempo e la sofferenza che la pandemia ha prodotto, l’incertezza che viviamo e la straordinaria energia delle nuove generazioni con il modificarsi dei loro atteggiamenti e preferenze, insieme alle opportunità della tecnologia, possano tutte insieme costituire l’occasione per ripartire proprio dagli ultimi, dai più fragili. Crediamo profondamente che sia un bene lasciarci guidare dalla pedagogia delle loro storie per comprendere quanto il lavoro che si prende cura sia non soltanto risorsa per consentire di vivere una vita buona e lasciare esprimere le vocazioni di ciascuno, ma anche  risorsa per migliorare il mondo che abitiamo creando un impatto positivo sulla società e nei riguardi delle prossime generazioni.

Collocate in questa cornice di senso le ragioni del seminario, dunque, abbiamo scelto tre focus per approfondire la complessa e articolata tematica.  Tre prospettive diverse, seppur profondamente intrecciate tra loro, alle quali sono dedicate altrettante sessioni. Le sessioni ci racconteranno storie e ricerche; ascolteremo testimonianze, saremo sollecitati da immagini e video. In apertura di ciascuna sessione, saremo stimolati da una lecture di accademici e ricercatori a cui seguirà una tavola rotonda, luogo ideale per raccogliere punti di vista diversi e confrontare esperienze e pratiche.

La prima sessione, realizzata in collaborazione e con il patrocinio dell’Istituto di Bio-Robotica della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, sarà dedicata a comprendere il valore straordinario che possono rivestire la Robotica e l’Intelligenza Artificiale nel ricreare abilità, rigenerando persone e lavoro per le imprese e la società.
La seconda sessione, realizzata in collaborazione e con il patrocinio della Fondazione Telethon, racconterà invece quanto sia importante far incontrare la ricerca e l’impresa per accogliere i lavoratori affetti da patologie croniche e le persone che se ne prendono cura. Scopriremo la generatività di questo “incontro” in diversi ambiti.
La terza sessione, infine, realizzata in collaborazione e con il patrocinio del CNEL, aprirà il nostro sguardo su altre fragilità per apprezzare il significato più profondo del lavoro come dotazione personale irrinunciabile che non ha equivalenti, un dono che crea legami e inclusione, genera riconoscimento, realizzazione e dignità.

L’auspicio è che l’intreccio riflessivo e narrativo di queste tre giornate si trasformi in azione, in esperienze generative capaci di farci guardare l’impresa e i luoghi di lavoro come cantieri per progettare e sperimentare, con coraggio, iniziative e pratiche che si prendano cura delle fragilità, consapevoli che fare questo significa contribuire a rendere concreto un modello diverso di impresa e accrescere il benessere delle persone.  Ci auguriamo dunque che quest’esperienza culturale ed educativa diventi un percorso di scoperta del lavoro come bene comune.

A questo punto c’è un’ultima domanda che sorge: ma chi si prende cura del lavoro? Se il lavoro ha questo significato, se ha questo valore insostituibile bisognerà infatti trattarlo con particolare cura. Occorreranno investimenti adeguati per metterlo al centro della nostra visione di società. Bisognerà riassegnargli insomma il posto che merita. Per riflettere su questo abbiamo pensato che non vi potesse essere persona più autorevole del prof. Tiziano Treu, presidente del CNEL, già Ministro del Lavoro, professore emerito di diritto del lavoro all’Università Cattolica di Milano, uno tra i più apprezzati e autorevoli studiosi del lavoro a livello internazionale al quale è affidata la lecture conclusiva.



Gabriele Gabrielli Presidente della Fondazione Lavoroperlapersona. Executive coach e formatore, è Managing Director di People Management Lab Srl – Società Benefit e BCorp. Ha alle spalle una lunga esperienza manageriale come Direttore Risorse Umane e Organizzazione di grandi imprese private e pubbliche. Insegna Organizzazione e Gestione delle Risorse Umane alla LUISS Guido Carli.

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