“Lavoro? Più che una promessa, una minaccia”. La provocazione di Vittorio Pelligra al X Seminario Interdisciplinare sull’Accoglienza

Vittorio Pelligra, professore ordinario di Politica Economica all’Università degli Studi di Cagliari, sale sul palco con una relazione dal titolo La promessa infranta del lavoro? Dignità e senso nell’epoca dell’uomo “antiquato” — dove l’aggettivo è quello di Günther Anders, l’uomo reso obsoleto dai propri prodotti.

“Più che una promessa, oggi il lavoro è una minaccia”, esordisce Pelligra. “La gente si ammala per troppo lavoro e per lavori sbagliati. Siamo davanti a vere e proprie espropriazioni esistenziali per moltitudini di lavoratori, per il modo in cui l’economia capitalistica gestisce il lavoro.”

Un terzo della vita adulta

Il primo argomento è puramente quantitativo. Circa un terzo della nostra vita da adulti lo passiamo a lavorare. Un tempo così vasto potrebbe essere il luogo privilegiato in cui cercare — e trovare — un senso. I dati, però, raccontano l’opposto: per una quota enorme di persone il lavoro ostacola quella ricerca, perché la maggioranza ritiene il proprio impiego inutile o addirittura dannoso per la società. C’è stato un momento in cui questo scollamento è diventato visibile a tutti. “Durante la pandemia abbiamo vissuto una tragedia collettiva”, ricorda Pelligra, “e da economista mi ha incuriosito il fatto che tutti, in quei mesi, abbiamo ristrutturato la nostra scala dei valori. A un certo punto gli infermieri e le infermiere erano più importanti degli amministratori delegati. I rider erano più importanti dei banchieri”. Da quella inversione emerge una tesi che sembra banale e non lo è affatto: l’importanza di un lavoro deriva dal benessere che produce nella società. Non lo è, spiega l’economista, perché negli ultimi venti o trent’anni abbiamo appaltato al mercato il compito di dirci non soltanto il prezzo del lavoro, ma anche il suo valore. Abbiamo smesso di interrogarci sui singoli mestieri e sul loro contributo al bene comune, equiparando senza residui il valore di un lavoro alla sua remunerazione.

Il bisogno di sentirsi utili

Simone Weil scriveva che il senso di essere utili è tutto, e che il lavoro offre all’essere umano proprio questa possibilità. Quanto il lavoro di oggi la garantisce ancora? Il problema, argomenta Pelligra, non sono i lavori faticosi: sono i lavori senza significato.

Le cifre citate dalla lecture compongono un quadro tutt’altro che marginale: circa un quarto dei lavoratori britannici giudica il proprio lavoro poco o per niente significativo; circa un lavoratore su cinque nel mondo si dichiara engaged, coinvolto in ciò che fa; in Italia la quota scende all’11%. Nove persone su dieci, cioè, attraversano la giornata dentro un’organizzazione a cui non sentono di appartenere.

È l’onda lunga aperta da David Graeber con Bullshit Jobs, che Pelligra cita: “Cosa si può immaginare di più demoralizzante del doversi svegliare la mattina per portare a termine un compito che in cuor nostro crediamo non andrebbe svolto?”. E prima ancora da Camus, nel Mito di Sisifo: “Non esiste punizione più terribile del lavoro inutile e senza speranza”.

Vittorio Pelligra dal palco del X Seminario Ellepì

Qui la lecture cambia registro. La questione del senso, avverte Pelligra, non è un lusso da seminario: è una crisi di salute pubblica. Le “morti per disperazione” studiate da Anne Case e Angus Deaton — suicidi, overdose, patologie legate all’alcol — le decine di milioni di persone dipendenti da oppiacei negli Stati Uniti, il logoramento delle comunità industriali svuotate di lavoro e di riconoscimento: sono il conto, pagato in vite, di un’economia che ha smesso di chiedersi a che cosa serva ciò che produce.

“Progettare furfanti“
Perché ci siamo arrivati? La risposta di Pelligra è una sola espressione: antropologia negativa. La visione dell’essere umano che diamo per scontata influisce su come costruiamo le relazioni, e quindi su come progettiamo le organizzazioni. Una visione pessimistica le ha portate a concentrarsi su quattro leve:

  • le metriche, cioè solo ciò che si può misurare;
  • il controllo, fino alla sorveglianza dei lavoratori;
  • gli incentivi, con un uso pervasivo e indiscriminato;
  • le procedure, che oscurano il contributo personale.

La genealogia è illustre. David Hume scriveva che nell’escogitare qualsiasi sistema di governo ogni uomo deve essere considerato un furfante, e va imbrigliato a fare il bene pubblico. Il giudice Oliver Wendell Holmes Jr., il più longevo della Corte Suprema americana, invitava a guardare al diritto con gli occhi dell’uomo cattivo: il dovere di rispettare un contratto sta tutto nei danni che pagherai se lo violi. Paul Milgrom e John Roberts, in un manuale di economia dell’organizzazione, lo mettono nero su bianco: le persone sono amorali, trasgrediscono le regole, manipolano e ingannano se ne traggono un vantaggio.

“Eccoci qui, a progettare furfanti”, commenta Pelligra. “E se progettiamo furfanti, cosa succede? La sfiducia genera controllo, il controllo genera distacco e opportunismo.” La profezia si autoavvera.

Vale anche per gli incentivi, che pure hanno una storia gloriosa — furono lo strumento con cui Taylor trasformò i contadini in operai. Sono potentissimi, dice Pelligra, e proprio per questo difficili da governare: spesso pagare per ottenere un comportamento produce il comportamento opposto. L’esempio è quello classico dell’asilo che introduce una multa per i genitori ritardatari e si ritrova con più ritardi di prima: il prezzo trasforma una mancanza in un servizio acquistabile.

Un’altra antropologia
Che cosa possiamo fare? Mettere in discussione quell’antropologia, a partire dalle evidenze che ci dicono che siamo fatti diversamente. Pelligra chiama a testimone il padre fondatore della disciplina: “Per quanto egoista si possa supporre l’uomo, vi sono evidentemente alcuni principi nella sua natura che lo rendono partecipe delle fortune altrui e che gli rendono necessaria l’altrui felicità, sebbene egli non ne ricavi nulla oltre al piacere di constatarla” — Adam Smith, Teoria dei sentimenti morali. Ciò che diciamo di essere e ciò che gli altri si aspettano da noi entra nel nostro comportamento: il bisogno di equità e di reciprocità nelle relazioni spinge le persone a fare, e a fare meglio. È la rispondenza fiduciaria su cui Pelligra lavora da vent’anni. Il caso più noto è quello della Ford che nel 1914 raddoppia il salario e riduce l’orario: gli economisti del tempo la danno per spacciata, e invece produzione e profitti crescono.

Il mondo, intanto, è cambiato. Uno dei mutamenti più radicali è l’ingresso in un’era di post-scarsità: i nostri genitori lavoravano per dare da mangiare ai figli, oggi — nella parte di mondo in cui viviamo — non è più così. Serve dunque, come insegnava Elinor Ostrom, prima donna a ricevere il Nobel per l’economia nel 2009, immaginare istituzioni e organizzazioni capaci di tirare fuori il meglio di ognuno di noi, sovvertendo l’antropologia negativa. Non più un nexus of contracts, un nodo di contratti, ma una web of relationships, una rete di relazioni che ha al centro la fiducia, la reciprocità, il riconoscimento e il bene comune. L’economia, in questa prospettiva, non dovrebbe occuparsi soltanto dell’allocazione efficiente delle risorse, ma anche della progettazione di istituzioni dentro le quali le persone siano felici di interagire tra loro.

“Conviene, ed è anche giusto”, conclude Pelligra. Il discorso ha una gamba utilitaristica — i lavoratori disingaggiati costano moltissimo alle imprese, in produttività, turnover, qualità, clima — ma ne ha una seconda, e per Pelligra è quella decisiva: è una questione di giustizia. Giustizia contributiva, in particolare: quella che domanda se le persone abbiano la possibilità di contribuire al bene comune in modi riconosciuti, liberi e socialmente utili, capaci di far crescere la stima di sé e degli altri.

È esattamente la domanda che il X Seminario di Offida porterà avanti per tre giorni. Il punto interrogativo, dopo questa apertura, resta aperto — ma sappiamo meglio dove cercare la risposta: non nel prezzo del lavoro, ma nel valore che gli riconosciamo.

Cosa succede quando il lavoro smette di promettere? La lecture di Rosangela Lodigiani