#Blog EllePì – Il carattere degli italiani: ovvero, del rocambolesco
Se dovessimo cercare una parola capace di raccontare, almeno in parte, il carattere italiano, forse dovremmo avere il coraggio di sceglierne una poco nobile, quasi buffa: rocambolesco.
Non perché gli italiani siano incapaci di fare bene le cose. Al contrario. Il punto è che spesso le facciamo in un modo sorprendente: all’ultimo momento, correggendo la rotta mentre siamo già in viaggio, inventando una soluzione quando la soluzione prevista non funziona più. Siamo meno inclini alla geometria del progetto e straordinariamente abili nell’arte della deviazione. Dove altri vedono un problema, noi qualche volta vediamo un espediente. Dove manca un piano, compare un’idea. Dove il sistema si inceppa, qualcuno si mette a trafficare e, miracolosamente, qualcosa riparte. Il rocambolesco è dunque l’altra faccia dell’arte di arrangiarsi. Può essere un limite, certo: significa spesso progettare poco, programmare male, affidarsi all’emergenza e alla capacità individuale di risolvere ciò che avrebbe dovuto essere previsto. Ma può essere anche una forma di intelligenza pratica, una straordinaria capacità di adattamento. E forse non è un caso che la letteratura italiana ne sia piena.
Pensiamo a Giovanni Boccaccio. Nel Decameron la vita è continuamente sottoposta alla Fortuna, al caso, all’imprevisto. Eppure i suoi personaggi non rimangono immobili: reagiscono con l’ingegno, con la parola, con l’astuzia, con quella che Boccaccio chiama significativamente “industria”. Andreuccio da Perugia, travolto da una sequenza quasi incredibile di contrattempi, sopravvive proprio perché riesce a trasformare ogni rovescio in una possibilità. Nel mondo boccacciano l’imprevisto non è soltanto una minaccia: è la materia stessa dell’azione. Molti secoli dopo, questa stessa intuizione sembra deformarsi e diventare grottesca nella narrativa di Carlo Emilio Gadda. Nel Pasticciaccio il mondo non procede secondo un ordine limpido: tutto è intricato, sovrapposto, ambiguo, contraddittorio. Il “pasticcio” non è un incidente del reale, ma il reale stesso. Gadda reagisce al caos attraverso una lingua altrettanto caotica, plurale, contaminata, capace di mettere insieme registri, dialetti e punti di vista differenti.
Fra questi due estremi si può forse leggere una costante: l’italiano sembra avere una certa familiarità con l’imprevisto. La Fortuna boccacciana e il pasticcio gaddiano sono due forme diverse dello stesso problema: come vivere quando il mondo non procede secondo il piano previsto. Non è una novità che gli intellettuali italiani abbiano interrogato questa singolarità. Giacomo Leopardi, nel Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani, costruisce una vera analisi antropologica della società italiana, soffermandosi sulla debolezza dei legami civili, sull’individualismo e sulla difficoltà di costruire una comune dimensione nazionale. Un secolo dopo, Giuseppe Prezzolini, nel Codice della vita italiana, condenserà questa osservazione in una formula divenuta proverbiale: gli italiani divisi fra “furbi” e “fessi”. Al di là del tono provocatorio, il bersaglio è precisamente una cultura nella quale la capacità di trovare la scorciatoia rischia di essere più apprezzata della capacità di costruire regole condivise.
Ed è qui che il rocambolesco diventa una questione politica e culturale. L’improvvisazione è una grande virtù quando il futuro è incerto; diventa una grande debolezza quando l’incertezza è permanente. Essere capaci di cavarsela è indispensabile. Ma un Paese non può vivere eternamente contando sulla genialità dell’ultimo minuto. Forse il problema dell’Italia non è dunque liberarsi del rocambolesco. Sarebbe impossibile, e forse sarebbe anche un errore. Il problema è imparare a metterlo al servizio di un progetto. Conservare l’inventiva, l’adattabilità, la capacità di trasformare l’imprevisto in opportunità, ma dentro una visione più lunga. Perché il presente che ci aspetta sarà sempre meno prevedibile e sempre più complesso. E proprio per questo non basterà più soltanto saperci arrangiare. Avremo bisogno di sapere dove vogliamo andare. Il rocambolesco ci ha spesso permesso di sopravvivere al presente. La progettazione potrebbe permetterci, finalmente, di costruire il futuro.