Cosa succede quando il lavoro smette di promettere? La lecture di Rosangela Lodigiani

Che cosa succede quando il lavoro smette di promettere? Da questa domanda è partita, a Offida, la lecture di Rosangela Lodigiani, professoressa ordinaria di Sociologia dei processi economici e del lavoro all’Università Cattolica di Milano, che ha aperto lail secondo giorno del X Seminario Interdisciplinare sull’Accoglienza della Fondazione Lavoroperlapersona. Lasciandosi ispirare dal genius loci di Offida, la sociologa ha cominciato interrogando il titolo: siamo sicuri di sapere che cosa vogliamo che il lavoro prometta? Promettere, nel senso di pro-mittere, «mettere avanti»: di che cosa vogliamo che il lavoro si faccia garante?

Nella storia

Per Lodigiani la promessa del lavoro non è un principio ideale. Si gioca nel nesso tra storia personale e collettiva, tra biografie e istituzioni, dal livello micro a quello macro delle culture e dei mercati del lavoro. Il senso che ciascuno dà al proprio lavoro resta la parte più imprevedibile, perché coniuga i nostri orientamenti più profondi. Ma è la società a dare organizzazione al lavoro: quando questo smette di promettere, a incrinarsi è il rapporto con la società e con la sua «grammatica sociale». La dignità della persona, ricorda richiamando Filippo Pizzolato, è un «farsi storico», un’idea che cammina nei contesti in cui viviamo. Si preserva con il salario, con i diritti sindacali, con la possibilità di provvedere ai figli, di organizzarsi, di avere una pensione dignitosa. Da qui la domanda: che lavoro vogliamo?

Le promesse tradite

La storia recente ci consegna promesse tradite. Il lavoro è stato a lungo un principio di inserimento sociale e di regolazione delle biografie, capace di definire l’identità e, per esclusione, anche quella di chi non lavora: le donne, per esempio, confinate nel lavoro di cura, fuori dal salariato e dal mercato, con la conseguente svalutazione di quel lavoro. La sua forza stava nella promessa di autonomia, benessere crescente, opportunità. Quel modello è stato messo in discussione tra gli anni Sessanta e Settanta, con il passaggio dalla società del Lavoro alla società dei lavori e una nuova promessa fatta di autonomia e creatività.

Ma la flessibilità che si è sviluppata ha portato con sé discontinuità e mancanza di progettualità di lungo periodo. L’autonomia si è fatta solitudine, e il riconoscimento delle singolarità è stato scambiato con la sicurezza. Il lavoratore ideale è diventato «unencumbered e disembedded»: privo di vincoli e senza corpo, sempre disponibile, sempre al massimo. Ci si divide tra vincenti e perdenti, e il prezzo lo pagano i più fragili, in un contesto in cui la regolazione arranca. La flexicurity resta la chimera di oggi: senza politiche del reddito e senza ammortizzatori sociali, i costi ricadono sui singoli. In Italia oltre due milioni di famiglie vivono in povertà assoluta, e molte lavorano: è la spia di condizioni di lavoro su cui interrogarci. Già Richard Sennett, ne L’uomo flessibile (The Corrosion of Character), avvertiva che l’incertezza corrode il carattere. La promessa tradita del post-fordismo mina il futuro e diventa incertezza esistenziale.

Resistere non è fuggire

Quiet quitting, cambio di lavoro, fare il minimo indispensabile: per Lodigiani sono forme di resistenza, non di fuga dal lavoro, anche se dicono che il lavoro non è più il luogo della promessa. Cresce il job to job, la ricerca di opportunità migliori. I giovani, ma non solo loro, ci stanno dicendo che si possono cambiare i criteri di desiderabilità del lavoro e dire qualcosa sulla sua qualità e sulla sua bontà. Sono gesti di micro-politica con cui si prova a ridare valore a ciò che si fa. Accanto alla richiesta di stabilità, di prospettive di crescita e di progettualità, con un futuro che si aggancia più al contesto che al contratto, emerge un nuovo lavoratore ideale: non più svincolato e senza corpo, ma una persona che vuole essere vista nella sua integralità. Al centro c’è la persona, non il lavoro. Due le direzioni indicate. La prima è portare il lavoro nella vita, con senso della misura, in un lavoro che non colonizzi e sia espressione di sé. La seconda è portare la vita nel lavoro, senza sconfinamenti, che sono un rischio reale, ma cercando nel lavoro realizzazione e benessere, e chiedendoci anche che cosa voglia dire benessere.

Occorre allora ripensare la rilevanza politica del lavoro, come sostiene Axel Honneth. La sfida è mettere un nuovo lavoro al centro di una nuova società, insieme a una risignificazione che ci interpella di continuo su come stiamo nella società.

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