ALLENARE IL MUSCOLO DEL “NO” NELL’EPOCA DEL “SÌ” per ritrovare il “carattere” democratico

Riprendere il controllo interno
A inizio d’anno indugio, immagino come molti, nel tentativo di mettere un po’ di ordine nelle mie cose: progetti, clienti, appuntamenti, articoli da scrivere, lezioni da preparare, l’idea di un libro che aspetta da troppo tempo di essere meglio strutturata. Nell’ordine trova sempre un posto speciale il proposito di dedicare più tempo e attenzione alla famiglia, agli amici e a me stesso. Questo sarà l’anno buono, mi dico, così apro il computer e sbarro le giornate non disponibili, quelle che voglio impegnare diversamente. Gli psicologi direbbero che è un modo per riprendere un maggior controllo dall’interno, mettendo a freno l’esterno e sentirmi così più indipendente. Un esercizio che ci consente in altre parole di pianificare anticipatamente dei “no, grazie”, consapevoli che è giusto allocare il tempo anche in ragione di quello che vogliamo fare, delle cose che riteniamo più importanti e non meritevoli, proprio per questo, di essere sacrificate.

Flessibilità e adattabilità icone della modernità
Non è facile però. Il muscolo che tendiamo quando diciamo “no” va allenato con continuità e determinazione. Comporta sacrificio e fa correre qualche rischio. Soprattutto oggi, in un’epoca che guarda con benevolenza chi è pronto sempre a dire “sì” in ogni occasione e a non creare problemi. Un atteggiamento premiato dalla società che si dimostrerà per questo inclusiva nei suoi confronti e pronta a spalancare le porte in segno di accoglienza, preferendo di gran lunga ai bastian contrari e brontoloni chi si fa apprezzare perché mostra tratti di accondiscendenza, assuefazione e disponibilità ad accettare con toni entusiastici il cambiamento. Qualunque cambiamento, perché bisogna capire i tempi, essere flessibili e capaci di adattarsi. Fanno parte di quel portafoglio che chiamiamo competenze trasversali, proprio perché segnalano la loro ineluttabile necessità per vivere bene, slegate per questo da conoscenze specialistiche e verticali. Flessibilità e adattabilità, si sa, sono tra le icone più cliccate dalla società liquida e accelerata.

Quando le “ragioni del no” bussano alla porta
E’ politically correct insomma non frapporre ostacoli, frenare la ragione e ammutolire la pancia. Fare altrimenti preoccupa noi e gli altri, è uno stile e una tonalità di comportamento che non piacciono. Tutti abbiamo così paura di dire no al nostro capo, ci mette ansia discutere con un amico, ci fa sentire fuori luogo e conservatori dire no a figli e studenti. In una parola, argomentare e voler approfondire ci appare “fuori moda” rappresentandoci inoltre come non inclini all’innovazione. E’ sbagliato e per giunta inutile dire “no”, meglio abbandonarsi allora al docile canto del “sì”.
Questa posizione però non convince affatto, preferisco seguire le promesse di quel filone di pensiero che afferma l’utilità dell’inutile. Non voglio dire con questo che bisogna inneggiare al “no” e ai suoi vessilli, ma soltanto che è bene allenare il suo muscolo per quando potrà servire. Bisogna farsi trovare preparati infatti e vegliare perché le “ragioni del no”, sospinte dal mare sempre più agitato dalle ingiustizie e da un malessere crescente, possono bussare alla porta da un momento all’altro. Se ascoltiamo bene e prestiamo attenzione a quanto accade per le strade e nei porti, nelle piazze e nei palazzi, stanno già bussando. Le ragioni del “no” chiedono disperatamente di sorreggere le mura perimetrali della convivenza civile che vacillano sotto i colpi delle narrazioni populiste che fanno terra bruciata dei diritti umani. Usare questo particolare muscolo può essere un efficace antidoto per respingere le malattie provocate dai disagi della modernità, soprattutto può tornare comodo per non farci perdere di vista la nostra natura umana. 

Quando i “no” affermano valori condivisi
Saper dire di no, insomma, è talvolta cosa buona e giusta, una pratica da esercitare soprattutto quando è motivata dall’osservanza di principi morali inderogabili, dalla volontà di ribellarsi, seppure nelle forme consentite, a idee e comportamenti che violano la dignità e i principi umani, oltre che il buon senso. Sono questi “no” a rimettere al centro della nostra azione (privata e pubblica) la fedeltà a valori morali condivisi. Quelli scritti da padri e nonni verso cui abbiamo degli impegni che fondano le nostre solide radici. Valori che dovremmo ora testimoniare nei riguardi di figli e nipoti per non scioglierli da quel tessuto di doveri che forma e obbliga – di generazione in generazione – gli appartenenti al consorzio umano. Dovremmo fare questo spiegando con serena passione le “ragioni del no” e argomentando pazientemente perché “dire sì” senza discutere, facendo finta di niente, potrà farci stare solo peggio. Forse è arrivato il momento di tirar fuori il nostro “carattere” democratico, quello formatosi grazie alla cultura, educazione e tradizione, sotto la cui ombra generativa siamo cresciuti, per recuperarne il senso ideale e quello pratico.

 

Autore:
Gabriele Gabrielli – Presidente della Fondazione Lavoroperlapersona. Executive coach, consulente e formatore, insegna Organizzazione e Gestione delle Risorse Umane alla LUISS Guido Carli.
Mailto: presidenza@lavoroperlapersona.it

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