Fiducia, reciprocità ed equità

di Mario Losito

lositoUn pomeriggio assolato di fine luglio, in uno splendido borgo medioevale delle Marche: un gruppo di giovani ricercatori provenienti da differenti Dipartimenti di più Università italiane. Non una fredda aula di formazione con cattedre, professori e studenti, ma un’accogliente occasione per discutere e confrontarsi sulla fiducia, interrogandone il nesso con la sfera economica, sociale, politica e filosofica. Queste, le prime immagini che affiorano alla mente nel ricordare la Summer School –organizzata con sapienza ad Offida dalla Fondazione Lavoroperlapersona- a cui ho avuto la piacevole opportunità di partecipare. La Summer School è stata una profonda esperienza d’incontro, che ha costituito un’occasione e un laboratorio per sperimentare concretamente l’interdisciplinarietà, proponendo nuove direttrici di ricerca.

La voglia comune di superare l’iniziale difficoltà e di far dialogare prospettive diverse attorno al paradigma della fiducia è stata l’opportunità per rilanciare un clima di piacevole scambio reciproco e vivere un’esperienza professionale e umana autentica e veramente ricca. Durante le giornate della Summer School la protagonista è stata la fiducia: intesa come il fondamento antropologico del nostro vivere sociale, in relazione con l’altro. Paradigma che rimane lì a testimoniare e farci ricordare che non dipende tutto da noi e che non è pensabile poter superare la nostra natura strettamente dipendente dal prossimo. La fiducia è un esempio che permette di riflettere sui beni relazionali. I beni relazionali sono un concetto ancora poco noto e usato in economia e nelle scienze sociali, sebbene abbiamo assistito in questi ultimi anni ad un aumento di interesse verso questi temi.  Esso ha una storia recente, essendo stato introdotto, indipendentemente, da Benedetto Gui (1987) e da Carole Uhlaner (1989), la quale li ha definiti come beni “che possono essere posseduti solo attraverso intese reciproche che vengono in essere dopo appropriate azioni congiunte intraprese da una persona e da altre non arbitrarie” (Carole Uhlaner, 1989: 254). Per l’autrice i beni relazionali sono quindi beni che non possono essere né prodotti né consumati, e quindi acquistabili, da un singolo individuo, perché dipendono dalle modalità di interazione con gli altri e possono essere goduti solo se condivisi. La condizione essenziale è che i beni relazionali richiedono reciprocità. Sono “beni di relazione” quelli in cui è la relazione in sé a costituire il bene economico (Nussbaum, 1996). Per spiegare meglio, nell’amicizia, nei rapporti di fiducia, nei rapporti di famiglia, tipici ‘asset’ relazionali, è la relazione ad essere il bene: questi beni nascono e muoiono con la relazione stessa. Ad esempio, è difficile essere amico di un computer, oppure è ugualmente difficile essere amico di qualcuno in modo unilaterale: la dimensione della reciprocità è fondativa. Senza voler negare minimamente l’importanza della struttura relazionale basata sul contratto, si evidenzia che quest’ultima non è assolutamente sufficiente a sostenere un recupero della dimensione relazionale nell’attività economica.

Come può la sfera economica recuperare la dimensione relazionale? In che modo relazioni basate sul principio di reciprocità -tra cui la fiducia è un asse portante- possono contribuire a dare risposte plausibili alle sfide che ci troviamo a dover affrontare oggi? Il tessuto di relazionalità, che nasce e si evolve e lega tra loro gli individui, fa sì che lo sviluppo umano ed economico possa partire e mantenersi nel tempo. Possiamo qui citare uno dei padri fondatori del modello di economia civile, Antonio Genovesi, che quasi due secoli fa ha sottolineato come, senza la coltivazione della fiducia, i mercati non progrediscono e l’economia resta ferma (Genovesi, 1824). In questa illuminante prospettiva, la “fede pubblica”, la fiducia generalizzata, è vista come la vera pre-condizione dello sviluppo economico (Filangieri, 2003). L’equità è il più potente fattore responsabile di fiducia generalizzata: in una società equa, le persone sono portate a fidarsi non solo – come è naturale – dei parenti e degli amici, ma anche degli sconosciuti e degli estranei: si sviluppa non solo la fiducia individuale ma anche generalizzata (come diceva Genovesi per il Regno di Napoli). Ebbene, dove l’equità è prassi, si ha che la fiducia tende a diffondersi e a consolidarsi non solo verso gli amici e i parenti ma anche e soprattutto verso gli estranei, verso chi è portatore di visioni del mondo e di risorse diverse dalle nostre. Questo circolo virtuoso rende la vita più semplice e più vivibile, liberando “le parti” dal rapporto di scambio di equivalenti (attraversato da elementi di interesse che inquinerebbero la purezza della relazione) e, come effetto indiretto, porta ad avere scambi più facili e un’economia più efficiente (Bruni e Zamagni, 2004).

L’esperienza della Summer School: ‘Orizzonti della Fiducia. Percorsi, valori, risorse’ ci ha invogliato a discutere e confrontarci da diverse angolature e prospettive (filosofica, giuridica, economica, organizzativa, storica e sociologica), si è cercato di promuovere una cultura interdisciplinare che ha adottato e integrato diversi linguaggi. Grazie al confronto
e
al lavoro
di squadra, abbiamo osservato che il paradigma della fiducia, declinato nelle diverse discipline, ha assunto, attraverso le reciproche contaminazioni, un significato nuovo e più completo in grado di leggere molteplici aspetti della società. Questa riflessione ci ha portato a seminare nuova conoscenza che può portare frutti concreti e tangibili al servizio del bene comune. La fiducia è un bene fragile, che si logora e che per questo va continuamente protetta e ri-generata, creando nuovi legami e ripristinando quelli ormai logorati.

 

Per approfondire

Bruni L., Zamagni S. (2004), Economia civile. Efficienza, equità, felicità pubblica. Il Mulino, Bologna.

Filangieri G. (2003), La scienza della legislazione (1780), Grimaldi, Napoli.

Genovesi A. (1824), Lezioni di commercio o sia di economia civile (1765-76), Società Tipografica dei Classici Italiani, Milano.

Gui B. (1987), Le organizzazioni produttive private senza scopi di lucro. Un inquadramento concettuale, in “Economia pubblica”. 4/5, pp. 183-192.

Nussbaum M.C. (1996), La fragilità del bene: fortuna ed etica nella tragedia e nella filosofia greca (1986), Il Mulino, Bologna.

Uhlaner C.J. (1989), Relational Goods and Participation: Incorporating sociability into a theory of rational action, in “Public Choice”, 62, pp. 253-285.

 

Profilo dell’autore

Mario Losito è Post-doc research fellow presso il Dipartimento di Impresa e Management dell’Università LUISS Guido Carli, dove ha conseguito il PhD in Management. È stato Visting Scholar presso il Dept. of Industrial Management del Royal Institute of Technology (KTH) di Stoccolma. I suoi ambiti di attività riguardano la ricerca e educazione nel campo dello sviluppo organizzativo, innovazione e network theory. È referente dell’area Progetti della Fondazione Lavoroperlapersona e collabora con l’Area Executive Education & People Management della LUISS Business School.

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