Il lavoro a servizio della persona

Riscoprire comunità e gratuità dentro l’economia e il lavoro.

di Lucia Ladowski

Nell’accogliente cornice del Centro Didattico Interculturale Celio Azzurro si è svolto l’incontro organizzato dalla Fondazione Lavoroperlapersona, che ha visto come dialogatori Massimo Guidotti, presidente della Società Cooperativa Sociale ONLUS, Gabriele Gabrielli, presidente della Fondazione, e Roberta Carlini, giornalista, scrittrice e blogger.

Le tematiche affrontate hanno dato forma a un puzzle ricco di spunti di riflessione, nel quale ogni argomento apriva una nuova prospettiva di approfondimento: empatia, narrazione, importanza delle materie umanistiche, beni relazionali, teoria delle intelligenze multiple, economia della felicità, condivisione, cooperazione, economia del noi.
A prendere per primo la parola è stato Massimo Guidotti, il quale, attingendo al suo bagaglio di esperienza come presidente del Celio Azzurro,  ha saputo catturare i presenti focalizzandosi sull’importanza dell’empatia e della narrazione. Empatia è un termine ostico, per trattare del quale è interessante partire dalla sua etimologia, deriva infatti dal greco empàtheia, composta da en “dentro” e pathos “sentimento”, provare le stesse emozioni dell’altro. L’empatia è fondamentale, e a questa aggiungerei la simpatia, che a sua volta deriva dal greco sumpàtheia, composto da sun “con” e pathos “sentimento”, inclinazione e attrazione istintiva verso la persona. Nel rapporto con l’altro questi aspetti entrano in gioco per creare un contatto da subito proficuo. Nel momento in cui entriamo in relazione con un’altra persona ci avviciniamo a una storia, a una narrazione appunto: ogni essere umano è infatti portatore di un’esperienza di vita interessante, da cui farsi catturare e attingere insegnamento. Per questo motivo nei confronti dell’altro è fondamentale avere un atteggiamento di apertura, anche verso coloro con i quali non scatta  empatia: dalle loro affermazioni, dalle loro paure, che per noi possono essere infondate, catturiamo il capitolo di una storia.

in ordine da sinistra: Roberta Carlini, Gabriele Gabrielli, Massimo Guidotti

Nel timore di una madre che chiede se sua figlia perderà la propria identità entrando in relazione con bambini di altre culture, non è facile far scattare quel tipo di condivisione di emozioni,  quindi di inclinazione, soprattutto per chi vede nella diversità una forza e una possibilità, ma apre la strada a un problema molto attuale: la paura dell’altro, del diverso da sé, di ciò che non conosciamo e di conseguenza non capiamo. La chiusura di una cultura individualista, com’è senza dubbio quella attuale. Non a caso forse, lo stesso Massimo Guidotti confessa che in principio il centro doveva chiamarsi Oltre il giardino, quasi un monito a non rinchiudersi in un mondo autoreferenziale e limitato, a gettare lo sguardo al di là, verso ciò che non conosciamo e che all’inizio ci spaventa.
È in questo contesto che si aggiunge la voce di Gabriele Gabrielli, il quale coglie l’input e afferma che gli esseri umani sono “biologicamente sociali, culturalmente individualisti”, titolo di un libro di Maria Grazia Turri, economista e filosofa, docente dell’Università di Torino (Maria Grazia Turri, Biologicamente sociali culturalmente individualisti, Mimesis Edizioni, Milano, 2012). Questa grande verità ha una base scientifica  nella scoperta da parte di Giacomo Rizzolatti dell’Università di Parma, risalente agli anni ottanta, dei neuroni specchio, una famiglia di cellule cerebrali che ci consentono di simulare nel nostro cervello ciò che gli altri fanno e di capire le loro emozioni. I neuroni mirrors dimostrano la natura sociale della nostra specie, rivelando una base biologica dell’empatia. Gli uomini, di conseguenza, sono nati per cooperare, predisposti alla solidarietà, ancor prima che a livello intellettivo, sul piano fisiologico-motorio. Il problema nasce nella cultura in cui cresciamo e da cui siamo plasmati, la quale invece orienta e incentiva comportamenti individualisti.
Gabrielli pone l’accento anche su un’altra questione: l’importanza delle materie umanistiche. Cruciale in tempi di crisi e non solo, il tema dell’utilità di queste discipline è ripreso anche da un saggio della filosofa americana Martha Nussbaum (Martha Nussbaum, Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, Il Mulino, Bologna, 2011), la quale ritiene essenziali le materie umanistiche per non dar vita a generazioni di docili macchine che ciecamente ubbidiscono all’autorità senza interrogarsi. Nella sua visione tre sono gli aspetti fondamentali di una sana democrazia: la capacità di auto esaminarsi, essere cittadini del mondo, empatia e immaginazione narrativa. Da notare come, ancora una volta, troviamo un riferimento all’empàtheia. Come afferma la filosofa: “Le scuole, le università devono assegnare un posto di rilievo nel programma di studio alle materie umanistiche, letterarie e artistiche, non tagliarle come sta succedendo in molti Paesi a tutti i livelli, dalle elementari all’ università. Per fortuna ci sono delle controtendenze. I più importanti formatori di dirigenti d’azienda hanno capito che l’innovazione richiede intelligenze flessibili, aperte e creative. La letteratura e le arti stimolano queste facoltà” (Il Fatto Quotidiano, 8 marzo 2011). In un mondo in cui ciò che conta è la crescita economica e la logica del profitto a breve termine, anche solo affermare questa importanza è un atto doveroso e  significativo.
A sua volta l’intervento di Roberta Carlini offre dei percorsi possibili non solo di risoluzione della crisi, ma anche di rinascita e nuovo sviluppo, che hanno come fulcro propulsore forme di consumo basate sulla condivisione, un’economia che riparte dal noi, senza tralasciare il concetto di bene relazionale, di economia della felicità e la teoria delle intelligenze multiple.
La stessa giornalista, nell’introduzione del suo libro (Roberta Carlini, L’economia del noi. L’Italia che condivide, Laterza, Roma-Bari, 2011) sottolinea come “Nei convegni degli economisti è comparsa la parola “felicità” e il relativo filone di studi ha trovato nuova linfa. Intanto si è andata allargando al di fuori dell’ambito degli addetti ai lavori la critica alla crescita del Pil come sola misura del benessere delle nazioni: una critica di lungo periodo che ha permeato studi e movimenti, ma che è stata sussunta a livello istituzionale in Francia con la Commissione Sen-Fitoussi-Stiglitz, è entrata anche nei programmi scientifici di istituti di statistica nazionali tra i quali il nostro Istat, ed è diventato argomento ricorrente e persino di moda nella pubblicistica economica. Anche in questo caso è in gioco l’allargamento dei confini dell’economico, e l’ingresso di indicatori di qualità sociale al fianco dei tradizionali indici relativi alla sfera dell’economia intesa in un senso assai ristretto”.
Da non tralasciare la teoria delle intelligenze multiple di Howard Gardner, secondo il quale non esiste una facoltà comune di intelligenza, ma diverse forme della stessa, ognuna delle quali è indipendente dalle altre. Mentre nel nostro contesto socio-culturale grande importanza è stata data all’intelligenza linguistico-verbale e logico-matematica, le nuove dinamiche moderne, l’avvento dell’era post-industriale e informatica, determina un peso sempre crescente dell’intelligenza spaziale. Inoltre le capacità di lavorare in gruppo e di risolvere problemi inaspettati richiedono pensiero divergente e competenze interpersonali, che nell’ottica di Gardner si rispecchiano nell’intelligenza introspettiva. In questa prospettiva anche l’educazione, di conseguenza il contesto scolastico, deve cercare di aprirsi a un panorama nel quale si formino cittadini in grado di appropriarsi di una diversità di competenze, quindi di intelligenze, attualmente necessarie.

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Un ulteriore tassello da aggiungere al puzzle dell’incontro riguarda il riferimento ai beni relazionali che, prendendo ancora una volta in considerazione gli studi di Martha Nussbaum, vengono definiti come le esperienze umane dove è il rapporto in sé a costituire il bene; di conseguenza  sono anche “beni di relazione”,  nei quali uno degli elementi fondamentali è la condivisione e dove la relazione è il bene, che non deve essere considerato strumento per o funzionale allo scambio economico. Mettere l’accento sul sostantivo ci aiuta ancor più a renderci conto della sua natura: è un bene e non una merce, ha cioè un valore ma non ha un prezzo.
Attingendo nuovamente all’introduzione del libro possiamo leggere come “È in questo quadro – di macerie ma anche di una transizione potenzialmente fertile – che emergono sempre più nella società comportamenti che sostituiscono il “noi” all’”io”, la condivisione alla divisione, la cooperazione alla frammentazione. Definiamo l’economia del noi come un insieme di esperienze fondate sui legami sociali, nelle quali gruppi di persone entrano in relazione e cercano soluzioni comunitarie a problemi economici, ispirate a principi di reciprocità, solidarietà, socialità, valori ideali, etici o religiosi. Fuori dalla logica esclusiva dell’homo economicus, spesso contro di essa, ma dentro il mercato. Fuori dalla scena politica istituzionale, ma spesso con l’ambizione di portare una propria visione politica nel fare quotidiano. Fuori dall’universo chiuso dei beni proprietari, nello spazio aperto dei beni comuni”. Esempi sono dati dal largo spazio dato alle start up e all’innovazione sociale, che si basano su co-working e sharing. L’esperienza di The Hub, rete sociale di giovani imprenditori (http://www.the-hub.net/), rappresenta un chiaro e felice prototipo di queste nuove realtà.
Nella ricerca di soluzioni e vie innovative basate sul noi però, afferma la stessa giornalista, bisogna allontanarsi da una visione negativa. In questo tipo di soluzioni infatti c’è il rischio di abbracciare un tratto comunitario escludente che si manifesta in un “noi contro loro”, cioè in un noi asociale. Una comunità che vuole considerarsi aperta e integrata deve infatti possedere una visione valoriale verso il futuro: se non si abbraccia una concezione del noi sociale, anche una rete da aperta diventa chiusa.

 

Profilo dell’autore

Lucia Ladowski Ufficio stampa della Fondazione Lavoroperlapersona. Laureata in Lettere presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Macerata, ha conseguito il Master in Editoria, Giornalismo e Management Culturale presso la Facoltà di Filosofia, Lettere, Scienze Umanistiche e Studi Orientali dell’Università di Roma La Sapienza. Ha svolto uno stage presso la casa editrice Contrasto, specializzata in libri illustrati e organizzazione di mostre fotografiche, supportando l’attività dell’ufficio stampa. Si è occupata dell’ufficio stampa e dell’organizzazione del convegno Roma Noir 2013. Letteratura della crisi, letteratura del conflitto, manifestazione annuale dedicata al romanzo nero contemporaneo organizzata dall’Università di Roma La Sapienza.

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