La Biblioteca nell’età dei social networks

Da contenitore di libri a luogo di partecipazione, scambio, inclusione sociale.

di Giannandrea Eroli

Fondare biblioteche, è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che da molti indizi, mio malgrado vedo venire” (Memorie di Adriano, Marguerite Yourcenar,  Einaudi, Torino, 1988, p. 123). Nel 1951, anno in cui venne data alle stampe la prima edizione delle Memorie di Adriano, la Francia stava vivendo un periodo della sua storia molto critico: la seconda guerra mondiale era terminata da appena sei anni, ma ancora il paese doveva recuperare i guasti materiali e morali che l’occupazione nazista si era lasciata dietro. La lotta di liberazione appena conclusa aveva il proprio contraltare nei movimenti di liberazione nazionale che germogliavano nelle colonie, ma anche sullo stesso territorio metropolitano, in ragione dei potenti flussi migratori che dalle periferie dell’impero in decomposizione si trasferivano nelle periferie delle città francesi, trasformandole in un inedito mosaico multietnico.

Rivendicare, come faceva nel passo citato Yourcenar, la funzione sociale delle biblioteche pubbliche, proiettandone la necessità  verso un futuro incerto e inconoscibile, non era affatto banale: non lo era nella Francia di allora, non lo è, mutatis mutandis,  nell’Italia di oggi, debilitata dalla crisi e in difficoltà sulle politiche di inclusione dei migranti.
Il percorso delle biblioteche italiane anche allora presentava diverse analogie con quello francese: se in Francia le trasformazioni sociali in atto nel dopo guerra avevano causato la crisi delle biblioteche popolari – luoghi di alfabetizzazione e aggregazione per le classi operaie -, in Italia l’uso che a fini propagandistici ne aveva fatto il Fascismo ne aveva provocato la delegittimazione.

Questa crisi si traduceva in concreto in entrambe i paesi nel misconoscimento della funzione sociale della lettura, prediligendo il modello classico della biblioteca pubblica, un’istituzione la cui prima finalità era quella della conservazione. I bisogni che avevano permesso l’esperienza delle biblioteche popolari, quali la lotta all’analfabetismo e l’identità operaia erano percepiti diversamente, ridefiniti  da questioni più pressanti. I flussi migratori dell’età della decolonizzazione in Francia e della migrazione interna dal Sud al Nord in Italia incominciavano a cambiare l’aspetto di interi quartieri e le modalità di fruizione degli spazi pubblici, rendendo in breve la questione dell’integrazione una delle priorità sociali più sentite. Le biblioteche pubbliche, come del resto la scuola stessa, non avevano – e ancor oggi in Italia non hanno – gli strumenti adatti a favorire una buona integrazione degli immigrati e dei nuovi cittadini, perché concepite per soddisfare bisogni culturali e didattici del territorio metropolitano. Come se non bastasse, il contemporaneo affermarsi dei linguaggi visuali, prima del cinema e poi soprattutto della televisione, portò con se un inesorabile cambiamento delle abitudini legate al consumo e alla divulgazione delle informazioni. Un cambiamento di abitudini generalizzato che cominciò ad avere ripercussioni soprattutto sulle biblioteche pubbliche non specializzate: mentre studiosi e professionisti continuavano ad utilizzare biblioteche accademiche e specialistiche, il cittadino medio faticava sempre più a riconoscere le funzioni e i servizi delle strutture pubbliche. Spesso il migrante o il cittadino di seconda generazione non vi si riconosceva affatto.  Il consolidarsi del cliché che dipingeva le biblioteche come austeri luoghi polverosi, dove solo una minoranza poteva ritenersi benvenuta, sembrava confermarsi nella fuga verso l’autoreferenzialità, attuata attraverso tecnicismi biblioteconomici e l’esasperata normatività e pervasività dei regolamenti. Oggi in Italia questa pesante eredità, sebbene siano passati più di sessanta anni dalla pubblicazione delle Memorie di Adriano, si traduce in una percezione comune  di gran parte del pubblico che di fatto marca l’ampia distanza semantica tra i metalinguaggi formali della biblioteca tradizionale e le pratiche comunicative informali di uso comune.

Eppure, la biblioteca può svolgere ancora un ruolo importante, anche nell’era dei social networks: diventare un luogo di partecipazione, condivisione e scambio, inclusione sociale, proponendosi come spazio fisico di intermediazione di saperi, linguaggi e culture, ma anche come luogo di (ri)costruzione della cittadinanza; un presidio sociale e culturale capace di utilizzare in maniera affatto passiva e acritica i media digitali e l’universo della rete, intesi come strumenti e mai come fini, in grado di aggiungere valore e qualità all’offerta proposta al pubblico. Per questo, però, è necessario un profondo cambiamento, che deve coinvolgere innanzitutto le strategie di comunicazione e i linguaggi della biblioteca stessa: una consapevolezza che, come si vedrà più avanti e in successivi interventi, è germogliata e maturata in alcuni casi ben prima di internet e del web 2.0. Se in ambito scientifico il linguaggio formale specifico è un elemento assolutamente necessario, una biblioteca pubblica generalista deve sforzarsi di parlare al proprio pubblico con linguaggi vicendevolmente e facilmente intellegibili, pena il declino e la marginalizzazione: già alla metà degli anni ’70, Heinz Emunds, direttore della Biblioteca Civica di Munster, riteneva fondamentale disporre le collezioni in modo più amichevole e riconoscibile per il visitatore. Occorreva passare da un tipo di organizzazione degli ambienti astrattamente predeterminata ad una sistemazione dove il fattore discriminate fosse la facile leggibilità e interpretabilità di spazi, segni e comportamenti da parte del pubblico. Il metodo proposto e adottato da Emunds si ispirava quindi all’organizzazione delle librerie commerciali perché aveva riconosciuto nella “forma” commerciale una lingua “universale” che più o meno tutti erano in grado di utilizzare. Esso si basava sulla tripartizione degli spazi della biblioteca: un’area di vicinanza,  “calda”, prossima all’ingresso dove dare risposta alla curiosità generica e non focalizzata; un’area intermedia dedicata alla ricerca tematica del visitatore; un’area di lontananza, “fredda”, corrispondente di solito al magazzino.

La strada aperta a Münster e l’esperienza delle public libraries anglo-sassoni, dalla valenza più sociale che culturale, hanno contribuito a vivacizzare il dibattito sulla biblioteca pubblica fino ai giorni nostri, favorendo l’integrazione di nuovi media e di nuove culture come quelle dell’open source e delle reti. Le public libraries sono diventate oramai dei presidi territoriali di carattere sociale indispensabili: disoccupati, senza tetto, migranti, persone che non hanno la possibilità di comprare libri, navigare sul web o possedere un personal computer trovano nelle biblioteche dei luoghi dove poter accedere gratuitamente a servizi che li vedrebbero esclusi e che non consentirebbero loro, in alcuni casi, di usufruire di diritti elementari di cittadinanza. Accanto ai servizi tradizionali, alla connettività e recentemente al web partecipativo (le libraries 2.0), si sono cominciate ad offrire ulteriori attività, dai laboratori alle mostre fino a corsi di formazione spendibili sul mercato del lavoro. Progettare una nuova biblioteca oggi non significa più costruire un luogo consacrato alla conservazione, ma uno spazio aperto, capace di disseminare e stimolare, inclusivo, partecipativo, dove tutti possano sentirsi a loro agio; una piazza che nel rispetto delle diversità sappia costruire percorsi di integrazione, un focolare intorno a cui ricostruire una comunità.

Come sostiene Antonella Angoli, “una biblioteca pubblica ben gestita è un luogo che aumenta il capitale sociale di un territorio”. In fondo anche le biblioteche – granai dell’Imperatore Adriano – erano concepite per aumentare il capitale sociale: i granai infatti non si limitano a conservare, ma sfamano e seminano nuovi raccolti.
A questo articolo prossimamente ne seguirà un altro, dedicato ad uno dei case history più significativi degli ultimi dieci anni: l’esperienza degli Idea Store di Tower Hamlets, Londra. Quattro centri culturali innovativi, realizzati intorno a quattro biblioteche, capaci di fornire tra i tanti servizi anche ben mille corsi di formazione all’anno, in buona parte destinati a contrastare disoccupazione e drop-out scolastico.

 

Riferimenti

Caro Sindaco parliamo di biblioteche”, Antonella Agnoli, Editrice Bibliografica, Milano 2011.

Le piazze del sapere: Biblioteche e libertà”, Antonella Agnoli, Editori Laterza, Roma – Bari, 2009.

I nuovi confini della biblioteca”, a cura di Massimo Bellotti, Editirce Bibliografica, Milano, 2011.

Introduction à l’histoire de la lecture publique“, Noë Ricther, Bulletin des Bibliotheques de France, 1979, n° 4, p. 167-174.

La biblioteca tripartita: dalla Germania un modello organizzativo alternativo per la pubblica lettura”, Laura Ricchina in “Biblioteche oggi”, Gennaio 1997, p. 52-61.

Fabietti e le biblioteche popolari”, Paola Gargiulo, in “Biblioteche oggi”, Ottobre 1994, p. 64-67.

 

Profilo dell’autore

Giannandrea Eroli. Laureato in lettere e con un Master in HR, gestisce la biblioteca e la rete aziendale della Fondazione Angelo Colocci di Jesi, sede dei corsi di laurea in Scienze Giuridiche Applicate del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Macerata, di Master, corsi di formazione ed eventi. In quest’ambito ha redatto vari progetti ed è stato formatore per i volontari del Servizio Civile Nazionale in servizio presso la sede della Fondazione Colocci.

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