L’importanza strategica delle seconde generazioni

di Vittorio Lannutti

La questione delle seconde generazioni è cruciale rispetto alla ridefinizione dell’integrazione nelle società riceventi, nelle quali le popolazioni immigrate sono stabilmente insediate. Quando in un Paese arrivano e/o nascono le seconde generazioni significa che l’immigrazione non è più un fenomeno estemporaneo, ma al contrario è diventato strutturale. Il modo in cui socializzano e soprattutto come vengono percepiti e trattati i giovani di origine straniera sono determinanti per la direzione che prenderà la società ricevente e la sua stessa coesione sociale. L’importanza strategica delle seconde generazioni consiste nel fatto che queste ci stanno dando la possibilità di percepire loro, ma anche noi stessi, all’interno di un sistema di appartenenze multiple ed interdipendenti, cui sottostanno lo scambio, la relazione interculutale, la costruzione dell’appartenenza e dell’integrazione.

Le seconde generazioni sono il prodotto finale di due processi: il progetto di stanzializzazione dei genitori e la capacità di accoglienza delle società nelle quali stanno crescendo. Queste, infatti, anche se involontariamente, rappresentano un cambiamento nelle società nelle quali stanno socializzando, perché sono gli esponenti dell’incrocio di due culture: quella di origine e quella del Paese in cui vivono. Sono dunque i portatori della difficoltà di integrazione di due mondi culturali distinti e distanti. La loro è una generazione fondamentale, perché il modo in cui questi riescono a rielaborare dentro di loro queste realtà differenti è predittivo per le generazioni successive. Nella struttura sociale cui aderiscono svolgono la funzione di indurre gli autoctoni ed i policy maker a rendersi conto che nella loro società è in atto un cambiamento sociale irreversibile, che produrrà nuove tipologie relazionali ed introdurrà nuovi elementi culturali, rispetto ai quali bisognerà prendere le giuste e razionali misure, che dovrebbero indirizzarsi verso un’inclusione paritaria, che si può evincere dai risultati scolastici, dalle scelte delle scuole medie superiori e/o della formazione professionale, da quanti conseguono una laurea. Tuttavia, non è facilmente prevedibile l’esito del processo di integrazione. Il principale indicatore utile per capire come la società nella quale vivono le seconde generazioni ha deciso di indirizzare le sue risorse per dare loro le stesse possibilità offerte agli autoctoni, è la classe sociale nella quale si collocano una volta diventati adulti. Il caso delle seconde generazioni immigrate, inoltre, rimanda alla tensione tra l’immagine sociale modesta e collegata ad occupazioni umili dei loro genitori, e l’acculturazione agli stili di vita e alle rappresentazioni delle gerarchie occupazionali acquisita attraverso la socializzazione nel contesto delle società riceventi. Il destino delle seconde generazioni è mediato dalle istituzioni sociali che incontrano nel processo di socializzazione:

1)    la famiglia: dove emergono processi educativi ambivalenti tra il mantenimento di codici culturali tradizionali ed il desiderio di integrazione ed ascesa nella società ospitante;

2)    la scuola: il livello di istruzione dei genitori è il più importante predittore del successo scolastico.

Da questa prospettiva, il problema delle seconde generazioni si pone non perché i giovani di origine immigrata siano culturalmente poco integrati, ma al contrario perché, essendo cresciuti in contesti economicamente più avanzati, hanno sviluppato esigenze, gusti, aspirazioni, modelli di consumo propri dei loro coetanei autoctoni. Diventati adulti, come gli autoctoni, tendono a rifiutare le occupazioni subalterne accettate di buon grado dai loro padri. Se non hanno successo nella scuola, se non riescono a trovare spazio nel mercato del lavoro qualificato, i figli di immigrati rischiano di alimentare  un potenziale serbatoio di esclusione sociale, devianza, opposizione alla società ricevente e alle sue istituzioni. È dunque importante interrogarsi su quante e quali siano le opportunità di integrazione che vengono offerte a questi giovani nelle società sviluppate (Ambrosini, 2005, Ambrosini e Molina, 2004).

Gli Usa ed i Paesi europei stanno vivendo una trasformazione radicale. Stanno passando, infatti, da una struttura caratterizzata da un’unica cultura e da una lingua comune ad una sostanziale confederazione di comunità etnico-linguistiche separate, perché in base ai processi di inserimento ed ai retaggi culturali, le seconde generazioni possono prendere coscienza della loro condizione di minoranze etniche, al cui interno rielaborano modelli di educazione familiare ed il patrimonio culturale, alla luce della cultura del Paese in cui sono inseriti. In questa dinamica assume un’importanza strategica il capitale sociale, (argomento che sarà trattato più avanti) che questi giovani hanno a disposizione nelle interazioni scolastiche, con i pari e nella rete migratoria. Tuttavia, è importante anche considerare come si sono sviluppati i processi di acculturazione [1] e di incorporazione [2] nella società di accoglienza. I figli dell’immigrazione svolgono un percorso identitario e di inclusione con caratteristiche molto diverse rispetto a quelle dei loro genitori, dovendo fare i conti con il capitale sociale e culturale che hanno a disposizione. Gli input che arrivano loro da queste due forme di capitale, insieme ai processi di globalizzazione e alle eventuali situazioni di transnazionalismo e di deterritorializzazione che le loro famiglie stanno vivendo, determinano una pluralità di condizioni e di situazioni che rendono imprevedibili i loro esiti.

 

Riferimenti

Ambrosini M., (2005). Sociologia delle migrazioni. Il Mulino, Bologna.

Ambrosini M. Molina S. (2004). Seconde generazioni. Fondazione Giovanni Agnelli, Torino.

Beck U., (2003). La società cosmopolita, il Mulino, Bologna.

Bourdieu, P., (1986). The Forms of Capital, in J. G. Richardson (a cura di), Handbook of Theory and Research for the Sociology of Education, Greenwood Press New York.

Coleman J. C. (2005), Fondamenti di teoria sociale, il Mulino, Bologna.

Lannutti V. (2007). I rapporti familiari, amicali e di genere, in Pattarin E. (a cura di), Fuori dalla linearità delle cose semplici, Franco Angeli, Milano.

Lannutti V., (2010). Le seconde generazioni nella Regione Marche: modalità relazionali dei giovani migranti in Sospiro G. (a cura di) Tracce di G2, Franco Angeli, Milano.

Putnam R., (2004). Capitale sociale e individualismo, il Mulino, Bologna.

 

Profilo dell’autore

Vittorio Lannutti collabora come ricercatore presso l’Università “G. d’Annunzio” di Chieti-Pescara, è sociologo, formatore e counselor. Ha svolto in equipe diverse ricerche scientifiche cofinanziate dal MIUR e dal FEI, e ha pubblicato saggi e articoli scientifici tra i quali recentemente Migrare al femminile in una provincia del Centro-sud (2011, in collaborazione con Eide Spedicato), Diffidenza e ostilità in un’isola felice (2012, in collaborazione con Ennio Pattarin e Giampaolo Milzi), Incontrarsi nello spazio dell’accoglienza (2013, in fase di stampa, in collaborazione con Dafantila Hoxa).



[1] “Il termine acculturazione va distinto da quello di inculturazione. L’inculturazione è un processo di appropriazione del patrimonio culturale e dei tratti distintivi della cultura di riferimento e ciò avviene in genere a partire dalla nascita e lungo tutto il percorso di socializzazione del soggetto. L’acculturazione sta a significare l’accesso ad un’altra cultura o ad alcuni dei suoi aspetti da parte di chi è già stato oggetto di inculturazione nella propria cultura d’origine. L’emigrazione e l’arrivo in una nuova società implicano processi di acculturazione alla cultura di accoglienza, ma anche forme di acculturazione reciproca”. Besozzi E. Una generazione strategica in Besozzi E., Colombo M, Santagati M. (a cura di) Giovani stranieri, nuovi cittadini, Franco Angeli, Milano, pag. 16

[2] Per incorporazione si intende l’inserimento in un determinato ‘corpo sociale’.

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