Blog EllePì – Abitare la sfera pubblica

di Roberto Gatti

L’essenza propria dell’abitare la sfera pubblica, in ogni sua articolazione, è, nella storia politica dell’Occidente, strettamente legata all’idea che in questa sfera deve dominare l’universale, cioè che ogni soggetto agente in tale sfera ha il dovere di realizzare il superamento di tutto quanto lo trattiene nella sua particolarità. La traduzione che opera la teoria democratica di questo principio si rende concreta nella “deliberazione”, che è (o dovrebbe essere) quel processo discorsivo nel corso del quale, mediante l’uso della ragione e dell’argomentazione, si giunge a decisioni che di questo confronto sono il prodotto finale e che, in quanto basate su un consenso sempre provvisorio, rimangono aperte alla correzione e alla revisione.

Non è certo difficile cogliere dove sta, in pressoché tutte le attuali democrazie, la cruciale indigenza della sfera pubblica rispetto a questa modalità tipica dell’abitare le nostre ormai enormemente estese e complesse agorai. Sta nel fatto che la sfera (non più) pubblica è dominata non dalla ricerca dell’universale e dal perseguimento della decisione ragionevole, ma dai loro due opposti speculari: dal particolarismo e da spinte irrazionalistiche che danno ogni giorno prova di sé a quasi ogni livello istituzionale, compresi quelli più alti. E allora, se qualcosa di nuovo e diverso lo desideriamo sul serio, dovremmo, una volta abbandonati gli irrigidimenti formalistici e le tentazioni decisionistiche, smettere di pensare la sfera pubblica democratica come spazio ristretto di una competizione tra minoranze per il voto popolare, competizione che decide chi dovrà governare. O come luogo di una negoziazione il cui fine è di soddisfare, mediante il compromesso, interessi specifici, ognuno dei quali pretende di essere, nella decisione finale, salvaguardato come tale. Dovremmo, invece, cominciare a considerarla come un sistema in cui il parlamento opera sulla base dell’ascolto attento e serio di un confronto delle opinioni che incessantemente si svolge nella società; partendo da qui emana le leggi, al governo rimanendo affidato il fondamentale (ma circoscritto) compito di garantire l’indirizzo politico del paese. Finché la nostra rimarrà una repubblica parlamentare, questo è il modello da seguire. Ed è un modello che implica la possibilità della coesistenza piena, anche se certo non facile, di democrazia rappresentativa e democrazia deliberativa; e nel quale, inoltre, la democrazia deliberativa costituisce un modo di incrementare il livello e la qualità della partecipazione ai processi decisionali.

Sarà bene rammentare, a questo proposito, l’art. 3: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Si può quindi del tutto legittimamente affermare che la modalità specifica dell’abitare la sfera pubblica democratica è la partecipazione che punta a massimizzare la responsabilità dei cittadini ai vari livelli della società e che richiede a ognuno di essi di operare quale parte di una comunità deliberante, che, come ha sostenuto Jürgen Habermas, va dalla variegata “sfera pubblica” alle istituzioni parlamentari e governative.

La direzione in cui potrebbe portare il modello che ho cercato di abbozzare dovrebbe essere comunque chiara, così come chiari dovrebbero essere i nodi che si offrono alla riflessione in tale prospettiva. Il primo riguarda l’espansione dello spazio politico, da estendere molto oltre il piano della sovranità statuale, perché divenga il luogo di una deliberazione allargata e articolata in livelli differenziati. Il secondo concerne l’immediata conseguenza di questa trasformazione: la “società civile” deve assumere la sua parte di responsabilità politica. Ciò avverrebbe in ragione del suo protendersi all’“universale”, poiché non dovrebbe esistere (e siamo al terzo punto) nessuna attività e istituzione che, nel momento in cui si preoccupa legittimamente del suo ambito proprio e specifico, non lo rapporti anche alla compatibilità con il bene comune del paese. Mi pare che, quando la Costituzione parla della partecipazione nell’art. 3, sopra citato, intenda esattamente questo possibile e auspicabile sviluppo da un pluralismo sociale a un pluralismo sociale e politico [1]. Ogni istituzione del pluralismo è politica perché non può (anche se oggi questo accade regolarmente) staccare il proprio interesse da quello della nazione. La sintesi e la mediazione tra particolare e universale non andrebbero più affidate solo al parlamento e al governo (secondo una concezione verticistica della democrazia), ma dovrebbero essere il criterio e il modo di agire di ognuna di queste istituzioni, in modo che la sintesi finale sia già preparata, per quanto possibile, in un processo che la precede e la rende più agevole. In quest’articolazione nuova sta il modo proprio dell’“abitare” uno spazio pubblico in cui ogni gradino costituisce un passaggio della dinamica partecipativa e deliberativa verso la decisione finale, in tutti i campi possibili. E’ l’unico modo, tra l’altro, per non far vincere il “localismo”.

 

Per approfondire

B. Gbikpi, Dalla teoria della democrazia partecipativa a quella deliberativa: quali possibili continuità? in http://www.sociologia.uniroma1.it/users/Moini/gbipki_05.pdf.pdf

M. Boninu, Democrazia deliberativa, costituzione, volontà generale, LUISS University Press, Roma 2012



[1] Con il termine “pluralismo” -che mutuo sostanzialmente dalla tradizione della filosofia politica personalistica di Maritain e Mounier- intendo far riferimento alla concezione secondo cui è bene che la società politica sia articolata in una serie di corpi e organismi le cui caratteristiche fondamentali sono la sostanziale autonomia dalle interferenze dello Stato e la possibilità di esercitare compiti propri in relazione alle varie sfere della convivenza, godendo delle risorse necessarie a questo fine. I sostenitori di tali teorie muovono tutti dalla convinzione che né le procedure escogitate dal costituzionalismo, né le tecniche della rappresentanza sono strumenti sufficienti per realizzare un efficace controllo del potere e una soddisfacente autodeterminazione da parte dei cittadini. Essi pongono in risalto che, a tal fine, non basta che l’autorità sia limitata attraverso le strategie del costituzionalismo e che sia altresì aperta a quella molto parziale forma di partecipazione consentita dalle istituzioni rappresentative. È, in più, necessario -come sottolineano- che l’autorità sia decentrata e non monopolizzata, cioè che il suo esercizio sia sottratto, per quanto è possibile, allo Stato e affidato alle libere organizzazioni che nascono nel tessuto sociale. Vedi, per un quadro più completo, R. Gatti, Filosofia politica. Gli autori, i concetti, i problemi, La Scuola, Brescia 2011.

 

Profilo dell’autore

Roberto Gatti insegna Filosofia politica nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Perugia. E’ condirettore della rivista “Cosmopolis”, dirige il sito della Società italiana di Filosofia politica, società di cui è stato presidente.  Fa parte del Comitato direttivo di altre riviste, tra cui “Annuario di Filosofia” (Rubettino) e “Dialoghi” (organo ufficiale dell’Azione cattolica italiana). E’ membro del Comitato scientifico dell’Istituto per gli studi sociali “Vittorio Bachelet” e del Centro dei congressi di cultura europea dell’Universidad de Navarra, della Collana “Methexis” (Firenze University Press). E’ responsabile del settore di Filosofia del Dipartimento di Filosofia, Linguistica e Letteratura dell’Università di Perugia. Tra le sue pubblicazioni: Il chiaroscuro del mondo. Il problema del male tra moderno e post-moderno (1997); traduzione e cura, per i tipi di Rizzoli, di J.-J. Rousseau, Il contratto sociale (2005); “L’impronta di ciò che è umano”. Saggi di filosofia (2006); Filosofia politica (2007); Il problema teologico-politico e il ritorno della religione nella sfera pubblica (2009), Fede, ragione, politica nella Città secolare (2010), Politica e trascendenza. Saggio su Pascal (2010), Rousseau, il male, la politica (2011); Storie dell’anima. Le “Confessioni” di Agostino e Rousseau (2012).

 

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