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di Andrea Granelli Mai come oggi il futuro incerto e imprevedibile ci richiede di attingere dal passato ispirazioni e rassicurazioni.  Questo è stato uno dei motivi che ha spinto Chris Lowney - ex gesuita e per oltre 20 anni Direttore generale di J.P.Morgan, una delle più importanti banche globali - a scrivere un libro, Heroic Leadership. Best Practices from a 450 Year Old Company That Changed the World, basato sulle lezioni di leadership di una "company"  - la Compagnia di Gesù  - che sta raggiungendo i 500 anni di età e conta 21.000 "professional" che gestiscono 2.000 istituzioni (le cosiddette Opere) presenti in oltre 100 Paesi. I tempi sono infatti cambiati - caratterizzati oggi dall'incertezza per il futuro e dalla crisi dei fondamenti dei saperi - e ci deve dunque venire in soccorso la storia e la letteratura sapienziale, che ha sedimentato in secoli la saggezza dell'uomo e la comprensione profonda dei suoi comportamenti. Il suo respiro è dunque secolare e non di qualche anno, come i libri dei cosiddetti guru del management. Sono quindi contributi molto più profondi per costruire una leadership efficace e duratura.

di Gabriele Gabrielli Se ne fa un gran parlare, a ogni livello. La necessità di valorizzare la prospettiva di genere nella vita civile e pubblica, nel governo delle imprese e del lavoro, riempie convegni e seminari, dibattiti politici e talk show. Ora anche il dibattito sulla governance di organizzazioni e di futuri governi, almeno a sentire i candidati premier impegnati nelle primarie già svoltesi e quelle che, forse, si svolgeranno. Le differenze di genere pesano davvero tanto. Troppo. A richiamare l’attenzione sul tema, di recente, sono stati alcuni dati di uno studio dell’INPS che ha rappresentato la base informativa sul nostro Paese per l’elaborazione del The Global Gender Gap Report 2012. Riguardo l’occupazione, solo una donna su tre lavora e il gap di genere nelle retribuzioni non ha bisogno di tanti commenti. Ricordiamolo con qualche evidenza.

di Roberto Gatti L’essenza propria dell’abitare la sfera pubblica, in ogni sua articolazione, è, nella storia politica dell’Occidente, strettamente legata all’idea che in questa sfera deve dominare l’universale, cioè che ogni soggetto agente in tale sfera ha il dovere di realizzare il superamento di tutto quanto lo trattiene nella sua particolarità. La traduzione che opera la teoria democratica di questo principio si rende concreta nella “deliberazione”, che è (o dovrebbe essere) quel processo discorsivo nel corso del quale, mediante l’uso della ragione e dell’argomentazione, si giunge a decisioni che di questo confronto sono il prodotto finale e che, in quanto basate su un consenso sempre provvisorio, rimangono aperte alla correzione e alla revisione.

La formazione per il cambiamento

di Laura Copparoni Rifacendomi alle osservazioni avanzate dal Prof. d’Aniello in Apprendistato, formazione e senso del lavoro, vorrei soffermare l’attenzione sulla questione relativa alla formazione professionale delle giovani generazioni, marcando, in particolar modo, il riguardo verso il carattere etico-educativo della stessa. Nonostante si riscontri la volontà, che sembra contraddistinguere ciascuna delle proposte e degli effettivi provvedimenti mossi in campo legislativo, di rilanciare l’apprendistato quale fondamento dell’esperienza formativa e lavorativa in generale, le difficoltà, che si sono riscontrate nel passato, permangono e trovano, a tutt’oggi, ancora campo fertile.  

di Luca Alici Scrive Teofilo di Antiochia ai pagani che gli chiedevano di mostrare loro il suo Dio: “Mostrami il tuo uomo e io ti mostrerò il tuo Dio”. Qualche secolo dopo, per traslato, potremmo dire all’uomo di oggi in cerca di se stesso: “Mostrami la tua città e io ti mostrerò il tuo uomo”. E cosa ci direbbe oggi la città dell’umanità nelle sue costitutive dinamiche relazionali? Se volessimo estremizzare, provocatoriamente potremmo dire: il freddo anonimato di alcuni luoghi pubblici e la solitaria rinchiusa esistenza di privati cittadini. Due immagini, apparentemente così lontane, che come vasi comunicanti ci dicono la connessione tra le difficoltà quasi croniche dei legami e la crisi quasi patologica della città. Sotto il fuoco incrociato dei dubbi sulla possibilità di durare, della strumentalizzazione in senso funzionale e della individualistica centratura sul proprio sé, il legame sociale si trova al cospetto della sfida di riabilitare la propria – oramai delegittimata – indispensabilità nella formazione dell’identità di ognuno.

Il linguaggio della fotografia

L’interculturalità può passare anche attraverso una foto? di Giacomo Frison   Scattare una foto significa congelare un istante di vita. Un istante di creatività soggettiva, che nasce dagli occhi del fotografo, dalla sua mente, dalla sua sensibilità e dai suoi sentimenti, dalla sua fantasia e dal suo talento. Chi tiene in mano una macchina fotografica ha una sua identità, è cresciuto in uno specifico ambiente sociale e ha coltivato una sua cultura personale.