“Le candeline non si spengono: le teniamo accese”. Le parole di Gabriele Gabrielli, presidente della Fondazione Lavoroperlapersona, al X Seminario sull’Accoglienza
Quando c’è una torta, il festeggiato ha un compito: spegnere le candeline. Gabriele Gabrielli, presidente della Fondazione Lavoroperlapersona, chiudendo il X Seminario Interdisciplinare sull’Accoglienza a Offida, ha scelto un’altra strada. Le quindici candeline della Fondazione non vanno spente: vanno tenute accese. E altre ne vanno accese, a cominciare da quelle che arrivano dai giorni di lavoro appena trascorsi.
La prima candelina riguarda il superamento di quella che, nella lecture di Rosangela Lodigiani, è stata definita una «visione antropologica negativa». L’essere umano non è soltanto homo oeconomicus, individuo orientato a massimizzare il proprio interesse. È relazione, comunità, reciprocità. Anche gli studi più recenti dell’economia comportamentale, richiamati da Lodigiani, mostrano quanto la persona sia naturalmente orientata all’altro e quanto fiducia, cooperazione e legami sociali incidano concretamente sulle nostre scelte.
Da qui prende forma la seconda candelina: il lavoro per gli altri. È una prospettiva che ha attraversato diversi interventi del Seminario e che Vittorio Pelligra ha affrontato dal punto di vista economico, richiamando il ruolo della reciprocità, della fiducia e delle relazioni nella costruzione del valore. Il lavoro, in questa prospettiva, non è soltanto una prestazione attraverso la quale ottenere un reddito o soddisfare un interesse individuale: è anche un’attività che produce conseguenze nella vita degli altri e che può generare cooperazione, fiducia e bene comune. Anche il lavoro, allora, può essere letto come uno spazio nel quale non ci limitiamo a produrre qualcosa per qualcuno, ma contribuiamo a costruire relazioni e condizioni di vita condivise. La relazione, dunque, non è un elemento accessorio dell’economia. È parte di ciò che rende possibile il lavoro stesso.
La terza candelina è quella della risignificazione del lavoro, che si muove in due direzioni. C’è la dimensione personale, con le sue incertezze e le sue domande di senso, e quella organizzativa, perché anche le imprese devono oggi confrontarsi con la necessità di restituire significato all’esperienza lavorativa. Tutto questo accade in un mondo nel quale l’intelligenza artificiale sta trasformando rapidamente il lavoro. Le lecture di Aizhan Tursunbayeva e Fabrizio D’Aniello hanno mostrato, da prospettive diverse, le questioni che questa trasformazione pone. Non soltanto quali attività saranno automatizzate o quali competenze cambieranno, ma anche come custodire l’umano dentro organizzazioni sempre più tecnologiche. Forse una parte della promessa del lavoro sta proprio nella capacità di custodire la relazione e il bisogno dell’altro. Nasciamo vulnerabili e dipendenti dagli altri: questa condizione non è un limite da cancellare, ma un dato umano da riconoscere. Anche per questo il lavoro può essere uno dei luoghi nei quali la nostra vulnerabilità diventa occasione di incontro, responsabilità e reciprocità.
Il senso del lavoro, ha suggerito Gabrielli, è allora un insieme di candeline: riconoscimento, autonomia, appartenenza, utilità, relazione. Non una risposta unica e definitiva, ma una pluralità di dimensioni attraverso le quali il lavoro può tornare a essere un’esperienza capace di incidere sulla vita delle persone. Le candeline, dunque, sono molte. E prima di chiudere resta una domanda, suggerita anche dallo spettacolo teatrale Fondata sul lavoro di Domenico Galasso, che richiama il primo articolo della Costituzione: «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro». Ma che cosa è fondata sul lavoro? La risposta è semplice: è la vita ad essere fondata sul lavoro. Ed è forse proprio per questo che le candeline non vanno spente. Vanno tenute accese: perché continuino a illuminare il rapporto tra persona, lavoro e comunità e a ricordarci che parlare di lavoro significa, in fondo, parlare della vita delle persone.