Reportage EllePì – Quale cura per il lavoro di cura? – Capitolo 2- Precarietà (1 di 2)


Questa è la Prima parte del Secondo capitolo del reportage a puntate dal titolo “Quale cura per il lavoro di cura? Storie di salute, diritti e lavoro” realizzato da Valentina Brini e Annalise D’Egidio nell’ambito della collaborazione con la Scuola di Reportage e Fotografia Jack London. Il primo capitolo è visualizzabile nel nostro sito.


Serena è una professionista precisa e molto pacata. Pondera con cura le parole, si esprime con rigore e non lascia nulla al caso. Quando lo ritiene necessario, riprende concetti già espressi e li collega alla trama del ragionamento in corso, con il duplice effetto di approfondire entrambi. Una cura così scrupolosa del pensiero e della sua resa – oggi assillo e cimento dei più, ma spesso con esiti sconfortanti – mi colpisce e mi lascia sinceramente ammirata. Non la conosco abbastanza per dire in che misura questa sua attitudine sia innata e quanto, invece, acquisita nel tempo, mediante l’esercizio della professione medica. Suppongo che entrambe le cose siano vere e, oltretutto, a rigore, l’una non esclude l’altra. Anzi, insieme delineano un ideale profilo dell’operatore del SSN: competente, coscienzioso, affidabile, dedito. Per la sua serietà e per quanto finora ho provato a dire, Serena mi ispira una fiducia istintiva. Non a caso, fin dalle prime battute del nostro incontro – sedute sulla panchina del parco pubblico dove ci siamo date appuntamento – mi è tornato in mente un libro letto anni addietro: Un uomo fortunato. Storia di un medico di campagna. Capita anche a me, infatti, di ritrovarmi a raccontare di una professione in piena trasformazione, la stessa di cui si era già occupato Berger nella seconda metà degli anni sessanta, volendo qui equiparare il medico di medicina generale (MMG) alla figura del medico rurale, più per continuità ideale che per sovrapposizione funzionale.

Il dottor John Sassall, che esercitava nella contea inglese del Gloucestershire, lavorava guidato da un profondo senso del dovere e di responsabilità. Grazie a un’efficace combinazione di ascolto, fiducia e umanità1, assicurava alla comunità le migliori cure possibili, sebbene non sempre conducessero alla remissione della malattia. Uomo di scienza più che adepto dell’arte medica, Sassall era ben consapevole dei limiti delle conoscenze a sua disposizione e, proprio per questo, conviveva costantemente con un acuto senso di inadeguatezza2. Ciò non gli impediva di cogliere la natura eminentemente sociale del male: le carenze infrastrutturali e la cronica inadeguatezza dei servizi, frutto di investimenti pubblici insufficienti – riflesso, in ultima istanza, dell’assenza di una visione organica di sviluppo del territorio. Messe al servizio di un’area marginale e periferica, le sue competenze gli valevano la stima e il rispetto dei pazienti, conferendogli un’aura carismatica da “eroe popolare”3. Al contempo, proprio la collocazione decentrata consentiva al dottor Sassall di presagire la progressiva medicalizzazione del rapporto di cura, intuendone la portata radicale. Insieme alla burocratizzazione pervasiva, la transizione dal curare al medicare4 – sotto i nostri occhi ormai pienamente dispiegata – è stato uno dei temi dominanti del confronto con Serena. Sullo sfondo, le incognite di una riforma in via di definizione con cui si offre a lei e molti altri giovani colleghi la prospettiva di diventare medico di ruolo unico. «Cambiare le regole in corsa è fondamentalmente ingiusto. Finché non sarà fatta chiarezza, non avvierò le pratiche per richiedere la convenzione con il SSN. La situazione è ancora troppo incerta. Per quel che se ne sa il nuovo contratto non solo non estende le garanzie – ferie, maternità, malattie retribuite – ma introduce nuovi vincoli, prevedendo l’obbligo di prestare servizio per un certo numero di ore settimanali nelle cosiddette Case di Comunità, ambulatori di prossimità in via di attivazione su tutto il territorio nazionale.» L’assolato martedì mattina di giugno in cui ci troviamo non basta a rischiarare l’imminente futuro, i cui contorni permangono incerti e sfocati. Eppure, Serena non perde la lucidità e mi schiude prospettive più ampie, tant’è che, quando ci saluteremo, avrò ben chiaro il nesso tra liste d’attesa e programmazione della prevenzione; ovvero, quanto fragile sia l’equilibrio su cui poggia il sistema, perché – citando le sue stesse parole – «se salta la prevenzione, salta tutto».

«Ho svolto la specializzazione in Medicina Generale, che dura tre anni ed è di competenza regionale, nella mia regione d’origine. La scelta è stata dettata dal desiderio di mantenere una continuità assistenziale con i pazienti e misurarmi con quante più patologie possibili». È il 2020 quando Serena inizia il suo percorso di specializzazione. Si era laureata l’anno prima e non avrebbe mai immaginato di dover seguire i corsi online, a causa del confinamento pandemico. Tale modalità ha reso la formazione più faticosa, penalizzando soprattutto la fase dei tirocini pratici. Nondimeno, la sua determinazione non ne è stata intaccata; neppure quando scelte personali l’hanno portata a trasferirsi altrove, lasciando l’ambiente professionale in cui aveva mosso i primi passi. Nel 2024 Serena si è ritrovata a esercitare la professione per cui aveva studiato sotto le inedite vesti del medico di famiglia supplente, in giro per la provincia dove oggi risiede con suo marito.

Il sostituto del medico di base è una declinazione relativamente recente del SSN. Rispecchia la crescente discontinuità dell’assistenza territoriale, rendendone evidente il progressivo indebolimento. Inoltre, costringe chi era abituato a un rapporto continuativo con il proprio MMG ad adattarsi a un modello più frammentato e intermittente. D’ora in avanti, sarà sempre più raro avere un punto di riferimento stabile, e questo per ragioni in gran parte indipendenti dalla volontà del medico. In pochi dati, ma pesanti come macigni, la pervasività del fenomeno: secondo un recente rapporto della Fondazione GIMBE, in Italia mancano almeno 5 500 medici di medicina generale. Tra quelli ancora in attività, oltre il 50% assiste più di 1 500 pazienti, cioè supera il massimale previsto5. Commenta Serena: «Si è portati a pensare che il MMG lavori soltanto tre ore al giorno, magari quattro – cioè nei soli orari di apertura al pubblico degli ambulatori. Posso assicurare che non è così. Oggi il medico di famiglia è più facilmente raggiungibile tramite chat o app e ciò lo espone all’insistenza dei pazienti – non tutti, ma alcuni senz’altro. Alle visite ambulatoriali, seguono le eventuali domiciliari. Dopodiché, il medico è tenuto a espletare le procedure burocratiche. Tra referti e prescrizioni, quindi, il lavoro si protrae ben oltre le canoniche ore di ricevimento. Essendo incombenze indifferibili, se non vengono completate entro sera, si rimandano al giorno successivo, sommando così un carico ulteriore alla mole di lavoro già prevista».

Il tutto avviene in una regione relativamente organizzata, di sicuro meglio della sua regione d’origine e, verosimilmente, di molte altre – specie al Sud. E, sebbene i suoi incarichi siano tutti a termine, ciò non la mette al riparo dal peso della responsabilità e dalla pressione. Riconosce, perciò, che il titolare ha un bel fardello sulle spalle, e che conciliarlo con la vita privata è impresa ardua: «Tante mie colleghe con figli sono in affanno. Io che i figli ancora non li ho mi sento oberata già così…Senza contare che moltissimi MMG titolari lavorano nonostante patologie croniche invalidanti e con febbre alta a volte. Ovviamente con rischi in entrambi i casi per la salute stessa dei pazienti. Ben inteso, ogni specialità medica ha le sue difficoltà e non sto affatto sostenendo che i miei colleghi dermatologici, cardiologi, ortopedici, ecc. siano privilegiati. Bisogna però considerare un punto: se il sostituto del MMG si ammala, chi lo sostituisce? È questa la mia paura più grande! Con qualche decimo di febbre o una lieve indisposizione, la mattina, prima di andare a lavoro, mi sono ritrovata a chiedermi preoccupata: “E ora come faccio?”» 


1 John Berger, Jean Mohr, Un uomo fortunato. Storia di un medico di campagna, il Saggiatore, Milano 2022, pp. 68-72. Nato dalla collaborazione tra John Berger e il fotografo Jean Mohr nel 1966, il reportage è il frutto di tre mesi di osservazione dell’attività del medico di campagna. Il contatto prolungato ha permesso non solo di analizzare da vicino la figura di Sassall, ma pure di esplorare la rete di relazioni in cui era inserito, evidenziando le trasformazioni individuali e professionali in risposta al contesto in cui operava. 
2 Nel delinearne l’etica professionale, centrata sull’umanità dei pazienti, Berger propone un ritratto a tutto tondo di Sassall. Alle molte luci si sommano – senza sminuirne affatto la caratura umana, anzi accrescendola – i toni più scuri delle ombre: ossia la paranoia e i vari episodi depressivi causati dal contatto continuo con il dolore e la malattia – oggi forse identificabili come forme di burnout o disturbo post-traumatico da stress (DSPT). Ivi, 135, pp. 159-160 e pp. 173-176.
3 Ivi, p. 197.
4 Della differenza tra curare e medicare parla Gavin Francis nell’introduzione all’edizione inglese del testo – cfr. John Berger, Jean Mohr, A Fortunate Man. The Story of a Country Doctor, Canongate, Edinburgh-London 2016, p.14. Probabilmente è questa la ragione per cui Berger definiva Sassall un “uomo fortunato”. Poiché la finalità ultima era la cura del paziente – ove possibile la guarigione, ma comunque qualcosa di più della mera somministrazione dei trattamenti –, il lavoro conferiva un senso profondo alla vita di Sassall. Riconoscendo l’umanità del paziente, il medico instaurava un rapporto di fiducia che lo liberava dall’ansia di affermazione personale (Ivi, pp. 131 e 176). Tuttavia, a causa dell’intrinseca asimmetria della relazione, derivante dalla tradizionale posizione di preminenza assegnata, fin dall’antichità, a guaritori e sciamani, il medico manteneva intatta la sua autorità e i suoi privilegi, tra cui il distacco necessario alla riflessione – il «privilegio di essere sottili» (Ivi, p. 162) nei ragionamenti – che lo rendeva la «coscienza del territorio» (Ivi, p. 172).
5 Cfr. Nino Cartabellotta, Medici di famiglia a rischio estinzione, Quotidiano Sanità, 4/3/2025, consultabile al seguente link: https://www.quotidianosanita.it/studi-e-analisi/articolo.php?articolo_id=128111.


Valentina Brini Emiliana, classe 1991. Laureata in farmacia e nutrizione, sceglie di allontanarsi dal mondo sanitario dopo averne conosciuto da vicino le crepe e il logorio. Da sempre spinta da un bisogno di autenticità, ha trovato nella musica e nella fotografia i suoi linguaggi più veri. Viaggiatrice inquieta, attraversa luoghi e volti alla ricerca di qualcosa di vero. Cerca ancora dei buoni obiettivi fotografici e non.
Annelise D’Egidio Origini lucane, studi in filosofia. Prima della scuola Jack London, esperienze lavorative tra loro eterogenee, ma accomunate dalla medesima precarietà contrattuale. In mezzo: viaggi, scoperte, incontri e trasferimenti. In sottofondo, tanta musica e molti podcast. Circondata da immancabili pile di libri, tuttora alla ricerca di un centro di gravità permanente.

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