Reportage EllePì – Quale cura per il lavoro di cura? – Capitolo 1 – Violenza (2 di 2)


Questa è la Seconda parte del Primo capitolo del reportage a puntate dal titolo “Quale cura per il lavoro di cura? Storie di salute, diritti e lavoro” realizzato da Valentina Brini e Annalise D’Egidio nell’ambito della collaborazione con la Scuola di Reportage e Fotografia Jack London. La Prima parte del Primo capitolo la trovi al link: https://www.lavoroperlapersona.it/2025/11/07/reportage-ellepi-violenza-capitolo-1-parte-1/


Come sede di assegnazione – «Mannaggia a me!» –, aveva indicato proprio l’ospedale in cui già lavorava. Al termine del colloquio è soddisfatto: «Ero certo di essere andato bene, anche perché l’argomento sorteggiato era davvero molto facile», mi racconta. Ma le sorprese sono dietro l’angolo. Qualche giorno dopo, Pasquale riceve una telefonata inaspettata dal responsabile dipartimentale dell’ospedale, che lo convoca con urgenza: ha delle comunicazioni per lui. Giunto in ufficio, Pasquale apprende di essere stato trasferito al reparto di Diagnosi e Cura, che ha in carico la gestione dei casi psichiatrici. «Vengo destinato a una sede completamente estranea al mio profilo, che non ha nulla a che vedere con le certificazioni richieste per lavorare in pronto soccorso. E dire che, per ottenerle, avevo appena rifatto corsi per oltre 3 000 euro, su esplicita richiesta dell’azienda, nonostante fossi già accreditato con enti internazionali. Fondamentalmente è stata una ritorsione nei miei confronti: tra tutti i testimoni del processo, io ero l’unico non di ruolo, la parte debole. Avevo un contratto a tempo determinato, per di più in scadenza. E poi, a differenza del medico – di cui avevano bisogno – io ero sostituibile. Perché è così: per l’azienda siamo tutti intercambiabili, ma non è affatto vero. Ognuno ha il suo background, le proprie competenze, le sue attitudini specifiche, che si adattano meglio a un reparto piuttosto che a un altro. Avrei anche potuto chiedere la stabilizzazione, perché avevo maturato i tre anni di servizio necessari. Ma ho evitato: sapevo che la mia vita sarebbe diventata un inferno. Così sono andato in ferie, ho smaltito tutti gli arretrati e le ore di recupero. Ed è finita lì. Fortunatamente avevo mantenuto la mia partita IVA, pur senza usarla – come giustamente mi era stato richiesto.» Dalle parole qui volutamente riportate per interno traspare l’assenza di ogni coinvolgimento emotivo. Avendolo osservato con attenzione mentre mi raccontava l’evolversi della vicenda, so che Pasquale non stava semplicemente controllandosi né ostentando un distacco di facciata. La serenità che trasmette è autentica, frutto – con ogni probabilità – dell’azione congiunta di diversi fattori di appagamento, tanto professionali quanto personali. Quel senso di vuoto che inevitabilmente segue ogni fine non resta tale per sempre: se colmato nel modo giusto, finisce per pacificare e rasserenare anche lo sguardo che illumina il passato.

Prima di dare spazio alla vita professionale che ha saputo costruirsi dal 2023 a oggi, è opportuna qualche considerazione. Non so se, quel giorno, il chirurgo sia riuscito a incutere alla signora un tale timore da farla sentire minacciata. Non essendo lì, non posso affermare con certezza che quella stretta ai polsi avesse il solo scopo di attirare la sua attenzione, eppure, stando alla testimonianza di uno dei presenti, non ci sono ragioni di credere il contrario. Limitandosi ai soli fatti, ecco ciò che si evince: il medico è stato assolto; Pasquale, di fatto, è stato spinto alle dimissioni; l’azienda, inizialmente, ha dato torto al medico senza nemmeno provare a difenderlo. Solo in seguito ha accettato di reintegrarlo – sì, perché costretta dalla sentenza, ma anche (e forse soprattutto) per via della cronica carenza di organico. «Durante il Covid ci applaudivano e ci chiamavano eroi. Poi tutto è tornato com’è sempre stato. Il Covid ha soltanto messo a nudo una situazione che già covava sotto la cenere. Come ridare linfa al SSN, mi chiedi? Valorizzando le professionalità, senza privare i dipendenti del piacere di venire a lavoro. E potrei continuare per ore… Bisognerebbe liberarsi dell’ossessione del budget e abbandonare quel meccanismo sterile del procedere per obiettivi, che ci ha condotto in un vicolo cieco. La sanità pubblica, per come è stata pensata e strutturata, può al massimo andare in pareggio, ma non diventare una fonte di ricavo. Se vogliamo davvero cambiare, l’alternativa c’è ed è già perfettamente funzionante: basta guardare agli USA. Preferiamo un modello interamente privato? Bene, allora che si facciano scelte chiare e decise, senza più ricorrere alle mezze misure. Perché non ha senso continuare con i pannicelli caldi – le promesse, gli slogan, le riforme, le riforme delle riforme… –, che altro non sono se non la foglia di fico di amministratori non all’altezza.»
Amen!

Da circa due anni, Pasquale si divide tra le responsabilità di gestione e coordinamento dei servizi infermieristici del punto prelievi di un poliambulatorio privato e il supporto a un chirurgo endocrinologo specializzato in interventi conservativi della tiroide. Il che, sia chiaro, non significa che abbia cominciato anche lui ad appendere i turni settimanali al frigo di casa – un’altra delle sue espressioni, la mia preferita, per indicare il desiderio di una vita più regolare e tranquilla. Agli ex colleghi di reparto, che incontra ogni tanto per una serata, ha consigliato di guardarsi intorno e di non lasciarsi frenare dalla paura del cambiamento. Ritrovare slancio nella professione che si è scelta è possibile; tornare a lavorare con piacere non è affatto una chimera. È esattamente ciò che è successo a lui. Noto un certo luccichio nei suoi occhi quando mi descrive le sue attuali mansioni: «Per settembre il poliambulatorio dovrebbe ottenere la convenzione con il SSN. È un bel passo. Stiamo crescendo. Oltre alle analisi del sangue, organizziamo corsi di primo soccorso, anche per aziende. Quanto alla clinica, ho accettato l’offerta perché si tratta di un ambito talmente esclusivo che la mia ritrosia verso la sala operatoria è passata in secondo piano. Anche il chirurgo ha lavorato nello stesso ospedale in cui ero prima e, come me, ne è uscito. Lui fu gentilmente invitato al prepensionamento anticipato. La realtà che ha messo su è interamente privata. Lavoriamo molto con pazienti al secondo, terzo, anche quarto o quinto consulto. Da noi, in nove casi su dieci, l’esito è la conservazione dell’organo perché spesso e volentieri il nodulo sospetto risulta benigno ed è sufficiente rimuoverlo. Considerato che una sala operatoria ferma costa più di una in attività, c’è chi con questo genere di interventi ci fa quadrare i conti, come d’altronde avviene in altri ambiti (ad esempio, l’ortopedia). Ecco perché spesso sia gli ospedali che i centri convenzionati consigliano l’asportazione della tiroide, benché i risultati dell’ago aspirato non siano chiari».

A mio parere, qui, ancora una volta, la carriera lavorativa di Pasquale intercetta una delle questioni più attuali e problematiche per il nostro SSN: il tema cruciale del rapporto tra spesa sanitaria e qualità della cura. A tal riguardo, nei primi anni duemila, l’economista Michael E. Porter, esperto di strategia aziendale, ha proposto il modello del Value-Based Health Care Delivery (VBHC). Applicando all’ambito sanitario le analisi maturate nello studio del funzionamento delle imprese, l’accademico statunitense sosteneva che un’attenta misurazione dei risultati conseguiti nella presa in carico dei pazienti avrebbe potuto aiutare a migliorare le performance. Trasformando gli errori in lezioni apprese, i sistemi avrebbero potuto – per così dire – autoriformarsi. Di per sé la gratuità di accesso alle cure, in quanto condizione «necessaria, ma non sufficiente»2, non è garanzia di efficacia. Al contrario, se il valore – ovvero il grado di miglioramento delle condizioni di salute raggiunto a livello medico per ogni dollaro investito3 – non cresce, l’accesso universale ai servizi sanitari peggiora la situazione4. Tale dinamica determina un progressivo livellamento verso il basso della qualità dei servizi, con conseguenze negative diffuse sui costi sociali e produttivi. Poiché “la buona salute è sempre preferibile alla cattiva salute”5 ne “non sempre più cura coincide con miglior cura”6, l’ottimizzazione dei processi è fondamentale. E, perché ciò avvenga, è necessario anzitutto ripensare l’assetto organizzativo e gestionale, ancora legato a modelli concepiti nell’Ottocento7. Per lungo tempo si è creduto – erroneamente – che puntare sulla qualità comportasse costi insostenibili8. Porter ribalta il paradigma: è proprio l’innalzamento della qualità il miglior modo per ridurre i costi9.

Un sistema funzionale e ben gestito è in grado di prevenire, diagnosticare tempestivamente, curare in maniera appropriata – graficamente rappresentato dal “circolo virtuoso dell’assistenza sanitaria basata sul valore”10, in cui la raccolta e l’analisi dei dati aiuta l’innovazione e la costruzione di percorsi terapeutici personalizzati. Da questo punto di vista, la qualità stessa diventa risparmio11. Indirettamente, gli anni di austerità e tagli lineari che abbiamo alle spalle lo confermano, avendo dimostrato il fallimento inequivocabile della “logica della competizione a somma zero”12 – un modello hobbesiano in cui il vantaggio di una parte si ottiene a discapito dell’altra. Analogamente, la cosiddetta “mentalità della performance”, fondata su un rigido rispetto di linee guida e protocolli13, valorizzando il processo, ha perso di vista l’obiettivo finale: il valore secondo Porter; l’“umanità del paziente” secondo Pasquale. «Non sono contrario, in linea di principio, al numero chiuso: serve a mantenere alta l’asticella. Estenderei di un anno la nostra laurea e le toglierei l’impostazione eccessivamente ospedaliera. Il problema vero è che, spesso, ai concorsi si presentano in pochi. Le ragioni sono sotto gli occhi di tutti: le persone non vogliono più essere sfruttate e sottopagate. Si finisce così per ricorrere ai gettonisti: una toppa peggiore del buco, e anche costosa – 120 euro l’ora. La direzione sanitaria dovrebbe almeno verificare che i medici inviati dalle cooperative abbiano i titoli necessari. Spesso non è così. Quando ero in pronto soccorso, ho lavorato con un medico dello sport e un dermatologo molto competenti e regolarmente abilitati. Non bisogna fare di tutta l’erba un fascio. Ma so anche di medici alle prime armi o privi dei requisiti: in quei casi si chiede agli infermieri più esperti di “dare una mano”. È rischioso e anche ingiusto, viste le enormi differenze nel compenso. Si va avanti per inerzia. Ora capisco perché, durante i tirocini, gli infermieri più anziani ci invitavano a riflettere bene sulla strada intrapresa. I dirigenti? Più intenti a mettersi in mostra che a risolvere i problemi, impegnati a compiacere chi li ha nominati. I sindacati? Spesso troppo vicini alla dirigenza. Le linee guida sulla gestione del dolore? Ancora quelle di quarant’anni fa. A fronte di tutto questo, non posso non domandarmi che senso abbia avuto riaprire i pronto soccorso periferici chiusi durante la pandemia.» Con questo amaro cahier de doléance si chiude l’intervista. L’iniziale senso di smarrimento che può suscitare è del tutto comprensibile, ma non giustifica in alcun modo la rassegnazione: mai come in questo caso, l’ignavia meriterebbe un castigo perpetuo; o, per meglio dire: l’inazione condurrebbe ad una situazione talmente disagevole da somigliare essa stessa a una condanna senza scampo. Col futuro del SSN oggi messo in discussione, è in gioco anche il nostro avvenire: la salute di ognuno e il benessere collettivo.


Valentina Brini Emiliana, classe 1991. Laureata in farmacia e nutrizione, sceglie di allontanarsi dal mondo sanitario dopo averne conosciuto da vicino le crepe e il logorio. Da sempre spinta da un bisogno di autenticità, ha trovato nella musica e nella fotografia i suoi linguaggi più veri. Viaggiatrice inquieta, attraversa luoghi e volti alla ricerca di qualcosa di vero. Cerca ancora dei buoni obiettivi fotografici e non.
Annelise D’Egidio Origini lucane, studi in filosofia. Prima della scuola Jack London, esperienze lavorative tra loro eterogenee, ma accomunate dalla medesima precarietà contrattuale. In mezzo: viaggi, scoperte, incontri e trasferimenti. In sottofondo, tanta musica e molti podcast. Circondata da immancabili pile di libri, tuttora alla ricerca di un centro di gravità permanente.


2 Michael E. Porter, Value-Based Health Care Delivery, «Annals of Surgery», Volume 248, Number 4, October 2008, pag. 144.
3 Ibidem.
4 Ibidem.
5 Ivi, pag. 145.
6 Michael E. Porter, Value in Health Care (Supplement to: Porter ME, What is value in health care?), «The New English Journal of Medicine», 2010, pag. 2.
7 Ivi, pag. 144.
8 Michael E. Porter, Value-Based Health Care Delivery, pag. 145.
9 Ivi, pag. 145.
10 Ivi, pag. 148.
11 Michael E. Porter, Value in Health Care cit., pag. 3.
12 Michael E. Porter, Value-Based Health Care Delivery cit., pag. 144.
13 Ivi, pag. 148.

Tombola Intergenerazionale 2025
#Blog EllePì - L’efficacia dei team dipende anche dalla qualità del lavoro e dalle relazioni