IL LAVORO CHE VOGLIAMO

IL LAVORO CHE VOGLIAMO:
NUOVI SCENARI PER IL LAVORO E PER LA CURA

Incontro e confronto con Jennifer Nedelsky

Martedì 4 aprile 2017 il presidente della Fondazione Lavoroperlapersona Gabriele Gabrielli è intervenuto alla seconda tappa del doppio appuntamento con la filosofa Jennifer Nedelsky, nota per la sua proposta di

“lavoro part time per tutti, attività di cura per tutti”

“Tutti devono avere un lavoro pagato, un ‘buon’ lavoro, nessuno deve stare a casa disoccupato e tutti devono donare attività di cura”.

Gabriele Gabrielli ha sostenuto come le idee e l’apparato argomentativo proposti dalla Prof. Nedelsky, stiano facendo il giro del mondo perché capitano nel tempo giusto. L’epoca che viviamo rende infatti più urgente che mai una riflessione profonda sul senso del lavoro. Sembra che questo tema, e le profonde domande che evocherebbe, siano scomparse dal dibattito pubblico e privato. Non si parla più del senso del lavoro: non se ne parla nelle scuole, non se ne parla all’università, non se ne parla in famiglia e nemmeno nei contesti produttivi.

“Perché lavorare” e “per chi lavorare” restano così domande inevase, nessuno alza il velo per esplorarle – a quest’epoca non interessa avere una pedagogia del lavoro – ma le domande restano e sono domande “potenti”.
Nel linguaggio del coaching le domande potenti sono quelle che, quando arrivano, sono capaci di stupirti, lasciarti stordito. Le domande potenti producono shift mentali e comportamentali. La riflessione della prof. Nedelsky ha questo potere, perché ci costringe a interrogarci su ciò che invece abbiamo accantonato:

“Qual è il senso del lavoro?”

Il progetto della Nedelsky parte da una premessa, che il lavoro è una parte importante della nostra vita ma non è tutto e che condividiamo pienamente. Al lavoro assegniamo grande importanza, ma sarebbe sbagliato infatti assegnargli il compito di indirizzare il senso della vita che è altrove, è un senso che comprende il lavoro ma non si esaurisce in esso. La Fondazione Lavoroperlapersona è profondamente convinta di questo. Crediamo, infatti, che il lavoro sia un bene, un diritto e un dovere che appartiene all’uomo, ma il lavoro è tale quando è degno e decente, e quando è a servizio di un bene superiore che è la persona. Il lavoro è per la persona, e in quella preposizione “per” si nasconde per noi la verità sul lavoro, il suo senso più profondo, che può essere solo scoperto se si conosce la verità sull’uomo.

A tal riguardo, mi piace sempre ricordare un pensiero del premio nobel indiano per la letteratura Rabinadrath Tagore che scrive:

il lavoro appartiene all’uomo, ma guai all’uomo che appartiene al lavoro”

Ecco dunque l’aspetto più significativo della ristrutturazione che richiede la proposta della Nedelsky: non possiamo lavorare così tanto da non avere più tempo per vivere una vita piena che ci richiede un impegno di cura.La sfida che il progetto richiede è questo:

ristrutturare il lavoro significa costruire nuove norme sociali che ci lascino guardare il lavoro come un’attività che include anche la componente di cura.

Questa componente potrà avere configurazioni differenti e indirizzarsi diversamente (famiglia, comunità, arte, cultura ecc.), ma deve essere sempre presente. Il lavoro e la cura devono andare insieme ed erogati entrambi part-time.

Per comprendere meglio la portata della proposta basti pensare che questa è capace di ristrutturare radicalmente anche il significato del successo e delle sue misure. Oggi quando pensiamo alla carriera e a una persona di successo, la pensiamo solo nella dimensione del lavoro professionale e di produzione di beni e servizi retribuiti. Qualche passo avanti in verità l’abbiamo fatto, perché agli studenti parliamo di una carriera oggettiva e una soggettiva. La prima è misurata da indicatori come la crescita di responsabilità e la crescita della retribuzione. La seconda invece tiene in conto anche altre componenti come la soddisfazione, il fit del lavoro con i propri interessi, l’employability e così via. Pur tuttavia, si tratta sempre di un approccio che rimane confinato dentro le mura di una concezione del lavoro che, diversamente da quanto ci propone la Prof. Nedelsky, non include componenti di cura se non marginalmente, quasi fossero un accidente e non una componente strutturale del lavoro.

Già solo queste riflessioni sono capaci di porre tante domande su come sia possibile tradurre in realtà questo progetto, aprendo numerose connessioni con altri piani di analisi, chiamando in causa numerosi attori, la progettazione di strumenti e incentivi per modificare il nostro modo di pensare al lavoro e quindi le nostre norme sociali.

 

 

 

 

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