La bottiglia di spumante

di Ivo Lizzola

Quando nostro padre tornava dal lavoro la mamma aveva già dato l’avviso da un po’: il tempo necessario per finire i giochi e riordinare, per rassettare legna, buche e teli, o per sistemare l’orto e i fiori interessati dei nostri sconfinamenti gioiosi. Non c’erano allora reti e cancellate, solo muretti, e si giocava nelle case gli uni degli altri.

Io e mia sorella dovevamo lavarci, pettinarci e preparare sul tavolo i quaderni con i lavori fatti a scuola ed i compiti eseguiti.

Papà arrivava in bicicletta, alto e magro, spesso assorto nei pensieri. Non era mai sudato nonostante i kilometri e l’ora di straordinario. Sganciava la borsa di cuoio con dentro scatoletta e posate di alluminio e faceva il giro della casa. Io e Mariluci lo aspettavamo sulla porta: gli prendevo la borsa mentre lui prendeva in braccio la mia sorellina.

Non parlava moltissimo mio padre, ma ci ascoltava. Ci chiedeva che cosa avevamo imparato e sentiva le nuove del paese dalla mamma. Aveva iniziato da un po’ ad “andare in Comune” qualche sera e qualche domenica dopo Messa; perché “la politica devono farla anche quelli che lavorano se no sbaglia strada”. Qualche anno dopo sarebbe diventato un originale Assessore alla Pubblica Istruzione per la Democrazia Cristiana.

Allora era operaio specializzato nella fabbrica di quadri elettrici dove era entrato a 14 anni, alla morte del nonno. Sempre in bicicletta, per diversi anni, sarebbe sceso dalla Val Seriana a Bergamo a seguire corsi serali e festivi. Studiare e lavorare erano per lui le attività che davano dignità a una persona: erano, insieme, una preziosa possibilità e un dovere; davano libertà e responsabilità. Alimentavano la democrazia.

Avevano “fatto la casa” mamma e papà appena nati i primi due figli: ed avevano “fatto i debiti” per questo spazio di futuro e di libertà per la famiglia. A casa si stava attenti a tutto e su tutto si risparmiava: niente “vizi”, carne una volta alla settimana, vacanze in colonia. Mamma era capace di ridare vita e forma agli abiti che “passavano” tra le case, le famiglie e dai più grandi ai più piccoli.

Lo spumante entrava in casa solo per il pranzo di Natale. Il tappo lo si faceva saltare dalla finestra aperta sul tetto dei vicini (e se non rotolava giù era buon segno!).

L’inverno di quell’anno era freddo ed io frequentavo la quarta elementare. Allora portavamo a scuola, a turno, pezzi di legna per la scuola, chi uno chi più. Il maestro Santini era severo, rigoroso e appassionato. Diceva che la libertà, l’uguaglianza e la pace erano i beni più cari, e noi dovevamo coltivarli come giardinieri attenti. Ci faceva far teatro, e ci faceva lavorare in gruppo, dove “tutti avevan da dare e da prendere”. Aveva fatto l’esperienza dei campi di prigionia e una volta ci aveva raccontato commosso della solidarietà tra i prigionieri, e dell’operaio tedesco che dimenticava lì il suo pane i giorni che passava. Portava libri per ragazzi e riviste da far girare; faceva lasciare i materiali per la scuola in classe e aveva inventato un sistema di “prestiti” che non li faceva mancare a nessuno.

Quando in classe avevamo preparato lo scritto su “cosa farò da grande”, ricordando le imprese di Gagarin e di Glenn io avevo scritto “Mi piacerebbe fare l’astronauta, ma penso che farò l’Avviamento”. Era l’Avviamento al lavoro, infatti, la scuola che i figli dei lavoratori frequentavano dopo le scuole elementari. Le Medie erano per pochi, costavano molto, le frequentavano i figli dei ricchi. Bravi o tonti, i destini degli uni e degli altri erano disegnati così.

La sera del 21 dicembre mio papà arrivando in bici fischiettava, e il respiro e il soffio creavano delle nuvolette nell’aria fredda e non fece il solito giro della casa: appese la bici al gancio e mi diede la borsa con uno strano sorriso negli occhi. Era più pesante del solito: “Fa’ piano, c’è un regalo!” disse con mia sorella al collo.

Quando ci sedemmo a tavola tutti e quattro, in mezzo alle fondine con la minestra, al formaggio e all’insalata con le uova sode, mio papà appoggiò con una certa solennità festosa una bottiglia di spumante. “Oggi i papà e le mamme d’Italia han fatto a voi bambini il regalo più grande: la scuola. E dobbiamo brindare perché è un gran giorno”. La radio aveva annunciato che dopo mesi di discussione, la Camera aveva definitivamente approvato la Legge 1859 che istituiva la Scuola Media Unica gratuita e obbligatoria.  “Anche per i figli dei lavoratori!”

Io e Mariluci avremmo capito solo diversi anni dopo quello che era successo e il motivo dell’allegria dei nostri a quella finestra aperta la settimana prima di Natale. I loro sacrifici e i loro sogni prendevano un disegno e aprivano il nostro futuro.

Il tappo restò sul tetto dei vicini.

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