IL TEMPO PERDUTO E IL TEMPO DISSIPATO

di Mattia Agostinone

La tradizione cristiana ha introdotto una concezione del tempo lineare in luogo di quella ciclica degli antichi. All’interno di essa, la storia è concepita come un susseguirsi di istanti unici e irripetibili. Essa è storia della salvezza, ossia tempo in cui è offerta all’uomo la possibilità di affermare un senso dell’esistenza, tale da garantirgli la felicità piena, che i pensatori cristiani denominavano beatitudo.

È proprio dinnanzi a una concezione di questo tipo – che, per quanto secolarizzata, è quella in cui siamo culturalmente situati e che costituisce il nostro orizzonte ermeneutico – che  possiamo assumere un doppio punto di vista, oltre che un duplice atteggiamento, a seconda di come la si consideri. Da un lato, difatti, è possibile scadere in una visione pessimistica e negativa dell’esistenza, all’interno della quale il tempo appare come chrónos, patrigno crudele che divora i suoi figli, come puro ed inesorabile divenire che non lascia scampo, ovvero come una Dafne sfuggente ad Apollo, tempus quod fugit. Questa visione ci fa perdere il senso vero e profondo della concezione lineare del tempo e ci rigetta nella prigione della ciclicità, in cui tutto è costretto ad essere vissuto in maniera irreparabile. La fuga, in questo caso, non è possibile in alcun modo, né come un fatto, né come possibilità, perché non si è liberi, ma prigionieri della necessità e del fato.

Dall’altro lato, che il tempo sia finito e scorra, può farci comprendere più profondamente il suo valore. In questo caso, l’approccio che assumiamo è positivo e ci permette di cogliere la ricchezza del fattore tempo. Esso non è una merce a buon mercato, ma una perla rara e preziosa. Se esso “fugge” è solo perché desidera essere cercato, corteggiato e amato. Esso è il padre benevolo che dona tante possibilità ai suoi figli. Gli istanti e gli attimi non sono semplicemente una schiera fugace, ma come tante porte spalancate sull’eternità. Il tempo fugge, è vero, ma ogni istante reca in sé la possibilità di affermare un senso e un significato, un fattore permanente e un oltre. Esso, pertanto, è kairós, tempo propizio e opportuno. Al suo interno ci ritroviamo spesso angosciati, ma semplicemente perché ci sentiamo liberi, posti davanti alla duplice via della perdita o del guadagno.

Proprio quest’ultimo aspetto occorre sottolineare: nel tempo ci sentiamo posti davanti alla possibilità di perdere o di guadagnare. Esso può risultarci dissipato o generativo.

È dissipato allorché viene vissuto male, ossia quando lo si vive nell’attivismo febbrile e frenetico e all’insegna del solo “vivere per lavorare”. Si ha paura di perderlo e perciò ci si affanna in tutti i modi per riempirlo, presi dal sentimento di horror vacui. Ci si comporta un po’ come un uomo che ha in mano tanti oggetti e intende prenderne sempre più; oppure come chi pretende di dominarlo, programmando minuziosamente ogni compito, al fine di avere tutto sotto controllo; o, ancora, come chi cerca di fare tante cose contemporaneamente. Tutti approcci destinati al fallimento. Il primo uomo, come un pasticcione, farebbe cadere tutto a terra; il secondo, incapace di fronteggiare l’imprevisto, indeciso, morirebbe di inedia; il terzo non riuscirebbe a portare a termine nulla. Spesso noi ricercatori assumiamo questo atteggiamento. Siamo talmente presi dalle nostre ricerche, tanto occupati a riempire ogni spazio vuoto, da non avere più tempo né per noi stessi, né per gli altri.

 

<<Non appena […] metteva piede a terra […] subito lo pungeva l’impazienza di ripartire […] Finché, all’improvviso, Stefano un giorno si accorse di essere diventato vecchio, vecchissimo; e nessuno intorno a lui sapeva spiegarsi perché, ricco com’era, non lasciasse finalmente la dannata vita del mare. Vecchio, e amaramente infelice, perché l’intera esistenza sua era stata spesa in quella specie di pazzesca fuga attraverso i mari, per sfuggire al nemico>>.

 

Questo passo di Buzzati ben descrive l’intellettuale affannato, che non sa trovare la sua stabilitas loci. Siamo vecchi prima ancora di aver vissuto. Siamo ottimi topi da biblioteca, ma smettiamo di essere uomini; eruditi eccellenti, ma non sapienti; professori, ma non maestri. In tal modo, però, dimentichiamo il senso stesso della nostra ricerca e della filosofia, perché perdiamo contatto con la sorgente e la madre di ogni vero studio: la vita. Chi si comporta così smette di vivere e la sua ricerca smette di essere feconda, anzi, smette di essere ricerca. Se si perde di vista la vita, il pensiero pretenderà di autoporsi e autofondarsi, divenendo prigioniero di un sistema magari coerente, magari logico, ma morto, perché incapace di rispondere ai problemi vitali e fondamentali dell’esistenza. Ogni vera filosofia, cioè ogni attività di pensiero, invece, sorge solo dopo aver vissuto. Primum vivere, deinde philosophari. La nottola di Minerva, figura della filosofia, si libra in volo solo allorquando si fa sera, al termine della giornata, quando si è già vissuto.

Questo errore nasce perché confondiamo il tempo perduto con il tempo dissipato. Le due cose, infatti, non sempre coincidono. Il tempo perduto non necessariamente è un tempo dissipato, anzi, talvolta, proprio il tempo perduto è quello più fecondo e generativo. Tempo “perduto” è, ad es., quello che un padre trascorre con i figli, lasciando momentaneamente i suoi impegni; tempo “perduto” è quello in cui si contempla in silenzio uno spettacolo della natura; tempo “perduto” è quello della meditazione; tempo “perduto” è il tempo della preghiera. Il vero ricercatore e il vero filosofo è tale, anzitutto, se è un uomo vero, se la sua ricerca si nutre di vita. L’esploratore vero non è lo Stefano di Buzzati che intraprende il suo viaggio per sfuggire a un apparente nemico, al tempo dall’aspetto cattivo, che, anziché sfuggire, invece, ci insegue per cercare di donarci <<la famosa perla del Mare che dà, a chi la possiede, fortuna, potenza, amore, e pace dell’animo>>. Per cui, non tanto tempus fugit, ma tempum fugimus. Il vero esploratore è, piuttosto, l’Ulisse dantesco, che si getta, sì, <<per l’alto mare aperto>>, non per fuggire la vita, ma per immergersi ancor più in profondità in essa. Un lavoro intellettuale che comprende anche tempi “morti”, pause, oltreché un impegno concreto e appassionato nella vita pratica, la cura delle faccende quotidiane, attenzione agli altri, è un tempo fecondo e generativo, perché capace di generare vita. I suoi frutti sono i più squisiti, perché nascono in modo naturale, dal lavoro paziente del ricercatore, che – diversamente dal cattivo intellettuale, che, sfruttandolo indiscriminatamente ed estenuandolo, alla fine lo renderà improduttivo – sa anche “perdere tempo”, per il fatto che, come un contadino, getta la semente e pazientemente attende il frutto del suo lavoro.

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