Possiamo rinchiudere “tutti i nostri mali e le nostre paure in carcere”?

Recuperare il lavoro come espressione della persona e strumento di reinserimento sociale

di Gabriele Gabrielli

gabrielliSono in molti a pensare che questa sia un’illusione e che l’organizzazione e la gestione del carcere non stiano rispondendo adeguatamente al principio – sancito dall’art.27 della nostra Costituzione – che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Si è autorizzati a pensare che questa pedagogia penale sia stata tradita, dimenticata, abbandonata. Alcuni ritengono che il carcere, così com’è, viola “obblighi morali della comunità civile” come il rispetto della vita sacra della persona perché la mette in pericolo; moltiplica reati e rieduca assai poco. Allora perché non abolirlo? E’ la proposta che Luigi Manconi, Stefano Anastasia, Valentina Calderone e Federica Resta hanno messo per iscritto nel libro “Abolire il carcere”.

Abolire-il-carcere_ManconiC’è chi pensa – senza arrivare a questa conclusione – sia necessario e soprattutto urgente tornare a guardare il carcere con la prospettiva “dello sguardo sociale”, come il prof. Glauco Giostra, coordinatore del Comitato scientifico degli Stati generali dell’esecuzione penale, un’iniziativa avviata a maggio e che ha come obiettivo quello di suscitare un dibattito e una consultazione pubblica sulle pene, sulla funzione del carcere e delle misure alternative. 1 Dalla lettura di un suo recente articolo abbiamo mutuato l’idea e il titolo per questa riflessione, convinti che occorra accrescere sensibilità e cultura affinchè non si ricerchi la sola punizione del colpevole, piuttosto le condizioni per costruire modalità che – attraverso un uso più diffuso di misure alternative e integrative – consentano il reinserimento sociale dei detenuti valorizzando le loro capacità. Le esperienze di lavoro in cui vengono coinvolti carcerati ci indicano che i benefici di questa occasione sono molteplici. A cominciare dal fatto che l’indice di recidiva si riduce drasticamente quando i detenuti ritornano in società, senza sottovalutare l’aspetto più rilevante, quello riconducibile alla volontà di trattare con dignità e rispetto anche il colpevole. Per convincersene basta leggere o ascoltare le storie di Luciana delle Donne, fondatrice e ispiratrice di Officina Creativa, una cooperativa sociale non a scopo di lucro lasciandosi. E’ bello lasciarsi sorprendere dai progetti sviluppati con il marchio Made in Carcere che, valorizzando le capacità di donne carcerate, danno una seconda vita a tessuti di recupero e offrono una seconda opportunità alle recluse che producono borse, accessori tutti colorati. Scarti che diventano bellezza, suscitano stupore, lasciano sperare un futuro migliore per tutti. Con quale scopo nasce questa impresa? Reinserire le detenute – persone ai margini e che lavorano “scarti” –  nel tessuto sociale e civile. Di storie che ordiscono la stessa trama ce ne sono molte.2 L’ultima è arrivata anche all’Expo di Milano dove è stato presentato il Social Flight One, un aereo tutto di legno e qualche collegamento di acciaio – leggiamo da Redattore Sociale – “un biposto ultraleggero a doppi comandi, costruito grazie all’ingegno di artigiani e tecnici e con la collaborazione di 5 detenuti titolari di regolari borse lavoro dell’Icatt di Lauro, l’Istituto a Custodia Attenuata per il Trattamento delle Tossicodipendenze in provincia di Avellino”. Sarà utilizzato per attività di “vigilanza sui territori contro gli incendi e contro lo sversamento illegale dei rifiuti.” Di storie come quella di Made in Carcere e di progetti come il Social Flight One ce ne sono molti. Però sono ancora poco cercati e raccontati. Tutti aiutano a supportare le evidenze di ricerca secondo cui “non vi è alcuna correlazione – scrive Giostra – tra il tasso di incarcerazione, da un lato, e il livello di criminalità e di sicurezza sociale, dall’altro”. E’ un obiettivo ambizioso, ma occorre davvero fare un salto informativo e culturale su questi aspetti in modo che la pena si avvii – seppur con ritardo – a realizzare le finalità sapientemente consacrate nella Costituzione. In questa prospettiva, il valore del lavoro diventa ancor più una risorsa straordinaria per includere e non abbandonare, per reinserire e non piantonare, per abbracciare e non punire ciecamente. Tutte occasioni per testimoniare cosa significhi il lavoroperlapersona.

Profilo dell’autore

Gabriele Gabrielli è Presidente della Fondazione Lavoroperlapersona e docente di Organizzazione e gestione delle risorse umane all’Università LUISS Guido Carli e all’Università Politecnica delle Marche (sede di San Benedetto del Tronto). Giornalista pubblicista, formatore e coach, i suoi ambiti di attività riguardano la consulenza, ricerca e educazione nel campo dello sviluppo organizzativo, leadership e risorse umane. Tra i suoi volumi più recenti ci sono (con Granelli A.), Territori, città, imprese: smart o accoglienti? (con Profili S.),Organizzazione e gestione delle risorse umane, Isedi, Torino, 2012;  Post–it per ripensare il lavoro, Franco Angeli, Milano 2012; People management, Franco Angeli, Milano 2010.

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