Generare Reciprocamente

di Ilaria Malagrinò

malagrinoGenerare Reciprocamente: queste le parole con cui riassumerei l’esperienza fatta ad Offida a luglio nel corso della Summer School. Un’esperienza in cui, almeno personalmente, l’iniziale “fatica” del dialogo, si è mostrata, successivamente, feconda di reciproca crescita umana e intellettuale. Da quei giorni –devo ammetterlo- sono tornata cambiata, poiché ho potuto constatare come solo una reciprocità autenticamente vissuta possa essere generativa contemporaneamente dell’altro e di te stesso. Arrivata il primo giorno completamente “immersa” nella “mia” dimensione, ho “piacevolmente” provato a “tuffarmi” in quella degli altri, in un “cercare insieme” che è stato contemporaneamente interrogare e interrogarsi in prima persona. La curiosità iniziale e la voglia di mettersi alla prova si è tradotta in un cooperare che ha insieme incluso e arricchito le proprie specificità. Non pensavo che questa settimana mi avrebbe dato tanto, e invece….

D’altra parte, con la categoria di reciprocità mi “scontro” sempre nelle mie ricerche di dottorato, sia a livello metodologico, sia a livello contenutistico, poiché essa è una figura chiave nello studio del processo della gravidanza. La gravidanza è una tappa speciale, unica nella vita di ogni uomo e donna. Profondamente marchiata dal sigillo del novum ad ogni fase del suo processo, è teatro di continui cambiamenti che si verificano in tutti gli attori in essa coinvolti. Il nuovo individuo, infatti, così come la donna e l’uomo che l’hanno generato, dalla fecondazione in poi, si trovano inseriti in un movimento relazionale di intima costruzione e ristrutturazione della propria identità. Movimento che li vedrà apparire come figlio, madre e padre, determinando in essi una “maturazione” irreversibile e segnandoli per tutta la vita. Intesa nella sua forma più pregnante, quindi, la reciprocità caratterizza il processo generativo nella sua intima essenza. In tal senso, infatti, una gravidanza non si costituisce come un processo più o meno unilaterale di azione e reazione, ma è caratterizzata già ai suoi primordi da quella bilateralità tipica delle relazioni interumane, in cui l’interazione reciproca indica già capacità con-causale, sottraendo all’io ogni pretesa di autosufficienza nel determinare arbitrariamente i confini di una situazione esistenziale marchiata profondamente dal noi. Nel “segreto” delle sue intime contraddizioni, una gravidanza è particolare paradossalità di fusione di due corpi, in cui la soggettività e l’oggettività sussistono in un rapporto esistenziale vissuto intensamente e in cui l’affermazione identitaria nel suo silenzio si fa annuncio e rispetto dell’alterità relazionale. In tale tensione costitutiva verso un’unità, che potremmo caratterizzare come “articolazione delle differenze”, l’altro non è un analogo dell’io. Come dire, una sfida continua per il pensiero contemporaneo, che alimentato dalla razionalità strumentale stenta a far propria una logica relazione che ecceda le istanze “mercantili” dello scambio. Ancora preda dell’individualismo moderno, il progresso scientifico, offrendoci la possibilità di “tecnicizzare” il mistero simbolico della generazione sembra andare in direzione di un’interpretazione e categorizzazione della relazionalità tipica della gravidanza nei termini del desiderio, del programma e del controllo, con il dubbio che dietro tale movimento di “perfezionamento” si nasconda ancora l’idealistico tentativo di affermazione del primato dell’Io. Ma, quali i guadagni di tale tentativo di “dominio epistemologico delle differenze”, se non quello di creare un agone in cui madre e feto combattono per rivendicare i propri diritti come unici ed esclusivi? Lo stesso progresso scientifico, infatti, offrendoci una vasta gamma di “dispositivi” e interventi precoci sembra aver elevato madre e figlio allo stato di “pazienti”. Così facendo, però, sembrerebbe metterne in risalto solo l’“individualità”, staccandoli l’uno dall’altra, e, nello stesso tempo, incoraggiando, all’interno del dibattito medico e mediatico, un’interpretazione della gravidanza come stato inerentemente conflittuale tra “due”. In una situazione in cui il senso si pretende racchiuso immanentemente ora in un capo, ora nell’altro, e non riflette più l’eccedenza trascendente dell’autenticità relazionale, la possibilità della rottura non appare più opzione sanguinolenta, piuttosto si fa strada con l’arendtiana “banalità” di scelta routinaria. Ma, fino a che punto è possibile spingersi a considerare un feto senza un grembo che lo nutra affettivamente ed emotivamente, oltre che “materialmente”? Cos’è una gravidanza? Quale la sua funzione all’interno della vita di ogni coppia e di ogni nuovo individuo che viene al mondo? E’ ancora possibile parlare e qual è il significato di paternità, maternità e figliolanza?

Quell’ovvietà che ieri si considerava come acquisto ormai superato in quanto aspetto essenziale della human condition diventa il problema di oggi. È l’appuntamento con la storia cui non possiamo mancare, proprio perché, molto probabilmente, ne va del nostro futuro. Infatti, anche se l’esperienza della maternità non riguarda tutti gli uomini, poiché non tutti siamo madri, tuttavia, in quanto figli, tale reciproca relazionalità affetterebbe ciascuno di noi, al punto di arrivare a segnalarne il carattere di archetipo esperienziale di ogni altra relazione personale. Quali, dunque, le conseguenze della sua violazione?

 

Per approfondire

Benoît Bayle, L’embrione sul lettino. Psicopatologia del concepimento umano, Koiné, Roma 2005.

Maurizio Chiodi, Il figlio come sé e come altro: la questione dell’aborto nella storia della teologia morale e nel dibattito contemporaneo, Glossa, Milano 2001.

Maria Moneti Codignola, L’enigma della maternità. Etica e ontologia della riproduzione, Carocci, Roma 2008.

Sophie Marinopoulos, Nell’intimo delle madri. Luci e ombre della maternità, Feltrinelli, Milano 2006.

Edmée Mottini-Coulon, Essai d’ontologie spécifiquement féminine: vers une philosophie différentielle, Vrin, Paris 1978.

 

Profilo dell’autore

Ilaria Malagrinò, laureata in filosofia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Attualmente svolge un dottorato in bioetica presso l’Istituto di Filosofia dell’Agire Scientifico e Tecnologico dell’Università Campus Bio-Medico di Roma. È cultore in filosofia morale presso l’Università Roma Tre. È autrice di una monografia dal titolo Azione umana e libertà nel pensiero di Sciacca. I suoi campi di ricerca riguardano soprattutto l’antropologia filosofica.

 

 

 

 

 

 

 

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