#Blog EllePì – Dire no agli automatismi: la decisione di libertà di Franco Basaglia


C’è un gesto, nella storia di Franco Basaglia, che ha la forza delle grandi svolte proprio perché, in apparenza, è semplicissimo. Appena arrivato alla direzione dell’ospedale psichiatrico di Gorizia, gli viene sottoposto il registro delle contenzioni: un grande libro nel quale sono annotati i nomi delle persone legate al letto durante la notte. Il direttore deve semplicemente firmare. «Si è sempre fatto così», raccontano Lorenzo Pregliasco e Lorenzo Baravalle nel loro podcast Qui si fa l’Italia. Basaglia prende la stilografica, si ferma, poi la richiude e pronuncia poche parole: «E mi no firmo».

In quel rifiuto c’è molto più della scelta di non compiere un atto amministrativo. C’è la sospensione di un automatismo. Di fronte a una pratica considerata normale perché ripetuta, Basaglia introduce una domanda: è davvero necessario fare ciò che abbiamo sempre fatto? E soprattutto: ciò che facciamo perché “si è sempre fatto così” è ancora giusto quando torniamo a guardarlo con occhi nuovi?

È proprio qui che il gesto di Basaglia assume un significato che va molto oltre la storia della psichiatria. Gli automatismi sono comodi perché ci risparmiano la fatica del giudizio. Ci permettono di attraversare la realtà applicandole categorie già pronte, interpretazioni già confezionate, risposte che altri hanno elaborato prima di noi. Ma proprio per questo possono diventare una forma sottile di non-libertà. Non ci impediscono soltanto di scegliere: ci impediscono persino di vedere che c’è qualcosa da scegliere.

La democrazia, allora, non consiste soltanto nella possibilità formale di esprimere un voto o un’opinione. È, prima ancora, la capacità concreta di esercitare il proprio giudizio sulla realtà. Significa sottrarsi alla tentazione del «si fa così», del «lo pensano tutti», del «è sempre stato così», del «è evidente che…». Significa recuperare quello spazio, spesso scomodo, nel quale una persona può fermarsi, osservare e dire: aspetta. Voglio capire.

In Essere e tempo, Heidegger descrive la quotidianità come il luogo in cui l’Esserci tende a perdersi nell’impersonale, nel «Si» (das Man): si pensa, si dice, si fa ciò che “si” pensa, “si” dice, “si” fa. L’autenticità nasce invece dalla possibilità di riappropriarsi della propria esistenza attraverso la decisione la quale non è semplicemente scegliere tra due alternative, ma è interrompere la passività dell’automatismo e assumere su di sé la responsabilità del proprio modo di stare nel mondo. Poco prima, Heidegger aveva scritto qualcosa di ancora più radicale: l’uomo «è sempre la sua possibilità»; proprio per questo può «scegliersi», conquistarsi, oppure perdersi e non conquistarsi affatto. L’essere umano, in altre parole, non è soltanto ciò che gli accade: è anche ciò che decide di fare di ciò che gli accade. È forse questo il punto in cui Basaglia e Heidegger, da prospettive profondamente diverse, possono incontrarsi. Dire “no” non significa necessariamente sapere già quale sarà la risposta giusta. Significa, prima ancora, rifiutare una risposta che non abbiamo realmente scelto. Basaglia non si limita a sostituire una procedura con un’altra: apre una possibilità. E quella possibilità diventa concreta quando il manicomio comincia a trasformarsi in un luogo in cui le persone vengono ascoltate, incontrate, riconosciute.

Dire no agli automatismi significa allora aprire uno spazio. Uno spazio mentale, prima ancora che politico o sociale. Significa sottrarre il presente alla sua apparente inevitabilità. Perché il mondo non è mai soltanto ciò che ci viene consegnato: è anche ciò che possiamo reinterpretare, criticare, trasformare. La libertà comincia forse proprio lì: in quell’istante apparentemente minimo in cui una mano smette di firmare, una penna si ferma, una consuetudine viene interrotta e qualcuno dice: no. Prima di sapere dove conduce quella scelta, ha già aperto una possibilità. E talvolta è proprio da quella possibilità che comincia una trasformazione della realtà.

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