Reportage EllePì – Quale cura per il lavoro di cura? – Capitolo 4 – Burnout (1 di 2)


Questa è la Prima parte del Quarto capitolo del reportage a puntate dal titolo “Quale cura per il lavoro di cura? Storie di salute, diritti e lavoro” realizzato da Valentina Brini e Annalise D’Egidio nell’ambito della collaborazione con la Scuola di Reportage e Fotografia Jack London. I tre capitoli precedenti sono visualizzabili nel nostro sito.


Ho conosciuto il giovane psichiatra Ivan e, per suo tramite, il collega Ludovico, a metà estate. Poco dopo, due eventi apparentemente non collegati mi sono sembrati coincidenze sorprendenti: la notizia del tour autunnale nei CPR italiani di Marco Cavallo1 – la statua in legno e cartapesta azzurra realizzata nel 1973 dai degenti del manicomio di Trieste insieme a scultori professionisti – e la scomparsa del fotografo Gianni Berengo Gardin, autore con Carla Cerati del reportage fotografico Morire di classe2 , sulla condizione manicomiale. Sullo sfondo, il ricordo ancora vivo delle celebrazioni per il centenario della nascita di Franco Basaglia appena un anno fa: tra rassegne cinematografiche (Centenario Basaglia alla Cineteca di Bologna – marzo 2024), mostre fotografiche (Basaglia 100 anni di fotografie a 100 anni dalla sua nascita nell’ambito del Festival della Mente a Roma – ottobre 2024) e podcast (Basaglia e i suoi con Massimo – pubblicato da Il Post a dicembre 2024), solo per citare alcuni esempi. Già in un articolo del ì 2022, Peppe Dell’Acqua – il collaboratore che ne raccolse il testimone alla direzione del Dipartimento di salute mentale di Trieste –, denunciava «la scomparsa delle buone pratiche basagliane»3 e «il progressivo e prepotente ritorno all’isolamento e ai farmaci, in un clima di generale indifferenza, smemoratezza e sciatteria amministrativa»4. In conclusione, formulava l’auspicio che dall’agonia del presente potesse rinascere una «psichiatria gentile»5 – «dal pessimismo della ragione all’ottimismo della pratica»6.

Cosa rimane oggi dell’unica riforma davvero realizzata in Italia secondo Norberto Bobbio7? Aveva ragione Mario Tobino, psichiatra e scrittore, a diffidare tanto dei «novatori»8 – che i matti li volevano dimettere tutti, lasciandoli liberi, perfino di abbracciare la morte9 –, quanto delle capacità della nostra classe dirigente10? Ho rivolto questi interrogativi a Ivan e Ludovico per provare a capire, attraverso la loro esperienza diretta sul campo, lo stato reale delle cose. Volevo verificare se l’eccellenza riconosciuta del modello di salute comunitaria di Trieste, concepito da Basaglia come parte integrante del processo di superamento dei manicomi, costituisca una luminosa eccezione11 in un panorama sempre più disomogeneo, profondamente segnato com’è da linee di faglia regionali. La «lunga marcia attraverso le istituzioni»12 innescata dallo psichiatra veneto è stata lenta: iniziata nel 1961 a Gorizia – remota provincia di confine che aveva conosciuto orrori indicibili durante la guerra –, grazie al supporto di medici e infermieri volenterosi e ostinati poté irradiarsi al resto d’Italia. Colorno (Parma), Reggio Emilia, Arezzo sono solo alcuni esempi di quell’approccio di rottura radicale che Franca Ongaro ha successivamente così sintetizzato: «In Italia c’è stata gente che non ha accettato il fatto che in un ospedale di cura si potessero distruggere, annientare e mortificare i malati, fingendo di curarli. E ha cominciato a lavorare»13. La legge 180, più citata che effettivamente letta, fu approvata il 13 maggio 1978, appena quattro giorni dopo il ritrovamento del cadavere dell’onorevole Moro in via Caetani a Roma. Si inseriva in un più ampio progetto di ridisegno della sanità pubblica, completato il 23 dicembre dello stesso anno con il via libera alla legge 833, che istituì il Servizio sanitario nazionale. Almeno in questo caso – diversamente da quanto avviene di solito a queste latitudini – non si ricorse all’emergenza per giustificare l’inerzia, una pratica consueta che, procrastinando, aggrava situazioni irrisolte e trasforma il transitorio in una condizione permanente. È vero senz’altro che le forze politiche temevano il referendum abrogativo a cui i Radicali stavano già lavorando. Era molto probabile non solo che si sarebbe svolto, ma anche che avesse superato il quorum. A quel punto i manicomi sarebbero stati chiusi, creando un pericoloso vuoto assistenziale. Frutto di un compromesso che scontentò tutti, e perciò imperfetta quanto si vuole, per un bilancio critico completo sulla legge 180 non si può tralasciare il processo di gestazione da cui scaturì. Per un breve momento l’impossibile era divenuto possibile: cittadini, medici, amministratori, artisti, fotografi, cineasti e giornalisti avevano lavorato insieme alla realizzazione di «un’utopia della realtà»14, nata da un «no collettivo che cambiò il mondo»15, pur tra eccessi, esagerazioni, rigidità, semplificazioni, dogmatismi16. Molto avrebbe ancor oggi da insegnarci l’audacia con cui si perseguì il cambiamento: un senso della possibilità capace di far intravedere, oltre la miseria e le macerie del presente, spazi inediti di alternative praticabili. Proprio ciò a cui alludeva Basaglia, quando richiamandosi a Musil, scomponeva la realtà in compito e invenzione17. Allettati dalla retorica del personal branding e surclassati dalla frenesia  dello storytelling, siamo ancora capaci di «mettere la malattia tra parentesi» per riconoscere che «il malato non è solamente un malato, ma un uomo con tutte le sue necessità»18? Anche di questo volevo discutere con Ivan e Ludovico. Devo ammettere che non ero affatto preparata a ciò che mi avrebbero raccontato. Non che mi aspettassi un quadro roseo. Ricorrendo a un’immagine provocatoria ma icastica, Ongaro e Basaglia avrebbero detto che siamo (metaforicamente) incappati una volta ancora nel tragico errore di Jacob: comprare un’azalea per coprire l’odore nauseante delle sue malefatte19. Per certi versi l’espressione è calzante, ma non esaurisce tutto ciò che ho ascoltato e percepito. 

Nella realtà che mi si è schiusa davanti, professionalità e dedizione convivono con la negligenza, in una coltre asfissiante di grigiore burocratico e tecnicismi legali. Come in un gioco a somma zero, la scelta di chi decide di restare e di esserci nonostante tutto, «perché in psichiatria l’etica non si insegna, si abita» (Ludovico), può solo riequilibrare, quando va bene, la lunga catena di «disumanizzazione e anestesia morale che è la cifra del nostro tempo, non solo del nostro lavoro» (Ludovico). Scegliere di «stare in trincea» (Ivan) e da lì «sottrarre tempo alla propria specialità per garantire ai pazienti quel supporto psicoterapeutico necessario, che altrimenti attenderebbero per mesi o anni» (Ivan), è una vera e propria dimostrazione di dedizione al SSN. Ancora Ivan: «Tanti pazienti, pur avendo iniziato privatamente, tornano da noi per la riabilitazione nei centri diurni. Da sola la terapia farmacologica non basta. Sotto questo punto di vista, il pubblico è ancora vincente. Anche per noi tecnici è una realtà più dinamica e stimolante». Ecco cos’è che motiva ogni giorno questi medici, e i loro colleghi, a esporsi, spesso con grave rischio per la propria incolumità fisica e per la loro stessa vita20. Un’abnegazione in cui mi pare di scorgere la fatica di Sisifo, condannato per l’eternità a spingere lo stesso masso in cima alla roccia, da cui l’indomani cadrà di nuovo. Ludovico, in merito, ha qualcosa da ridire e obietta piccato: «Altro che eroismo! Altro che vocazione! Spesso sento dire che noi operatori sanitari abbiamo una particolare attitudine verso l’altro, quasi sottintendendo una naturale inclinazione al sacrificio. Non è affatto vero. La si usa come scusa per disinteressarsi dei nostri diritti, a partire dal più importante e delicato: il benessere psicologico. Provo rabbia per un sistema che ci lascia soli e, dopo anni di battaglie silenziose, resta solo tanta stanchezza. La verità è che sono diventato meno bravo, anzi sono proprio peggiorato. Non agisco più d’istinto e mi barcameno ogni giorno tra tutela personale e benessere del paziente. È innegabile che la gestione del rischio nel nostro ambito abbia superato la necessità di cura. Davvero non so come si possa continuare a fare questo lavoro. Se la psichiatria diventa un campo minato, allora siamo tutti in pericolo – pazienti e medici.»

Ivan è sulla trentina. Dopo alcuni anni trascorsi in una città del centro Italia per ragioni di studio, è recentemente tornato nella sua regione d’origine. Avendo vinto un concorso pubblico, lavora ora in pianta stabile nell’organico del Centro di Salute Mentale (CSM) facente capo a una ASL molto popolosa del Sud Italia. Dapprima impacciato ed esitante, nel corso della nostra conversazione in videoconferenza mano a mano si scioglie. La situazione che delinea, a partire dall’ambulatorio in cui lavora, è piena di chiaroscuri. Con la freschezza dell’esordiente sente che è ancora possibile invertire la rotta. «Per noi è un momento d’oro. È in atto un grande ricambio generazionale, che ci permette ampia libertà di movimento, ma non so quanto potrà durare.» Poco dopo, tuttavia, candidamente ammette: «Benché la mia carriera professionale sia molto breve, sono già avvilito. Mentre i colleghi con più anzianità di servizio alle spalle si sentono proprio sfiniti, estenuati». Immaginare come le due affermazioni – di per sé contraddittorie – non si escludano a vicenda, ma al contrario si rafforzino reciprocamente, è possibile solo lasciandosi guidare dal racconto che Ivan fa della sua quotidianità. Oltre alle visite programmate, sia in sede che a domicilio, una giornata lavorativa standard prevede gli eventuali follow-up dei pazienti con ricoveri a medio e lungo termine e il disbrigo delle pratiche burocratiche.

Quando chiedo a Ivan di spiegarmi in cosa consistano esattamente quest’ultime, mi offre una descrizione
articolata che ho scelto di riportare quasi integralmente, condensando alcuni passaggi per ragioni di spazio. «Il nostro lavoro ha un forte connotato sociale, soprattutto nei casi di dipendenza da droghe o alcol, senza dimenticare chi vive per strada. La correlazione tra marginalità sociale e sofferenza psichica è evidente, e per questo è fondamentale intervenire su entrambi i fronti. Ciò comporta una collaborazione stretta con i servizi sociali, spesso fonte di divergenze e, talvolta, urti. Lo stesso succede coi SerT, che lavorano sulle dipendenze patologiche. Si tratta di pazienti molto complessi da gestire, che in molti casi richiederebbero il ricovero in strutture a doppia diagnosi. A trovarle! E, pur ammettendo di riuscirci, non è affatto detto che abbiano posto. Il che ovviamente non dipende da noi. Finché non verranno chiariti i limiti dei nostri compiti, continueremo a essere tirati in tutte le direzioni: dal giudice che ci obbliga a ricoveri anche quando mancano posti letto, ai medici che ci inviano pazienti complessi. Non è che ce ne vogliamo lavare la mani, ma la situazione è complicata. Per fare un esempio concreto: molti dei farmaci che somministriamo hanno un impatto cardiologico significativo. Come possiamo monitorare adeguatamente i pazienti, soprattutto di notte? L’assenza del reparto di cardiologia – come pure della neurologia e della chirurgia – influisce pesantemente sulla decisione di ricoverare o meno un paziente presso il reparto di psichiatria». A ciò si aggiungono gli impegni più dilatati nel tempo – per esempio il corso di musicoterapia, a lui affidato e di prossimo avvio presso la SIR (Struttura Intermedia Residenziale) collegata al CSM – oltre ai turni, due volte al mese, presso l’SPDC (cioè il Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura, istituito dalla legge 180, in sostituzione dei manicomi), per supplire alla carenza di personale.
E qui veniamo a un altro punto dolente: «Quest’ASL è nota per la fuga dei medici. Eppure non è che manchino i medici: mancano le assunzioni e una gestione che i medici, valorizzandoli, li sappia trattenere. Da noi, per fortuna, diversamente che altrove, i posti sono coperti. Non ci sono invece gli psicologi: ne abbiamo due, quando dovrebbero essere almeno otto!».


1 Il monito è un appello senza tempo a non accettare che la privazione della libertà individuale si fondi sull’arbitrio. Fintanto che il concetto di pubblica sicurezza non è appiattito e distorto dalla propaganda, l’oltraggio alla dignità dell’essere umano resta un inutile abuso di arroganza. – Cfr. I. Sesana, Nei CPR c’è un problema di salute mentale. Marco Cavallo si rimette in viaggio, «News Forum Salute Mentale». Significativo è l’aneddoto della prima uscita pubblica della statua. In una fredda domenica mattina di febbraio 1973, ci si chiedeva come far passare la statua dai cancelli del manicomio di Trieste. Alta circa quattro metri, Marco Cavallo era stata riempito con foglietti contenenti i sogni e le speranze dei pazienti. Forse, osservò poi Peppe Dell’Acqua, le aspettative erano talmente grandi che le dimensioni della statua erano lievitate oltre misura. Fu Basaglia a risolvere l’impasse: senza esitazioni, abbatté il cancello dell’entrata laterale con una panchina (cfr. la puntata del 20 settembre 2025 del podcast Il Mondo cultura, 14:01-23:20).
2 Fondamentale nel portare all’attenzione dell’opinione pubblica quelli che Basaglia e sua moglie Franca Ongaro definivano «crimini di pace», il reportage del 1969, corredato da un testo di Basaglia e Ongaro, è tornato disponibile nella nuova edizione pubblicata dal Saggiatore (2024).
3 Dell’Acqua P., L’urgenza violenta del cambiamento nella quotidianità di Franco Basaglia, Domani, 28 agosto 2022. A fine luglio Dell’Acqua, animatore del Forum Salute Mentale: 180 Bene Comune, ha stigmatizzato duramente il disegno di legge presentato dal senatore del maggior partito di governo, Francesco Zaffini. Dal punto di vista di Dell’Acqua, l’impostazione è eccessivamente securitaria e rappresenta un deciso passo indietro rispetto allo spirito della legge 180. Viene tacitamente riproposta l’equiparazione tra malattia mentale e pericolosità sociale, oltre ad autorizzare e regolamentare la contenzione fisica. Dell’Acqua sostiene che in tal modo si avallano trattamenti – per quanto in alcuni reparti psichiatrici (SPDC) regolarmente praticati – volti più al controllo che alla cura. Casadio A., Peppe Dell’Acqua: «Il malato di mente non è un individuo pericoloso, ma un cittadino che va accolto e curato», Domani, 26 luglio 2025.
4 Dell’Acqua P., L’urgenza violenta del cambiamento nella quotidianità di Franco Basaglia cit.
5 Ibidem.
6 Basaglia F., Le tecniche psichiatriche come strumento di liberazione o di oppressione in Conferenze brasiliane, Raffaello Cortina Editore, Torino (2018), pag. 22.    7 Foot J., La «Repubblica dei matti». Franco Basaglia e la psichiatria radicale in Italia – 1961-1978, Feltrinelli, Milano (2014), pag. 283.                                                    8 Tobino M., Noticina sui novatori in Gli ultimi giorni di Magliano, Oscar Moderni, Mondadori (2024), pag. 21.
9 Tobino M., Il manicomio di Pechino, Oscar Mondadori, Milano (2023), pag. 118.
10 In una lettera del luglio 1979 Tobino scrive al suo assistente Franco Bellato: «questa Legge 180 ha del buon principio, ma come spesso in Italia accade saranno problemi. I malati vanno curati e amati. I politici guasteranno tutto… […] Ma resteremo soli e la moda vincerà» in Bellato F., Venti anni con Mario Tobino 1971-1991, riportato in Primo De Vecchis, Nota storica a Tobino M., Gli ultimi giorni di Magliano cit., nota 32, pag. LXXI. O anche: «L’Italia ha una ferita che sgorga sangue e tutto anemizza; manca la classe dirigente» – Tobino M., Il manicomio di Pechino cit., pag. 42.
11 Ancora recentemente l’OMS, giudicandolo un modello virtuoso di salute mentale comunitaria, consigliava ai paesi membri di ispirarsi all’esperienza di Trieste (OMS Europa (2023), Central Asian countries seek secrets to success in community-based mental health reform from Trieste, Italy), il cui Dipartimento di Salute Mentale ha peraltro designato Centro Collaborante per la ricerca e la formazione in salute mentale fin dal 1987.
12 Dell’Acqua P., L’urgenza violenta del cambiamento nella quotidianità di Franco Basaglia, cit.
13 Ongaro F., Manicomio perché?, Emme Edizioni, Milano (1991) pag. 25. L’esperienza di Perugia merita una menzione a parte poiché la città fu capace di riformare nel profondo il manicomio con un processo collettivo che vide la partecipazione dei cittadini e il sostegno dell’amministrazione. Né i medici né i dirigenti sanitari protagonisti del cambiamento potevano considerarsi «basagliani». Per una ricostruzione puntuale del contesto politico e delle fasi in cui si articolò la trasformazione, si veda Foot J., Perugia. L’esempio «perfetto», 1965-1978 in La «Repubblica dei matti» cit., pp. 179-194.                                                                        14 È l’emblematico titolo di un’antologia in cui sono stati raccolti alcuni degli interventi più significativi di Basaglia per raccontare «l’impresa della sua vita», come la definisce la moglie nella nota introduttiva. Basaglia F., L’utopia della realtà, Einaudi, Torino (2005).
15 Foot J., La «Repubblica dei matti». Franco Basaglia e la psichiatria radicale in Italia – 1961-1978 cit., pag. 297.
16 Ivi, pag. 298.
17 È quanto fa notare nella nuova introduzione alle Conferenze brasiliane, di cui è la curatrice, Maria Grazia Giannichedda, stretta collaboratrice di Basaglia, nonché presidente della fondazione Franco e Franca Basaglia, riprendendo la distinzione tra senso della realtà e senso della possibilità presente ne L’uomo senza qualità di Robert Musil, che «è stato un elemento chiave dell’educazione sentimentale di chi ha lavorato con Basaglia, specie negli anni Sessanta e soprattutto a Trieste» – cfr. Introduzione in Conferenze brasiliane cit., pag. XXVI.
18 Basaglia F., Le tecniche psichiatriche come strumento di liberazione e di oppressione in Conferenze brasiliane cit., Raffaello Cortina Editore, Torino (2018), pag. 10.
19 Il rimando alla poesia di Bertolt Brecht, Apfeelböck o Il giglio dei campi, è posta in esergo al testo di presentazione che accompagna le foto di Cerati e Berengo Gardin. È ispirata alla storia vera di un giovane che, senza apparenti ragioni, uccise i genitori e tenne i cadaveri nascosti in casa, finché la puzza della decomposizione non allertò i vicini.                                                                                                                                                                                                                   20 Ludovico ha voluto ricordare la scomparsa della dottoressa Barbara Capovani, responsabile del Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura (SPDC) dell’Ospedale Santa Chiara di Pisa, uccisa da un suo ex paziente a fine aprile 2023. Quest’ultimo ha sempre affermato di non aver avuto intenzione di uccidere la dottoressa. Recentemente, la Corte di Assise di Appello di Firenze ha confermato l’ergastolo.


Valentina Brini Emiliana, classe 1991. Laureata in farmacia e nutrizione, sceglie di allontanarsi dal mondo sanitario dopo averne conosciuto da vicino le crepe e il logorio. Da sempre spinta da un bisogno di autenticità, ha trovato nella musica e nella fotografia i suoi linguaggi più veri. Viaggiatrice inquieta, attraversa luoghi e volti alla ricerca di qualcosa di vero. Cerca ancora dei buoni obiettivi fotografici e non.
Annelise D’Egidio Origini lucane, studi in filosofia. Prima della scuola Jack London, esperienze lavorative tra loro eterogenee, ma accomunate dalla medesima precarietà contrattuale. In mezzo: viaggi, scoperte, incontri e trasferimenti. In sottofondo, tanta musica e molti podcast. Circondata da immancabili pile di libri, tuttora alla ricerca di un centro di gravità permanente.

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