UNA RIVOLUZIONE CHE POSSIAMO PIEGARE AL BENE COMUNE

di Gabriele Gabrielli

Presidente Fondazione Lavoroperlapersona

Il cambiamento che viviamo è senza precedenti, così intenso e pervasivo che Klaus Schwab, fondatore e presidente del World Economic Forum, non esita a indicarlo come la Quarta Rivoluzione Industriale. Tutte le rivoluzioni, anche le precedenti, sono state segnate da grandi innovazioni, ma quella che apre il Terzo Millennio presenta alcune caratteristiche che la distinguono decisamente dalle altre. Innanzi tutto la “velocità” con cui sta travolgendo tutti i settori, il loro modo di produrre e organizzare il business e il lavoro, forse anche la nostra vita. Le precedenti rivoluzioni – quella meccanica che ha consentito la nascita dell’industria, la seconda rivoluzione che ha reso possibile la produzione di massa e uno sviluppo del benessere su larga scala e la rivoluzione elettronica e informatica – hanno viaggiato con “velocità lineare”, questa corre invece a “velocità esponenziale”.

Secondo Schwab, oltre alla velocità, la Quarta Rivoluzione Industriale poggia su altri due pilastri: portata e intensità, da un lato, impatto sui sistemi dall’altro. Riguardo il primo, “la trasformazione si fonda sulla rivoluzione digitale e combina diverse tecnologie, dando luogo a cambi di paradigma senza precedenti sia a livello individuale, sia in termini economici, aziendali e sociali. Un cambiamento che non riguarda solo il “che cosa” fare e il “come”, ma anche il “chi” siamo”.
Ricco di dati e analisi, il volume scritto dal presidente esecutivo del World Economic Forum va segnalato – come scrivo nella recensione al volume edito da Franco Angeli pubblicata nel n. 3 di Dialoghi, settembre 2017 – per almeno tre motivi. Innanzi tutto per il suo intento divulgativo che persegue con cura, senza mai scivolare nella banalizzazione, e con grande efficacia.
In secondo luogo per la tesi che sostiene, un invito ad approfondire la portata dell’innovazione tecnologica, mai così pervasiva e travolgente, non per combatterla, ma per guardarla come un’occasione unica da cogliere sapientemente per “riflettere su chi siamo e sulla nostra visione del mondo”.

Piuttosto che andare “contro” l’innovazione, ho scritto altrove che bisogna stare “con” essa, ricercare lo spazio di un’alleanza che ne guidi le implicazioni per l’umanità. C’è un terzo motivo per suggerire la lettura di questo lavoro. Tutte le pagine del libro sono attraversate dalla speranza – supportata da evidenze, pratiche possibili, sperimentazioni in essere – che la quarta rivoluzione industriale “sia incentrata sulla persona e diventi fonte di responsabilità, anziché disumana e causa di conflitto”.
Per questo c’è un gran lavoro da fare, perché tutti – governanti e politici, intellettuali e ricercatori, imprenditori, manager e sindacati – possiamo costruire le condizioni perché l’innovazione tecnologia prenda la direzione che vogliamo, di sviluppo del benessere e del rispetto dell’uomo.

Solo questa consapevolezza diffusa, che passa attraverso investimenti cospicui, duraturi e di alta qualità in istruzione e cultura, può aiutarci a dare il “senso di marcia” al futuro per trovare risposte appropriate alla straordinaria complessità delle questioni che abbiamo di fronte a noi. E le risposte sono appropriate soltanto quando mettono al primo posto la persona e la ricerca del bene comune. E questo non dipende dai robot, ma solo da noi.

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