La nuova ricchezza dei dati: siamo i protagonisti. Con quale consapevolezza?

di Gabriele Gabrielli

gabrielliLa nostra vita è piena di dati, tutti li produciamo continuamente. Quando cerchiamo sullo smartphone o seduti davanti a un computer un ristorante e la via più veloce per arrivarci con l’auto; quando ci muoviamo, accompagnati da tanti oggetti che portiamo con noi provvisti di sensori che producono e irradiano altri dati. Nei dati c’è tanta ricchezza, opportunamente usata, valorizzata e distribuita può aiutarci a vivere meglio, accrescendo benessere e offrendo opportunità all’intera umanità.

Il mondo degli affari lo sa bene, per questo vuole trarre dall’economia dei dati sempre più utili. C’è consapevolezza e fiducia che possa diventare davvero la nuova frontiera del business, fonte di nuovi ricavi e soprattutto di margini.

La società dei big data affascina tutti, anche le università e le business school perché la valorizzazione di questo patrimonio, scrive Luca De Biase, “richiede conoscenze e skill… design per la visualizzazione e l’analisi dei risultati”. Si tratta di un patrimonio destinato a crescere se si tiene in conto che solo in Europa, secondo Eurostat, oltre il 70% delle famiglie ha accesso alle tecnologie dell’informazione e comunicazione e sette individui su dieci usano internet.  Significa che un numero sempre maggiore di persone, famiglie, organizzazioni e imprese parteciperanno alla produzione di dati. Senza considerare poi i dati già prodotti e che produrrà la progressiva messa in rete di oggetti e lo sviluppo dell’”internet delle cose”. Benvenuti allora nell’era dell’”infonomics” di cui tutti saremo, consapevoli o non, i protagonisti.

Sono anche in molti a domandarsi, tuttavia, perché questa nuova ricchezza sia solo nelle mani di pochissimi monopolisti del web che sfruttano il nostro desiderio di relazioni, imprigionati come siamo dall’ossessione di esibire le nostre vite “sotto controllo” sui social che diventano profitto. In una bella intervista di Francesca De Benedetti Geert Lovink, noto studioso delle culture delle reti, approfondisce il suo pensiero dialogando sulle numerose questioni che interessano il tema: trasparenza e  meccanismi di controllo, le relazioni tra democrazia e tecnologia, il ruolo dei cittadini ecc. Lovink sta cercando di elaborare modelli alternativi senza immaginare o sognare, romanticamente, una vita off line.

Merita attenzione la questione di fondo: per stare tranquilli occorrerebbero cospicui e urgenti investimenti (monitorando le iniziative) per educare i cittadini e tutta la società a comprendere criticamente le numerose dimensioni di questa straordinaria opportunità che non può rimanere appannaggio di pochi.

 

Gabriele Gabrielli è Presidente della Fondazione Lavoroperlapersona e docente di Organizzazione e gestione delle risorse umane all’Università LUISS Guido Carli. Giornalista pubblicista, formatore e coach, i suoi ambiti di attività riguardano la consulenza, ricerca e educazione nel campo dello sviluppo organizzativo, leadership e risorse umane. Tra i suoi volumi più recenti ci sono Di generazione in generazione. Teorie e pratiche dell’accoglienza; (con Profili S.),Organizzazione e gestione delle risorse umane, Isedi, Torino, 2012;  Post–it per ripensare il lavoro, Franco Angeli, Milano 2012; People management, Franco Angeli, Milano 2010.

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