L’accoglienza dei migranti: solo questione politica ed economica o anche questione di umanità?

di Fabrizio Maimone

maimoneAssistiamo impotenti ai naufragi dei migranti nel cuore del Mediterraneo, il Mare Nostrum. Migliaia di donne e uomini, che dopo aver sfidato le sabbie del deserto e i pericoli del mare, finiscono i loro giorni in quella sorta di monumento (funebre) all’egoismo umano, che è diventato il Mediterraneo, un tempo crocevia di culture e civiltà. Oppure, si ritrovano ad essere clandestini, costretti a lottare per la sopravvivenza in un Paese che sacralizza la libera circolazione dei capitali e delle merci, ma considera un reato la migrazione di tanti disperati, che cercano un futuro migliore. Eppure, la storia dell’umanità è anche una storia di migrazione. Papa Francesco, in un discorso pronunziato nel 2013, ha affermato che “Gesù, Maria e Giuseppe hanno sperimentato che cosa significhi lasciare la propria terra ed essere migranti: minacciati dalla sete di potere di Erode, furono costretti a fuggire e a rifugiarsi in Egitto”.

Lo stesso concetto è stato declinato con il linguaggio dell’arte dal maestro Ermanno Olmi, nel film visionario “Il villaggio di cartone”, che è stato proiettato recentemente nella 2^ edizione del Film Festival Offida, dal titolo “Trovarsi Altrove. Storie di lavoro, incontri, migrazioni”. Sempre il Santo Padre, inoltre, ha sottolineato che “Non di rado l’arrivo di migranti, profughi, richiedenti asilo e rifugiati suscita nelle popolazioni locali sospetti e ostilità. Nasce la paura che si producano sconvolgimenti nella sicurezza sociale, che si corra il rischio di perdere identità e cultura, che si alimenti la concorrenza sul mercato di lavoro o, addirittura, che si introducano nuovi fattori di criminalità”. Per questo, ha ammonito il Papa, bisogna “superare pregiudizi e incomprensioni“. Non sembra che l’Italia (e la stessa Europa) siano riuscite ancora a “superare pregiudizi e incomprensioni“. L’Unione Europea, in particolare, sta affrontando l’emergenza immigrazione con una buona dose di ambiguità. Forse, per costruire una politica comune di accoglienza verso i migranti che arrivano in Europa dal cielo, dalla terra e dal mare, dovremmo prima imparare ad essere più uniti tra di noi, cittadini Europei. Superando i pregiudizi e le incomprensioni che ci dividono, da Est a Ovest e, soprattutto, da Nord a Sud. E’ legittimo, infatti, ipotizzare che l’assenza di una (vera) politica comune sull’immigrazione sia dovuta anche alla mancanza di una forte identità Europea, alla persistenza di barriere culturali tra i Paesi della UE e, in particolare, tra Nord e Sud.

A questi atteggiamenti, presumibilmente, si associa la paura dei cittadini del Nord – Europa, preoccupati di perdere il livello di benessere raggiunto in questi anni. Non a caso, il  World’s Happines Report colloca anche quest’anno ai primi posti della classifica dei  Paesi più “felici” (insieme a Svizzera e Canada) l’Islanda, la Danimarca, la Norvegia, la Finlandia, l’Olanda e la Svezia. La felicità è un bene molto fragile e si può perdere in un attimo, forse è questo il pensiero che angoscia i nostri fratelli settentrionali. Al timore di perdere i privilegi acquisiti, si somma, come abbiamo detto, anche un atavico atteggiamento di sfiducia nei confronti delle Nazioni del Sud – Europa, che ha radici storiche profonde. Questo atteggiamento ha trovato un vero e proprio riconoscimento teorico nell’opera di Max Weber (1965). Il sociologo tedesco (Ib.), infatti, ha sostenuto che esiste una stretta relazione tra la diffusione del Protestantesimo, in particolar modo del Calvinismo, e la nascita dello spirito capitalistico. Spirito che, secondo Weber (Ib.), si fonda sul cosiddetto “ascetismo intra – mondano”, ovvero su un orientamento al profitto, che non è finalizzato al godimento personale, ma al all’accumulazione del capitale e al suo re-investimento nell’impresa. Il successo imprenditoriale e la realizzazione nel lavoro sono considerati un segno (indiretto) della grazia divina e, quindi, della predestinazione alla salvezza ultraterrena. Lo spirito capitalista, a sua volta, secondo Weber, ha favorito lo sviluppo di una società moderna e secolarizzata, in cui il lavoro è considerato una professione e una vocazione (beruf). Weber (Ib.) non fa mistero di considerare superiore agli altri il modello di sistema economico (e sociale) che si è sviluppato nei Paesi di religione protestante (e in particolare Calvinista). Questa posizione sottende, implicitamente, che gli altri sistemi socio-economici sono da considerarsi di fatto “inferiori”.

La disamina del dibattito sulle origini del capitalismo moderno esula dalle finalità di questo contributo. Non si può, però, sottacere che le prime forme di capitalismo moderno emergono in Europa molto prima della nascita di Calvino. Del resto, la crisi finanziaria del 2008, che ha colpito le maggiori economie mondiali, è nata negli USA, Paese puritano per antonomasia, che in teoria dovrebbe incarnare i valori etici dello spirito capitalista, descritti da Max Weber (1965). Le analisi di Weber, però, sono basate su un presupposto difficilmente contestabile:  la cultura e, quindi, anche la religione, hanno una forte influenza sui fenomeni economici.

La relazione tra cultura e economia è stata sostenuta da molti studiosi, tra i quali è doveroso citare il premio Nobel Amartya Sen (2004). Il World Value Survey rileva periodicamente i valori sociali condivisi dai popoli della Terra, anche con l’obiettivo di studiare la relazione tra cultura e processi di sviluppo economico. Altra cosa, invece, è affermare la presunta superiorità di un sistema culturale e giudicare gli altri, sulla base delle presupposta vicinanza – lontananza dal proprio modello. Si tratta di un vero e proprio atteggiamento etno – centrico, anche se mascherato da dottrina economica. Sta di fatto che negli ultimi anni abbiamo assistito ad una sorta di messa sotto tutela delle Nazioni del Sud – Europa, da parte dei Paesi Nordici. I Paesi europei del Mediterraneo, graziosamente definiti “PIGS” (acronimo che sta per Portogallo, Italia, Grecia e Spagna, ma che in inglese significa anche “maiali”), considerati poco virtuosi, sono stati messi sotto tutela, insieme all’Irlanda, Nazione, peraltro, in prevalenza cattolica. Per carità, i Paesi del Sud d’Europa ci hanno messo, come si dice, del loro. Le diffidenze dei nostri fratelli (diversi) del Nord sono almeno in parte giustificate. Però, sembrerebbe che a Bruxelles (e forse a Berlino)  abbiano letto con molta attenzione l’Etica protestante e lo spirito capitalista di Weber.

Forse, la diffidenza verso le Nazioni del Sud – Europa ha influito, più o meno consapevolmente, anche sulla scelta di lasciare da soli i Paesi mediterranei, e soprattutto l’Italia, nella gestione del dramma dei boat people. Anche in questo caso, noi ci abbiamo messo del nostro. I recenti scandali dimostrano che il sistema di gestione dell’emergenza immigrazione non funziona e (forse) serve solo alle organizzazioni coinvolte nella gestione delle strutture, deputate all’accoglienza (si fa per dire) degli immigrati. Il Piano Junker sta mettendoci una pezza, ma è un fatto che per molto tempo le Nazioni del Mediterraneo sono state lasciate da sole, a fronteggiare l’emergenza degli sbarchi di immigrati. La crisi dei boat people, amplificata dai media, ha contribuito ad aggravare il clima di preoccupazione e a fornire argomenti  alla propaganda dei “separatisti”, che predicano il respingimento dei migranti. La posizione di chi vuole trasformare l’Europa in una fortezza, creando dei muri (fisici e mentali) nei confronti dei migranti, è allo stesso tempo irrealistica e miope. Irrealistica, perché è praticamente impossibile isolare ermeticamente un Continente, bloccando i flussi migratori. Ci avevano provato i Cinesi, a suo tempo, erigendo la Grande Muraglia, e sappiamo com’è finita. Miope, perché l’immigrazione produce dei costi, economici ma anche sociali, però, può portare anche dei benefici. Ancora più evidenti nel caso di un Continente “vecchio”, in tutti i sensi, come l’Europa.

I pro e i contro dell’immigrazione sono stati analizzati da Putnam (2006). Secondo lo studioso americano (Ib.), i flussi migratori possono avere un impatto negativo sulla coesione sociale, nei Paesi che accolgono gli stranieri emigrati, almeno nel breve periodo. Per questo, sostiene Putnam, è necessario gestire i processi di immigrazione con politiche attive, che riducano i costi sociali e assicurino dei benefici alla società, almeno nel medio – lungo termine. Gli argomenti utilizzati dall’autore (Ib.) a supporto della sua tesi, sono:

a) Il tasso di diversità etnica nelle nostre società è destinato a crescere, (non solo) a causa dell’immigrazione;

b) Nel breve-medio periodo l’immigrazione può incidere negativamente sulla solidarietà sociale e sul capitale sociale, perché favoriscono uno sfaldamento dei legami sociali e una diminuzione del livello collettivo di fiducia;

c) Nel medio-lungo periodo, invece, i processi migratori e lo sviluppo di una società multietnica possono favorire la nascita di un nuovo modello di solidarietà sociale, attraverso la costruzione di nuove identità.

Per questo, scrive sempre Putnam (Ib., pag. 2007, pag. 139):-“…the central challenge for modern, diversifying societies is to create a new, broader sense of ‘we’.”-. Ovvero, la sfida per le moderne società diversificate è quella di costruire un nuovo, più ampio senso del noi. Quindi, secondo Putnam (2007), i processi migratori possono portare, nel medio – lungo termine, dei benefici economici:

– Crescita del tasso di creatività dei sistemi economici: molti studi, infatti, affermano che le società con un livello significativo di diversità culturale sono più creative;

– Accelerazione del processo di crescita economica: sebbene nel breve periodo i processi migratori possano incidere negativamente sul tasso di occupazione e di reddito dei lavoratori che si collocano nella fascia occupazionale più bassa, nel lungo periodo i flussi migratori sono in genere associati ad una maggiore crescita economica.

– Compensazione degli effetti negativi dell’invecchiamento della popolazione, dal punto di vista fiscale e previdenziale: gli immigrati contribuiscono alla sostenibilità dei sistemi di welfare e pensionistici dei Paesi occidentali.

Infine, Putnam (Ib.) ricorda che, nonostante l’effetto negativo prodotto dal brain drain, la crescente migrazione dai Paesi del Sud del mondo verso il Nord può portare grossi benefici economici ai Paesi meno sviluppati, grazie alle rimesse degli emigrati. Alcune delle tesi proposte dallo studioso americano (Ib.) hanno trovato conferma nei risultati di una ricerca empirica condotta da Bellini e altri (2008), su un campione di Paesi europei. Gli autori della ricerca (Ib.) hanno trovato una correlazione diretta tra tasso di diversità e produttività. Secondo gli autori (Ib.), la produttività tende ad essere più elevata nei Paesi europei con un maggiore tasso di diversità culturale, favorita dall’immigrazione. Quindi, la diversità culturale può favorire la crescita economica. Non è tutto oro quello che luccica. Alesina e La Ferrara (2005) hanno criticato le visioni troppo ottimistiche sulla relazione tra diversità culturale e sviluppo economico. Gli economisti (Ib.) hanno analizzato criticamente gli studi realizzati negli anni precedenti sul rapporto tra differenze etniche e sviluppo economico, individuando alcuni casi, come ad esempio l’Africa, in cui la frammentazione etnica ha rappresentato anche un fattore di sotto-sviluppo. In ogni caso, sembrerebbe che gli effetti positivi delle differenze culturali, che gli autori associano con una maggiore varietà di competenze dalle imprese e una maggiore varietà nella produzione, si manifestino nei Paesi più avanzati che hanno una struttura produttiva e sociale in grado di sfruttare le esternalità prodotte dalle differenze culturali. Come scrivono gli stessi autori (Ib. pag. 6):-“ the benefits of skill differentiation are likely to be more relevant in more advanced and complex societies.”-. Secondo gli studiosi, la diversità culturale può portare dei vantaggi al sistema produttivo, a patto che le società (e le imprese) siano adeguatamente organizzate e attrezzate, per cogliere i benefici di una popolazione multiculturale.

Quindi, i fenomeni migratori devono essere gestiti in maniera proattiva, per ridurre i costi sociali e aumentare i benefici. Per questo, sarebbe opportuno affrontare il tema dell’immigrazione in maniera meno contingente ed episodica, andando al di là della mera gestione dell’emergenza. Forse, per riuscire a gestire il problema dell’immigrazione in maniera meno egoistica (e improvvisata), dovremmo imparare anche a riconoscere e accettare le differenze, tra i popoli del nostro Continente. Se riusciremo a fare veramente nostro il motto “Uniti nella differenza” e a diventare cittadini più Europei, forse saremo in grado di guardare con uno sguardo rinnovato anche alle donne e agli uomini che arrivano dalle tante periferie del Mondo. In ogni caso, non dobbiamo dimenticare che dare una risposta concreta ed efficace al dramma dell’immigrazione non è solo una necessità politica, ma è innanzitutto, una questione di umanità.

 

Per approfondire

Alesina A. and La Ferrara E. (2005), Ethnic diversity and economic performance. Journal of Economic Literature 43(3): 762-800.

Bellini E., Ottaviano G. I. P., Pinelli D., Prarolo G. (2008), Cultural diversity and economic performance:  Evidence from European regions, HWWI Research Paper, No. 3-14;

Braudel F. (1979), Civiltà materiale, economia e capitalismo (secoli XV-XVIII), Einaudi, Torino.

Weber M. (1965), L’Etica protestante e lo spirito capitalista, Sansoni, Firenze.

Putnam R. D. (2007), E Pluribus Unum: Diversity and Community in the Twenty-first Century The 2006 Johan Skytte Prize Lecture, Scandinavian Political Studies, Vol. 30 – No. 2, 2007;

Sen A. (2004), How does culture matter?, in V. Rao, M. Walter (Eds.), Culture and Public Action, Stanford University Press, Stanford.

 

Profilo dell’autore

Fabrizio Maimone ha un dottorato di ricerca in scienze della comunicazione e organizzazioni complesse e un master in gestione e sviluppo delle risorse umane. E’ professore a contratto presso l’Università LUMSA e docente presso la LUISS Business School. Ha insegnato presso Master e scuole di alta formazione ed è stato visiting fellow presso l’Università di Canberra. Tra l’altro, ha svolto ricerca sull’evoluzione dei modelli e delle relazioni organizzative nei contesti “glocali”, sulla nascita e l’evoluzione delle culture organizzative “cosmopolite”, sul management interculturale, sulla comunicazione e la gestione della conoscenza nelle organizzazioni transnazionali. Consulente di direzione, opera in Italia e all’estero nel campo della formazione manageriale, della comunicazione interna, del cambiamento organizzativo, dell’apprendimento organizzativo e del management interculturale. Tra le sue pubblicazioni più recenti, i volumi “Change management. Nuovi modelli di gestione del cambiamento organizzativo, sostenibilità sociale, efficacia manageriale.”, Franco Angeli (in stampa), “La comunicazione organizzativa”, Franco Angeli, Milano, 2010 e , insieme a Marta Sinclair, l’articolo “Dancing in the dark. Creativity, knowledge creation and (emergent) organizational change.”, Journal of Organizational Change Management, vol. 27, n. 2, 2014.

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