Un bambino vi renderà adulti

di Amedeo Angelozzi

angelozziCome un brano musicale che mescola ritmi lenti ad altri più veloci e incalzanti, ecco che arrivano i mesi dell’anno in cui gli impegni nelle scuole richiedono un buon livello di energia e resistenza ma non solo fisica, in quanto sempre più spesso vengo contattato per poter intervenire sulle relazioni che i ragazzi vivono all’interno dei propri contesti quotidiani, sia scolastici che extra. Noi adulti in queste situazioni, focalizziamo tutta la nostra preoccupazione, le nostre ansie, le nostre incertezze sui ragazzi, come se all’improvviso abbiamo scoperto che oggi gli adolescenti o i fanciulli non sono più così ingenui e spensierati come lo erano una volta; di colpo ci troviamo come adulti ad affrontare disagi, atteggiamenti fuori le righe, ribellioni che ci sembrano fuori misura e inediti.

Certo la nostra società è cambiata e lo fa costantemente e ad una velocità che lascia in ognuno e nella collettività, quella sensazione che tutto ci sfugge di mano, che ormai nulla si può controllare, al massimo si può solo subire; chi lavora nelle scuole e nel mondo giovanile sente che arriva forte una domanda di senso da parte dei giovani, ma direi la domanda di essere accolti e ascoltati, riconosciuti nella sfida della propria crescita. Come si può trovare fiducia in sé stessi e nelle relazioni, se non si sperimenta il dialogo con chi francamente e liberamente resta in piedi davanti a te e non si spaventa della tua fragilità, come si può riconoscere nelle proprie crisi il naturale passaggio verso un orizzonte di senso e di maturità, se non incontriamo mai sul nostro cammino adulti che hanno già sperimentato la stessa fatica e per questo sanno accoglierci, vibrare con noi e spronarci ad avere uno sguardo più lungo e non fisso sul proprio ombelico? Mi chiedo se i ragazzi e fanciulli di oggi non sono orfani di questi adulti, se non trovano sempre con maggior frequenza accanto a se adolescenti camuffati da adulti, impauriti e disorientati quanto loro, titubanti a chiamare le cose con il loro nome, intenti spesso a dare un immagine di sé accettabile dai canoni in voga, più che ad accogliere le proprie fragilità dopo averle riconosciute. Nelle relazioni ci sono sempre delle reciprocità, si è specchio gli uni degli altri, e ho appreso a mie spese quanto è necessario accogliere il riflesso di me che passa attraverso l’altro, la parte di me che non accetto ma che nel conflitto si evidenzia con colori e forme ben definite e vivaci, solo stupidamente posso dire di non vederle; alla stessa maniera allora le difficoltà, le fatiche, la ribellione e spesso anche la violenza degli adolescenti, penso non sono altro che il riflesso di quella parte di noi adulti che non abbiamo più accolto, quella responsabilità che abbiamo da tempo lasciato da parte e non assunto, semplicemente perché “ci costa fatica”.

Lasciarmi pormi le domande dall’altro, lasciarmi guardare, toccare, scomodare, mettere in crisi, lasciare che l’altro, anche se adolescente o  fanciullo, mi metta a nudo, renda precario il mio pensiero e faccia tremare le mura di difesa del castello di sabbia che mi sono costruito, questo credo sia la responsabilità da assumerci oggi come adulti, responsabilità che possa trasformare la fatica del nostro tempo in recupero della vita e del ben-essere insieme. Dialogando e confrontandomi con alcune amiche che sono insegnanti, ho scoperto la potenza creatrice che può generare questa senso della responsabilità, di fronte a delle situazioni di forte disagio di alcuni alunni, di fronte alla maniera maldestra e confusa, spesso anche nascosta che gli adolescenti usano per chiedere aiuto, queste insegnanti, ma prima ancora queste donne, hanno scelto di avventurarsi oltre ciò che vedevano, e di scendere nelle profondità di una caverna, dove si era rifugiato il disorientamento di un adolescente e lì sussurrare: “sono qui e non ho paura, in questo tuo luogo segreto posso starci, non scappo”, in questo atteggiamento reale e non costruito, sentito e non dettato dal ruolo, incarnato e non scimmiottato, ho visto in queste amiche la struttura di un adulto di senso. C’è solo una maniera per compiere questa “discesa”, averla sperimentata in sé,  aver sentito quella ventata di aria fresca che irrompe nelle stanze serrate dalla nostra paura, quando facciamo verità in noi, quando, lasciando lo sforzo del “dover essere”,  accogliamo semplicemente quello che siamo.

“Quando dico la verità mi sento libero. Mentre prima quando dicevo le bugie, sentivo che facevo qualcosa di male e stavo male, allora ho deciso che era meglio dire la verità”, sono le parole che qualche giorno fa un bambino di quarta elementare ha detto, mentre insieme si cercava di risolvere una questione di contrasto tra loro; “la verità vi renderà liberi” scrivono i Vangeli, e questo è anche l’invito di Dio che silenziosamente è già sceso ed abita nelle grotte segrete della nostra persona e come “vento leggero” sussurra anche a noi “sono qui”.

 

Per approfondire:

D. Novara, Dalla parte dei genitori, strumenti per vivere bene il propri ruolo educativo, Franco Angeli, Milano 2009.

T. Gordon, Genitori efficaci. Educare figli responsabili, La Meridiana, Molfetta 2006.

R. Mancini, Il silenzio via verso la vita, Qiqajon, Magnano (BI) 2002.

 

Profilo dell’autore

Amedeo Angelozzi, laureato in Scienze della formazione e dell’educazione, lavora come educatore in una comunità d’accoglienza e conduce laboratori nelle scuole sull’intercultura, sugli stereotipi e sui pregiudizi.

 


Una precedente versione di questo articolo è stata pubblicato sul blog: www.amedeoangelozzi.blogspot.it

 

 

 

 

 

 

 

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