Smart city: una questione solo terminologica?

di Alessandra Lucaioli

lucaioliLa città oggi è protagonista di cambiamenti pervasivi e radicali tali da portare la questione urbana al centro delle politiche e delle strategie economiche del nuovo millennio. L’attuale configurazione dei tessuti urbani, infatti, non è più idonea a contenere gli effetti dei megatrend che connotano la curva evolutiva della città del ventunesimo secolo, vale a dire: la crescita costante della popolazione e, conseguentemente, del livello di urbanizzazione; il considerevole impatto ambientale delle città; in ultimo, le dinamiche della globalizzazione che espone le realtà urbane alle opposte tendenze della crescita continua e del declino (cfr. Agenzia per l’Italia digitale, 2012).

È evidente come, per far sì che la città continui a rigenerarsi e a non cadere vittima della sua stessa evoluzione, sia necessario un cambio di paradigma. Per dire dell’urgenza di una prospettiva innovativa oggi si ricorre all’espressione Smart cities. Ma che cosa intendiamo davvero quando parliamo di città smart? L’attuale panorama teorico non vede ancora un profilo condiviso del concetto di smartness, che varia non solo a seconda dei diversi contesti in cui è stato elaborato (imprese, istituzioni europee, comunità scientifica), ma anche all’interno di un medesimo contesto. Senza contare che la maggior parte delle declinazioni tende a focalizzarsi su unico aspetto (sia esso tecnologico, economico, ambientale, ecc.), a discapito di un’ottica multidimensionale che, di converso, sarebbe più adeguata per la città e per una fioritura dell’umano.

Per inquadrare in modo puntuale la questione, occorre risalire agli anni Novanta del secolo scorso quando due grandi multinazionali – IBM e Cisco – fecero ricorso per prime al termine smart. Questi colossi del digitale, in logica di marketing dei propri prodotti e servizi, elaborarono una visione di città ideale imperniata sull’automazione e sulle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, come leve propulsive dell’“intelligenza” urbana. Eppure, una simile prospettiva rischia di essere parziale e di confondere la parte con il tutto in quanto l’aggettivo intelligente dovrebbe piuttosto farsi portatore di una rosa di significati ben più ampia rispetto a quella che gli è stata conferita e che rimanda all’aspetto meramente tecnologico.

Nell’ambito della comunità scientifica europea si deve al Politecnico di Vienna, in collaborazione con l’Università di Lubiana e il Politecnico di Delft, l’evoluzione successiva di questa prima rappresentazione embrionale che segna il passaggio dalla smart city come città digitale alla smart city come città più vivibile e inclusiva. In particolare, lo studio, teso a misurare il grado di smartness di 70 città europee di medie dimensioni, definisce Smart cities quelle città «che perseguono il miglioramento delle loro performance su sei assi strategici: smart economy, smart government, smart environment, smart living, smart mobility, smart people». Tale approccio, seppur più complesso, nonostante sia oggi la corrente mainstream di riferimento, avendo influenzato la politica europea nella revisione delle sue priorità e dei suoi meccanismi allocativi, corre il pericolo di una lettura semplificata della città e dei suoi bisogni (Granelli, 2012). L’introduzione nel quadro suddetto di elementi come il capitale umano e sociale, il coinvolgimento dei cittadini nelle decisioni di governance o, ancora, aspetti specificatamente legati al miglioramento della qualità della vita, testimoniano una maggiore attenzione nei confronti dell’umano che però non è ancora sufficiente. La dimensione umana, infatti, rappresenta solo un elemento fra gli altri anziché orientare la visione di fondo, che continua più o meno implicitamente, ad essere attraversata dalle categorie della funzionalità, dell’efficienza e della prestazione. Credo che una classificazione analitica della città secondo criteri prestazionali possa essere sì accettabile come regola pratica e organizzativa, purché però non rappresenti lo scopo unico verso cui finalizzare gli interventi e purché non dimentichi che il contenuto umano è il fine delle forme e delle funzioni che lo comprendono.

Come Hollands fa notare (Hollands, 2008), la vaghezza che investe la nozione di smart city potrebbe rispondere alla scelta intenzionale di optare per una genericità artificiosa, funzionale a includere qualsiasi aspetto del progresso urbano attuale. La questione, però, non si riduce ad una diatriba terminologica; si tratta piuttosto di interrogarsi circa le trasformazioni che un’applicazione della visione smart city potrebbe portare con sé.

Come messo in luce dal recente rapporto annuale dell’ONU (UN-HABITAT 2013), per diventare motore di crescita e di sviluppo, la città del XXI secolo deve essere centrata sulle persone: «Le città del futuro dovrebbero essere in grado di integrare gli aspetti tangibili e meno tangibili del benessere, sbarazzandosi di quelle forme e funzionalità della città del secolo scorso che sono ormai inefficienti e non sostenibili». È attraverso la lente di Sen che la nozione di sviluppo si allarga, intendendolo come un processo di espansione delle libertà reali godute dagli esseri umani; predisporre, infatti, le condizioni affinché i cittadini possano liberamente e individualmente scegliere di assumersi la responsabilità di curare, proteggere e conservare – per la comunità e le generazioni future – ciò che ruota attorno alla propria città, può contribuire a realizzare quella fioritura dell’umano che, per l’economista indiano, costituisce il vero significato di felicità, unico valore da misurare per saggiare il benessere di una comunità. Non è dunque, forse, questo il fine a cui una città davvero intelligente dovrebbe ambire?

Per approfondire

Agenzia per l’Italia digitale (2012), Raccomandazioni alla pubblica amministrazione per la definizione e lo sviluppo di un modello tecnologico di riferimento per le Smart city

Granelli A. (2012), Città intelligenti? Per una via italiana alle Smart Cities, Luca Sossella Editore, Roma

Hollands R. G. (2008), Will the real smart city please stand up?, City, 12, 3: 303-320

UN-HABITAT (2013), State of the world’s cities 2012/2013. Prosperity of cities

 

Profilo dell’autore

Alessandra Lucaioli, laureata in Scienze Filosofiche con lode presso l’Università degli studi di Macerata, attualmente sta svolgendo un PhD in Human Sciences con borsa di studio Eureka nella medesima Università e presso MAC srl. Il suo progetto di ricerca intende elaborare una filosofia dell’abitare per le nuove configurazioni di città e, in particolare, per le smart cities del futuro.

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