Investire sul “capitale spaziale” per accrescere benessere

Una riflessione a margine delle proteste di piazza Taksim

di Gabriele Gabrielli

La città e il territorio sono luoghi privilegiati del nostro vivere.  Le politiche spaziali che li coinvolgono ne costituiscono un po’ l’archivio – come scrive Bernardo Secchi – di “temi, conflitti, soggetti, politiche e progetti che si sono sovrapposti e cumulati nel tempo senza cancellarsi”. Lo spunto per questa riflessione ci viene offerto dalle proteste e dalla violenza che tutto il mondo ha visto esplodere attorno a piazza Taksim, nel “cuore di Istanbul”. Una vicenda che mostra come “gli spazi pubblici hanno ancora un peso simbolico e politico in grado di mobilitare i cittadini”, secondo l’opinione di Michael Kimmelman. Le persone hanno bisogno di spazi liberi, che possono apparire anche un po’ disordinati agli occhi di qualcuno, anziché di progetti efficienti che sostituiscono all’energia e vitalità di spazi inclusivi la fredda e calcolatrice razionalità dei consumi o il controllo.

Il progetto del primo ministro Erdogan sembra volesse perseguire proprio queste cose – scrive ancora il critico di architettura del New York Times – cioè “eliminare gli autobus e i taxi e fare di Taksim una grande area pedonale, togliendole la sua imprevedibile energia e trasformandola in un’elegante zona di negozi”. La vicenda evoca il dibattito attuale sul benessere, sul suo significato e perimetro, insieme alla complessa questione di che cosa sia capace di misurarlo, cioè dei suoi indicatori. Sono sempre più numerosi gli economisti e i filosofi, premi Nobel e politici che lavorano per “raddrizzare” la nostra vista e correggere la drammatica miopia con cui siamo cresciuti e continuiamo abbondantemente a educare i giovani, secondo cui il benessere di una società, di un paese, di una persona sarebbe associato soprattutto allo sviluppo economico e al reddito elevato disponibile. “Ricca”, però, è anche la persona che sta bene e che può godere di un adeguato capitale culturale. Ricca, poi, è la persona che ha capacità, relazioni e legami. Ma ricca, secondo il pensiero di Edward Soja richiamato dal saggio di Secchi, “è anche la persona, la famiglia o il gruppo che dispone di un adeguato capitale spaziale, vive cioè in parti della città e del territorio dotate di requisiti che ne facilitano l’inserimento nella vita sociale, culturale, professionale e politica come nelle attività a lei più consone”.

Adottare questo punto di vista, che considera come indicatore di benessere anche il capitale spaziale, significa imprimere un orientamento preciso alle politiche urbanistiche e a quelle che presidiano lo sviluppo del territorio. In verità non soltanto  perchè le sue implicazioni si estendono anche all’impresa e alle modalità organizzative attraverso cui prende forma l’intraprendere e le sue molteplici espressioni. Non vi è dubbio, infatti, che l’impresa è prima di tutto un progetto sociale e i suoi spazi (fisici e virtuali, reali e simbolici) architetture speciali che coinvolgono sempre e direttamente la persona, la sua vita, le sue potenzialità. Le architetture sociali delle imprese e i suoi dispositivi spaziali, proprio per questa ragione, finiscono per contribuire alla costruzione del benessere, così come possono ostacolarne lo sviluppo. La loro edificazione costituisce dunque parte significativa del lavoro concreto e quotidiano di imprenditori, manager e professional.

Da questa prospettiva, a ben vedere, il capitale spaziale diventa la piattaforma su cui poggia lo stesso funzionamento delle organizzazioni. Questo, infatti, dipende in misura rilevante dalla messa a disposizione di luoghi inclusivi che riconoscano cittadinanza organizzativa a tutti i collaboratori. La cittadinanza alimenta fiducia, crea commitment e rafforza il coinvolgimento attivo. A formare il capitale spaziale contribuiscono sia le individualità, con le caratteristiche uniche e irripetibili di ciascuna persona, sia le connessioni e i legami che intrecciano le loro storie con il tessuto narrativo dell’impresa. Connessioni e legami che bisogna saper leggere e ascoltare, comprendere ed esaltare per trarne ulteriore valore.

Quali sono le implicazioni di tutto questo per quanti fanno impresa e hanno responsabilità di management? Sono molte. Tra queste vi è certamente quella della scelta dei materiali da utilizzare per costruire gli spazi, perché ce ne sono alcuni accoglienti, molti altri inospitali; c’è la responsabilità del loro design che dovrà essere funzionale a liberare energia, innovazione, passione e non a imbrigliarle. C’è poi la responsabilità di individuare luoghi destinati ai singoli e luoghi comuni, insieme alla scelta dei colori con cui tinteggiare i diversi ambienti reali e virtuali. Per esaltare la diversità nell’armonia, l’unicità nella molteplicità.

Lasciarsi ispirare da quest’orientamento richiede di sgomberare la strada dell’azione manageriale da tanti detriti accumulatisi nel tempo. Per esempio, da quello che ci suggerisce di privilegiare approcci elitari ed esclusivi. E’ vero, potranno apparire anche più “disordinate”, ma le architetture sociali delle imprese che cercano il pieno benessere delle persone sono invece aperte e inclusive, come l’epoca che viviamo. A formare il capitale spaziale contribuiscono così politiche che non tagliano i budget della formazione in funzione dell’età, perché lo sviluppo è una risorsa per tutte le stagioni. Nella prospettiva del capitale spaziale  l’apprendimento organizzativo, infatti, non si fonda sul contributo di pochi, perché vale sempre la pena investire per conoscere a fondo le persone, le loro caratteristiche, i loro progetti,  cercando spazi di condivisione e realizzazione.

I territori, le città, le imprese hanno bisogno dunque di spazi liberi e pubblici costruiti con materiali accoglienti, che non lasciano soffocare energia, vitalità e passione. Progettiamo con convinzione, allora, anche il capitale spaziale dei territori, delle città e delle imprese, ostacolando con decisione quelle iniziative che – in ogni sito – possono minarne lo sviluppo perché capaci di imbavagliare creatività, marginalizzare l’ascolto, restringere le opportunità di espressione della persona.

Attorno a quest’idea a settembre, in occasione del secondo seminario interdisciplinare sull’accoglienza della Fondazione Lavoroperlapersona, discuteranno economisti, filosofi e scienziati sociali, architetti e urbanisti, amministratori e designer.

 

Riferimenti
Kimmelman M. (2013), “Nel cuore di Istanbul”, Internazionale, n.1004, 14 giugno
Secchi B. (2013), La città dei ricchi e la città dei poveri, Laterza(Bari)
Soja F. W. (2010), Seeking Spatial Justice, Mineeapolis, University of Minnesota Press

 

Profilo dell’autore

Gabriele Gabrielli è Presidente della Fondazione Lavoroperlapersona e docente di Organizzazione e gestione delle risorse umane all’Università LUISS Guido Carli e all’Università Politecnica delle Marche (sede di San Benedetto del Tronto) E’ Direttore del programma Executive MBA della Luiss Business School. Giornalista pubblicista, formatore e coach, i suoi ambiti di attività riguardano la consulenza, ricerca e educazione nel campo dello sviluppo organizzativo, leadership e risorse umane. Tra i suoi volumi più recenti ci sono (con Profili S.), Organizzazione e gestione delle risorse umane, Isedi, Torino, 2012;  Post–it per ripensare il lavoro, Franco Angeli, Milano 2012; People management, Franco Angeli, Milano 2010.

 

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