Blog EllePì – Apprendere e creare nell’era della Rete

La sfida dell'”imparare a imparare”

di Andrea Granelli

I confini del mio linguaggio sono i confini del mio mondo
(Ludwig Wittgenstein)
L’ʹimmagine ha bisogno della nostra esperienza per destarsi
(Elias Canetti)

La crescita in varietà e complessità di tecnologie e sistemi, la maggiore profondità di conoscenza del consumatore richiesta per progettare prodotti e servizi di successo, la diffusa instabilità dei modelli organizzativi prevalenti e delle regole per avere successo e soprattutto la crescente imprevedibilità dei fenomeni e dei comportamenti collettivi fanno si che il sapere apprendere e tenersi al passo con i tempi sia diventato oggi un imperativo categorico.

Il successo di un manager dipende sempre di più non tanto da quello che sa già, quanto dall’intensità, dalla rapidità e dall’efficacia con cui riesce ad imparare: deve essere quindi in grado di giocare un ruolo attivo nel costruire e gestire lo sviluppo dei propri saperi. Nonostante ciò la stragrande maggioranza delle persone non sa più imparare. Per questo motivo la Declaration on learning promulgata nel 1988 dal Learning Declaration Group ha sancito a chiare lettere che la capacità di “imparare a imparare” e di padroneggiare il processo di apprendimento sarà la conoscenza critica del prossimo secolo. Per questi motivi il metodo (e il “contenitore” dove si deposita e si organizza la conoscenza appresa) è quasi più importante del contenuto. Il processo di apprendimento (e il relativo processo di raccolta della conoscenza) deve essere pertanto costruito in funzione di come noi assorbiamo e riutilizziamo la conoscenza e non solo puntando ad una facilitazione della produzione dei contenuti. Dobbiamo ridurre l’attenzione quasi esclusiva verso la tecnologia e il suo (spesso solo apparente) potere taumaturgico e lavorare maggiormente sulle metodologie di apprendimento e sui processi reali di assorbimento e riutilizzo del sapere che ci viene proposto. La vera missione di chi vuole facilitare l’apprendimento è quindi quella di “invitare al significato”, per usare una felice espressione di George Steiner. In un era caratterizzata dalle immagini, va poi recuperato il rapporto con la parola scritta, unendo la forma alfabetica al potere delle immagini con l’obiettivo di creare una nuova sintesi compositiva che unisca – oltretutto – intelletto ed emozioni. La potenza del linguaggio infatti è spesso dimenticata. Come affermava Gorgia il sofista, “la parola è un gran dominatore, che con piccolissimo corpo e invisibilissimo, divinissime cose sa compiere; riesce infatti e a calmare la paura, e a eliminare il dolore, e a suscitare la gioia, e ad aumentare la pietà”. Inoltre lo scrivere ha un ruolo fondamentale nell’apprendere. Osserva infatti Lothar Baier, autorevole scrittore e critico letterario tedesco, che “la scrittura non può procedere al ritmo del pensiero e quindi non può rifletterne il corso, ha una velocità sua propria. Il rallentamento che ne deriva non si limita a frenare il pensiero, ma anzi lo modifica e lo arricchisce, concedendogli il tempo di assorbire, durante il percorso, obiezioni e argomentazioni contrarie”.

Servono allora nuovi schemi e nuovi format per supportare l’autentico apprendimento, il cui scopo non è tanto archiviare ma consentire di recuperare in maniera creativa quanto immagazzinato. Recuperare con accostamenti coraggiosi suggerimenti inaspettati, creare dei varchi nella nostra memoria poichè – come notava Ungaretti – l’idea creativa (come la parola poetica) “scaturisce dall’ʹabisso”. Per questo va utilizzato anche il potere delle emozioni, che richiede strumenti narrativi diversi e spesso vede l’immagine come forma di rappresentazione naturale. Come ha osservato Salvatore Natoli in Edipo e Giobbe, “il dolore – al pari di tutte le esperienze estreme (come anche la felicità) – lacera il linguaggio, si colloca sempre al di sotto o al di sopra di esso” e il processo creativo – quando è radicale – rappresenta una esperienza estrema. La sfida è organizzare il non conosciuto e suggerire nuove correlazioni: “Dimmi come cerchi e ti dirò cosa cerchi”, scrisse Wittgenstein nelle sue Osservazioni filosofiche, ribadendo l’importanza degli strumenti di ricerca, avvertendoci anche del  loro potere condizionante.

Le immagini spesso innescano il processo creativo. Einstein affermava che la maggior parte delle sue idee nascevano con l’ʹaiuto di immagini mentali, ancora prima che attraverso un qualche tipo di teorizzazione verbale o matematica. Anche Italo Calvino ne era convinto: “Quando ho cominciato a scrivere storie fantastiche non mi ponevo ancora problemi teorici; l’unica cosa di cui ero sicuro era che all’origine d’ogni mio racconto c’era un’immagine visuale […] Appena l’immagine è diventata abbastanza netta nella mia mente, mi metto a svilupparla in una storia, o meglio, sono le immagini stesse che sviluppano le loro potenzialità implicite, il racconto che esse portano dentro di sé”. Si possono a questo punto ipotizzare almeno due possibili direzioni verso cui dovrebbe orientarsi l’apprendimento mediato (e facilitato) dagli strumenti digitali.

Archiviare (classificando) le informazioni in maniera efficiente e facilmente ritrovabile/riutilizzabile

Per il grande regista Konstantin Stanislavskij, nel teatro, le parole del testo si traducono creativamente in immagini interiori che hanno la doppia funzione di far ricordare il testo e di tradurlo in immagini corporee vive ed efficaci; una vera e propria fisiognomica teatrale, dove le caratteristiche fisiche e le qualità morali e psicologiche si traducono immediatamente le une nelle altre. Il poter – grazie alle tecnologie digitali di nuova generazione – archiviare immagini, ricercarle in funzione di particolari o colori oppure usare schemi di archiviazione che si basano sul potere delle immagini (si pensi ai cosiddetti “luoghi della memoria”) è oggi non solo possibile ma è una grande occasione. Un caso molto interessante di classificazione della conoscenza è quella concepita da Aby Warburg, il grande mecenate fondatore della omonima scuola, per aiutare nella creazione di intuizioni e di “comprensioni interdisciplinari”: la cosiddetta Biblioteca per le scienze della cultura. Tale biblioteca era organizzata secondo il criterio personale della “legge del buon vicinato”, che non disponeva i libri in sequenze alfabetiche o cronologiche, ma li accostava – “come tessere di un mosaico di cui aveva ben chiaro in mente il disegno” in base agli ambiti culturali, tematici, ai significati intrinseci, e ne modificava continuamente l’ordine con la crescita della collezione e lo sviluppo delle ricerche. L’obiettivo di questa biblioteca era strumentale a una specifica convinzione che Warburg nutriva relativamente al ruolo della memoria. Straordinario – anticipatore dei temi di cui stiamo discutendo e naturalmente collegato alla sua idea di Biblioteca – fu anche il suo “atlante della memoria” (Mnemosyne: serie di immagini per l’analisi della funzione svolta dai valori espressivi stabiliti dall’antichità nella rappresentazione della vita in movimento nell’arte europea del Rinascimento), un’opera “aperta”, composta da circa sessanta tavole a loro volta composte da collage di circa millecinquecento tra foto e immagini. Warburg usava queste tavole per illustrare le proprie conferenze. Osservano Kurt W. Forster e Katia Mazzucco che “il meccanismo di smontaggio e di ri-assemblaggio dei materiali presenti nelle tavole di Mnemosyne, consente di staccare e ritagliare, letteralmente, i soggetti della ricerca dal contesto originale non per snaturarli o, peggio, banalizzarli e fraintendere la loro qualità ed essenza ma per valorizzarli in termini nuovi”.

Facilitare la condivisione del non codificato e del non strutturato per potenziare il processo creativo

Il processo creativo ha bisogno di instabilità, di differenze di potenziale, si nutre di (bio)diversità, di suggestioni, di tracce; per questo motivo le immagini, i frammenti di conoscenza il “non ancora codificato” sono essenziali nell’innescare i processi di ricordo e di creatività. La possibilità – grazie alle nuove tecnologie digitali – di codificare non solo numeri, testi strutture definite, ma anche immagini, ambienti immersivi, frammenti vocali, e schemi, connessioni, ipertesti, … apre spazi straordinari al processo di apprendimento. La sfida è di far convivere i due “mondi” – la struttura e il disordine, l’emozione e la regola – facilitando le occasioni di sintesi che aprono la via all’intuizione e alla creatività e soprattutto consentendo una condivisione diffusa con altri per allargare il processo creativo e quindi la sua creatività. La Rete è un grande strumento di condivisione, ma non basta creare i social network. Bisogna creare meccanismi per la condivisione non solo dei saperi ma anche delle emozioni per facilitare la generazione di stimoli creativi. Le emozioni portano all’azione, mentre la ragione porta solo a trarre delle conclusioni. Come dice Manfred Kets de Vries dell’Insead: “un grammo di emozione può essere più efficace che una tonnellata di fatti”. Costruire ambienti effettivamente centrati sull’apprendimento e non sul semplice scambio di contenuti culturali o sedicenti educativi. In questo contesto i “siti personali” – spazi web associati a singoli individui e pensati per essere contenitori di conoscenza ed elementi di racconto della propria identità – saranno un elemento chiave. Essi sono un pezzo di noi stessi sulla rete; sono un vero e proprio “sé digitale”, elemento centrale nella nuova topologia della mente originatasi dall’interazione dell’uomo con le tecnologie digitali (Granelli 2006).

La possibilità di archiviare toglie quella dimensione transitoria tipica delle prime forme di comunicazione elettronica e consente di memorizzare, ri-utilizzare, e ri-adattare l’informazione aprendo nuovi spazi espressivi. Ma deve esistere un luogo personale di archiviazione, come strumento conoscitivo, che consente di realizzare una vera e propria memoria estesa, a complemento e integrazione della memoria fisiologica. L’esistenza di questo sito personale sta progressivamente forzando nuovi comportamenti: la sostanziale differenza dell’avere il sito su un sito Internet e non su un personal computer è legata alla accessibilità: se il sito è su Internet si accede da ovunque; se è sul computer di casa, si accede solo da casa – e quindi non è disponibile in tutti i momenti in cui potrebbe essere utile – e inoltre nessun altro può accedervi, rimanendo una monade inaccessibile.

 

Riferimenti

Baier Lothar (2004), Non c’è tempo! Diciotto tesi sull’ʹaccelerazione, trad. it. Torino, Bollati Boringhieri

Forster K., Mazzucco K. (2002), Introduzione ad Aby Warburg e all’atlante  della memoria, Milano, Bruno Mondadori.

Granelli A. (2006), Il Sé digitale. Identità, memoria, relazioni nell’ʹera della rete, Milano, Guerini e Associati.

Learning Declaration Group (1998), Declaration on learning.

Natoli Salvatore (2008), Edipo e Giobbe. Contraddizione e paradosso, Brescia, Morcelliana.

Platone (1971), Fedro, in Opere complete, a cura di G. Giannantoni, Roma-Bari, Laterza.

 

Profilo dell’autore

Andrea Granelli Laureato con lode in informatica e diploma post-universitario in psichiatria. Già Amministratore Delegato di tin.it e di TIlab, società di Ricerca e Sviluppo del Gruppo Telecom Italia. Attualmente è presidente e fondatore – con Stefano Santini – di Kanso, società di consulenza direzionale specializzata nei temi dell’innovazione e della customer experience. Ha diverse pubblicazioni su tecnologie digitali e innovazione.

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