Blog EllePì – Ri-avvicinare imprese e società civile

di Davide Nespolo

Grazie alla crisi ed alla crescente sfiducia dell’opinione pubblica in un capitalismo sempre piu’ senza freni e senza confini, uno dei dibattiti del momento e’ quello sul “ripensare il capitalismo”, in termini di rapporto tra imprese e societa’ civile. Si tratta di un dibattito non certo nuovo, che ha pero’ registrato negli ultimi dieci anni un interesse crescente, accompagnato dalla progressiva crescita delle attivita’ di “Corporate Social Responsibility” (CSR) nel mondo delle aziende. Secondo molti, nonostante la loro diffusione, le pratiche di responsabilita’ sociale sono pero’ rimaste in questa prima fase ancora troppo marginali e troppo “volontarie” per fare una differenza reale nel comportamento delle imprese. Segnali piu’ recenti, tuttavia, indicano che responsabilita’ sociale e sostenibilita’, oltre a crescere in termini quantitativi, si stanno anche gradualmente spostando in posizione sempre piu’ centrale e strategica.

A questo proposito e’ ad esempio molto significativo che negli ultimi anni, seguendo l’esempio di Peter Drucker, precursore del management “responsabile”, molti tra i cosiddetti “management guru” – ossia gli autori di best seller della letteratura d’impresa piu’ popolari tra consulenti e manager  – si siano dedicati con passione ad analizzare e ristrutturare il ruolo dell’impresa nei confronti della società.

Solo restando ai piu’ noti, si possono citare il poliedrico ed onnipresente Charles Handy [i]; lo studioso delle configurazioni organizzative e del mito e realta’ del lavoro manageriale Henry Mintzberg [ii]; la ex direttrice dell’Harvard Business Review Rosabeth Moss Kanter [iii], autrice di alcuni tra i volumi piu’ influenti sul cambiamento nelle organizzazioni; il profeta della “learning organization” Peter Senge [iv]; Daniel Goleman, il divulgatore dell’”intelligenza emotiva” (il cui ultimo libro e’ intitolato, significativamente, “Intelligenza Ecologica”), per finire nientemeno che con il guru del vantaggio competitivo, Michael Porter [v].

Al di là dei contenuti piu’ o meno pregevoli, questa è una buona notizia di per se’; apparentemente le punte più avanzate del pensiero manageriale stanno tracciando la via, cio’ che sarà da vedere e’ se i top managers la seguiranno tanto quanto hanno fatto in passato.

Un esempio su tutti e’ quello di Michael Porter, che nell’articolo di copertina della Harvard Business Review di gennaio-febbraio 2011 [vi] incita le imprese a ripensare radicalmente il proprio ruolo, ridefinendo le loro strategie per generare valore economico con iniziative che indirizzino al tempo stesso qualcuno dei grandi problemi della società e dell’ambiente. La “big idea” che può essere all’origine della “prossima grande trasformazione del pensiero manageriale” e’ secondo Porter quella della creazione di “valore condiviso” tra imprese e società civile. Se solo il management delle grandi imprese aprirà gli occhi sugli immensi bisogni dell’umanità che ancora non hanno trovato una risposta, nonché sul costo che i “deficit sociali” rappresentano anche per le imprese, questo aprirà la strada ad una nuova epoca di innovazione e crescita.

A supporto della tesi, Porter cita numerosi esempi di grandi aziende il cui approccio puramente business-oriented non può essere messo in discussione (General Electric, Google, IBM, Intel, Johnson & Johnson, Nestlé, Unilever, Wal-Mart..) che si sono di recente lanciate in importanti sforzi di creazione di “valore condiviso”.

Siamo dunque all’alba di una nuova era del capitalismo – un “Capitalismo 2.0”, come qualcuno lo chiama – piu’ responsabile verso la societa’ e l’ambiente e capace di contribuire in modo decisivo alla soluzione di alcuni grandi problemi dell’umanita’, oppure si tratta di niente di piu’ che di uno sforzo di pubbliche relazioni da parte delle imprese, che cercano disperatamente di far fronte al calo di popolarita’ che le ha colpite a seguito degli scandali economico-finanziari ed all’aumentata attenzione da parte degli attivisti?

Probabilmente nessuna delle due. Forse pero’ un cambiamento culturale e’ davvero in atto, sia da parte del management che da parte degli esponenti della societa’ civile, in direzione di una maggior disponibilita’ ad ascoltarsi a vicenda ed a collaborare su alcuni temi comuni.

Per anni il paradigma di riferimento che i futuri manager hanno appreso sui banchi di universita’ e business school e’ stato quello dell’economia neoclassica, secondo il quale “la principale responsabilita’ di un’impresa e’ fare profitti” [vii]. Perseguire il massimo profitto, infatti, consentirebbe di per se’ un’ottimale allocazione delle risorse e per questa via il raggiungimento del massimo beneficio per tutti, mentre gli scopi sociali o etici dovrebbero essere lasciati alle organizzazioni caritatevoli.

La teoria economica e’ pero’, appunto, una teoria.

Nella realtà, invece, si e’ poi spesso osservato quanto la massimizzazione dei profitti possa essere in contrasto con l’ambiente sociale in cui l’impresa opera, ed anzi avvenire “a spese della società”, ad esempio distruggendo posti di lavoro anziché crearli.

Tuttavia, in linea con questo paradigma economico dominante – e complice l’evoluzione nella struttura del capitale, attraverso la crescita del debito e degli azionisti di natura puramente finanziaria –  il management delle aziende transnazionali ha cessato per molto tempo di preoccuparsi della comunità al di là dei confini dell’impresa e si è focalizzato solo sul business, quasi che esso fosse un’entità a sé stante, chiusa in se stessa ed autonoma rispetto alla società, che deve rendere conto solo ad un “mercato” impersonale o ad un azionista che non chiede altro che profitti. E, anche in conseguenza di cio’, lo stesso paradigma ha finito per far parte, in forma uguale ed opposta, anche della mentalita’ degli attivisti. Gli attori del settore pubblico e del terzo settore si sono infatti abituati a vedere le grandi corporations come il “nemico”, il primo ostacolo alla realizzazione di una società più giusta e sostenibile. Un nemico con il quale interagire solo per fare pressione o negoziare in modo da poter meglio raggiungere i propri scopi.

Nella realta’, ovviamente, un tessuto economico sano è necessario ad una società sana e viceversa. Qualunque programma pubblico deve essere affiancato da un tessuto di imprese che funzionano per garantire creazione di posti di lavoro e ricchezza, inclusione e integrazione, innovazione, sviluppo degli individui e mobilità sociale. E dall’altro lato un tessuto economico sano necessita di una società sana, che sia capace di garantire l’educazione, la salute e la presenza di regole del gioco condivise, a protezione sia dei consumatori che delle aziende, ed in fondo a tutto di creare le condizioni a sostegno di una domanda verso cio’ che le imprese producono.

Il problema quindi è anche culturale: vedere l’indipendenza o la separazione (e il conflitto) più che l’interdipendenza, sia da parte dei manager che da parte degli esponenti della società civile.

Sarebbe invece necessario che i primi non reagissero come se non fosse affare loro quando i problemi sociali vengono introdotti nella loro agenda, e che i secondi non reagissero negativamente quando tali problemi sociali vengano associati alla possibilità di un profitto.

Questo “cambio di paradigma” potrebbe consentire di trovare nuovi modi per coniugare profitti e finalita’ sociali, e di fatto sembra che questo sia cio’ che sta avvenendo in molte realta’ multinazionali.

Secondo Porter, questo diverso paradigma richiede ai manager la capacita’ di sviluppare nuove conoscenze e capacita’. Ad esempio la capacita’ di analizzare piu’ in profondita’ i bisogni della societa’, una migliore comprensione delle basi reali della produttivita’ aziendale, e l’abilita’ di operare attraverso gli attuali confini tra profit e non-profit.

Si tratta di conoscenze e capacita’ che in genere non hanno a che vedere con la pratica del lavoro manageriale, mentre dovrebbe essere oggetto di una formazione specifica. Lo conferma una recente survey condotta da Accenture su oltre 750 Chief Executive Officers di imprese tra le piu’ grandi del mondo in piu’ di 100 paesi [viii]. La survey mostra tra le altre cose come anche la grande maggioranza dei top managers ritenga che la chiave per far avanzare la sostenibilita’ risiede nel sistema educativo. Vedremo se universita’ e business school sapranno rispondere alla sfida.

 

 



[i] Molti tra i lavori dell’ex professore della London Business School hanno per oggetto le possibili evoluzioni di un “nuovo capitalismo”. L’ultimo libro pubblicato da Charles Handy si intitola “I nuovi filantropi, la nuova generosita’” (The new philanthropists, the new generosity) e narra i profili di “23 imprenditori e capitalisti filantropi”.

[ii] L’ultimo lavoro di Henry Mintzberg, presidente della Strategic Management Society, guru di strategia e organizzazione e del “mito e realta’” del lavoro manageriale, e’ un pamphlet elettronico dal titolo Rebalancing society: radical renewal beyond left, right and center. Between public, private and plural (“Ribilanciare la societa’: rinnovo radicale oltre destra, sinistra e centro. Tra pubblico, privato e plurale”)

[iii] L’ultimo best seller di Rosabeth Moss Kanter, ex direttore della Harvard Business Review ed autrice negli anni ’90 del celebre “Quando i giganti imparano a danzare”,  ruota sul concetto che le aziende all’avanguardia hanno ormai realizzato che il prendersi cura delle persone (dipendenti, clienti e il pubblico in generale) produce risultati strabilianti in termini di morale e motivazione. L’autrice incoraggia quindi le aziende ad osare includere nella “mission” aziendale valori e principi piu’ alti dei soliti “crescita” e “profittabilita’” (Supercorp: How vanguard companies create innovation, profits, growth and social good).

[iv] Il guru della Learning Organization Peter Senge e’ da tempo molto attivo nel campo sociale ed ambientale. Il suo ultimo libro e’ intitolato “La Rivoluzione Necessaria”, e riporta come sottotitolo: “come individui e organizzazioni stanno lavorando insieme per creare un mondo sostenibile”.

[v] V. oltre.

[vi] Porter, M.E. e Kramer, M.R., Creating Shared Value, Harvard Business Review, January 2011.

[vii] Milton Friedman, The social responsibility of Business is to increase its profits, The New York Times Magazine, Sept. 13, 1970. Per oltre trent’anni uno dei più citati articoli sulla responsabilità d’impresa, l’articolo sostiene con ferrea logica “free market” che “la sola responsabilità sociale dell’azienda è massimizzare i propri profitti”. Questo consentirebbe un’ottimale allocazione delle risorse e per questa via il raggiungimento del massimo beneficio per tutti, mentre gli scopi sociali o etici dovrebbero essere lasciati alle organizzazioni pubbliche

[viii] UN Global Compact-Accenture: “A  New Era of Sustainability”. CEO Study, 2010 ( www.unglobalcompact.org/docs/news_events/8.1/UNGC_Accenture_CEO_Study_2010.pdf )

 

Profilo dell’autore

Davide Nespolo ha un’esperienza di quasi vent’anni nel campo delle risorse umane in aziende e società di consulenza. Laureato in Economia all’Università di Genova ha conseguito un Master of Science (MSc) in Personnel Management alla London School of Economics. Ha ricoperto dal 2006 il ruolo di Compensation manager del Gruppo Wind e più recentemente di Compensation & Benefits manager presso VimpelCom Ltd. ad Amsterdam. Collabora con la LUISS Business School e l’Università Sapienza di Roma con docenze nei corsi in risorse umane. È autore di “Fiducia e sostegno nei processi di change management; alcune note sull’efficacia della ‘giustizia organizzativa’ nel successo dei programmi di cambiamento” (in “Conoscenza, apprendimento e cambiamento” a cura di G. Gabrielli, FrancoAngeli).

 

 

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