Questa è la Seconda parte del Terzo capitolo del reportage a puntate dal titolo "Quale cura per il lavoro di cura? Storie di salute, diritti e lavoro" realizzato da Valentina Brini e Annalise D'Egidio nell'ambito della collaborazione con la Scuola di Reportage e Fotografia Jack London. La Prima parte è visualizzabile al link: https://www.lavoroperlapersona.it/2026/05/12/reportage-ellepi-quale-cura-per-il-lavoro-di-cura-capitolo-3-mobbing-1-di-2/
Via via si delinea davanti a noi un quadro nettamente antitetico rispetto all’immagine di un settore professionale tradizionalmente considerato privilegiato, cui quasi mai si fa cenno quando si parla della grave crisi di salute mentale tra gli operatori sanitari. È una “sindrome” anche questa: le cause del malessere sono molteplici e non esiste una cura unica. In riferimento al proprio logoramento psicologico, Marco ricorre all’espressione stress da consiglio, volendo evidenziare la complessità nel gestire il contatto con il pubblico, otto ore a turno – come minimo – per cinque giorni a settimana. Secondo i suoi calcoli, approssimativamente, ogni giorno, in quattro anni circa, Marco ha servito sessanta clienti, ciascuno con i suoi bisogni e le sue richieste. Spesso ci si dimentica, prosegue, che il farmacista fa “da filtro” tra il medico di base e l’ospedale. Oltretutto, a causa dei tagli di spesa, specialmente dalla pandemia in poi, alle farmacie è stata demandata l’erogazione di servizi tra loro molto variegati quali analisi, test di prevenzione, visite specialistiche in telemedicina2. Tutto ciò, mentre ospedali e ambulatori chiudono, lasciando sguarnite dei servizi essenziali soprattutto le aree interne.
In questo riassetto generale, la farmacia sperimenta una inedita centralità, nonché, di conseguenza, un carico di lavoro maggiorato, che i neolaureati sono del tutto impreparati a gestire. Il passaggio dai banchi di studio al banco da speziale – l’antesignano degli odierni banconi da vendita – si rivela non poco problematico anche in ragione di una preparazione universitaria che necessiterebbe di revisione e aggiornamento. Secondo Marco, ad esempio, i laboratori hanno un disperato bisogno di corposi investimenti per rinnovare la strumentazioni e gli apparecchi a disposizione degli studenti. Nella ricognizione alquanto sommaria che stiamo facendo insieme, c’è un aspetto a cui non avevo mai fatto caso, almeno fino a prima che Marco lanciasse questa provocazione: «Sono sempre più convinto che il mondo si divida in tre categorie: i buoni, i cattivi e i titolari di farmacia. Non sto certo dicendo che siano tutti uguali, anzi! Specialmente la “vecchia guardia” crede ancora tantissimo nella professione come missione. E poi ci sono i farmacisti di paese, che hanno ancora la fortuna e il piacere di mantenere un contatto diretto con le persone. Alla base c’è un rapporto di fiducia e così dovrebbe essere ovunque. Altrimenti il sistema si ingolfa.»
La premessa gli serve per introdurre un’osservazione relativa a una specificità della sua professione, che la distingue dalle altre figure del comparto sanitario, come medici e infermieri. Salvo che non sia egli stesso titolare o operi in ambito ospedaliero, il farmacista lavora quotidianamente a stretto contatto con il proprio datore di lavoro. A ciò si aggiunge la presenza di un unico Ordine professionale, condizione che può favorire situazioni di conflitto d’interessi nelle dinamiche di rappresentanza e tutela dei diritti. Marco, tuttavia, non attribuisce mai – neppure implicitamente – la responsabilità del mobbing subito ai meccanismi gerarchici esistenti. In parte perché la sua analisi ha carattere generale, in parte perché è disposto a riconoscere al titolare alcune attenuanti: umoralità, irascibilità e, su tutto, una grave dipendenza da alcol. Ancora mi sgomenta la piega inattesa che ha preso l’incontro con Marco. La sua vicenda è una sintesi lucida delle contraddizioni e fragilità del nostro tempo: le attraversa fino in fondo, ma al momento opportuno si fa prisma e le rifrange all’esterno, in frammenti carichi di senso. Ecco perché, invece di allentare la presa – come farei in condizioni normali – insisto, e gli chiedo di spiegarmi in breve come si svolgeva un turno di lavoro. «La mia giornata tipo in farmacia era questa: arrivo, indosso il camice e metto una maschera, anzi i paraocchi, nel senso che sto alla mia postazione e guardo fisso davanti. Non parlo con nessuno, a eccezione dei clienti. Con il titolare neppure più “buongiorno” e “buonasera”. Dopo otto ore, mi tolgo il camice e filo via».
Com’è stato possibile sopportare per quattro anni un clima simile, fatto di intimidazioni, lettere di richiamo per motivi inesistenti — a una delle quali aveva reagito, facendosi assistere da un avvocato: «lui se l’è legata al dito, è stato l’inizio della fine» — e un gelo totale anche nei rapporti con i colleghi, quasi degli sconosciuti, data l’elevata rotazione del personale? Il sospetto è che nemmeno Marco sia riuscito ad articolare ancora una risposta vera e propria; che non è escluso arriverà, ma per ora non sta cercando. Può tutto sommato farne a meno: si è dimesso da poco e il senso di colpa dei primi giorni è svanito. Quando gli domando verso chi o verso cosa, incredibilmente mi risponde: «Verso di lui! Mi piaceva ciò che facevo e, in condizioni differenti, ci sarei rimasto. Ero diventato bravo, sai? Avevo il mio giro di clienti affezionati e ci sapevo fare. In qualche modo lui, pur odiandomi, aveva bisogno di me e questo mi gratificava». Al che obietto: «Nonostante tutto? Cioè nonostante oramai il registratore, con cui ti premunivi tenendo traccia delle offese ricevute, fosse diventata la tua ossessione? Una sorta di sindrome di Stoccolma in piena regola, insomma…». Marco non coglie il riferimento, si prende un istante, fa un respiro profondo e poi, tutto d’un fiato, rivela. «Le ho tentate tutte: terapia del sonno, ipnosi, agopuntura. Adesso dipendo dalle benzodiazepine e assumo ansiolitici, perché senza non dormo. Sono seguito da uno psichiatra».
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«La goccia che ha fatto traboccare il vaso sono stati due episodi in successione. Il primo: in busta paga mi sono ritrovato alcune ore in meno e, siccome sono sempre molto attento per via delle esperienze pregresse, la busta paga ho imparato a leggerla e la leggo sempre – sempre! Mi sono rivolto all’amministrazione che ha quindi interpellato lui. L’ho sentito venir su per le scale urlando: “Quel Marco Mengoni di merda me la paga!” – il secondo episodio. Qualche giorno dopo avevo preso la mia decisione e sapevo che sarei arrivato fino in fondo, diversamente che in passato. Avevo già vacillato tante altre volte, ma, come in una sorta di meccanismo da “sindrome di Stoccolma” cui accennavi tu, ero rimasto fermo, sospeso nel mio limbo personale». È questo l’epilogo della storia che Marco molto generosamente ci ha consegnato. Difficile che nel frattempo abbia già deciso come ricollocarsi professionalmente. Nel salutarci, ci ha confidato che, qualunque sembianza avrà il futuro, gli rimane una certezza: non intende più tornare a lavorare come farmacista. Anche lui insomma – quantomeno per ora – sa solo ciò che non è, ciò che non vuole. Il tempo e gli affetti più cari, che lo hanno sempre sostenuto e protetto, lo aiuteranno a rimettersi in sesto e il resto verrà. Marco è giovane, curioso, istruito e pieno di risorse, ce la farà perché ha visto l’abisso e si è fermato un attimo prima di precipitare.
Che dire invece del nostro sistema sanitario, posto che cresce il numero dei farmacisti gettonisti3, mentre nell’arco di soli sei anni (2017-2023) le immatricolazioni universitarie sono calate del venti percento, a fronte di un’elevata possibilità di impiego post laurea4? Le prospettive sono tutt’altro che rosee e, come la vicenda di Marco esemplifica benissimo, non si tratta solo di carichi di lavoro massacranti e retribuzioni basse, sebbene una certa sensibilità in tal senso stia crescendo5. Tra le pieghe dei suoi ragionamenti, mi è parso di scorgere un sottile filo rosso, la matrice (o forse l’ideale) sottostante ad ogni scelta e valutazione compiute fin qui nella sua giovane vita. Nei primi anni ottanta, quando il burnout iniziava a essere analizzato in modo più sistematico, lo psicologo e studioso americano Cary Cherniss osservò che le conseguenze dello stress lavorativo si manifestavano su due livelli distinti. Accanto alle alterazioni comportamentali facilmente rilevabili, come apatia, irritabilità, insonnia, perdita di interesse per l’ambiente esterno e sintomi depressivi – una vera e propria strategia difensiva che il soggetto poneva inconsapevolmente in atto per difendersi da una situazione insostenibile –, si registrava un turbamento più profondo, legato al suo sistema valoriale. Cherniss definì “crisi della mistica professionale”6 il profondo senso di disorientamento che scuoteva alle fondamenta le certezze su cui il soggetto aveva costruito la propria traiettoria personale e professionale: l’idea che a titoli e competenze corrispondano riconoscimento e successo, la fiducia che il merito venga valorizzato e la convinzione che lo status acquisito garantisca controllo e autonomia nel proprio lavoro.
Non è, in fondo, proprio quanto è capitato a Marco, che ha trovato la forza di dire basta quando si è reso conto che non gli era rimasto più nulla da sacrificare alla propria professione? E, di conseguenza, più nulla in cui credere e per cui lottare? Agli inizi del secolo scorso, il sociologo tedesco Max Weber7 aveva individuato nella carriera lavorativa il sostituto moderno e immanente di quella che una volta era la vocazione. Marco e i tantissimi operatori sanitari come lui, appassionati e competenti, sono la ricchezza che nessun investimento finanziario può comprare. Valorizzarli, (ri)motivarli, apprezzarli, rispettarli è la più solida garanzia che la nostra salute sia in ottime mani.
2 Il DDL Semplificazioni, approvato dal Consiglio dei ministri alla fine di marzo 2024, ha rafforzato e istituzionalizzato il percorso di trasformazione della farmacia in un “presidio sanitario di prossimità”. Il testo, non ancora in vigore, dovrà completare l’iter parlamentare, durante il quale potrà essere modificato. La riforma prevede l’ampliamento delle attività erogabili in farmacia – tra cui vaccinazioni, test diagnostici rapidi, telemedicina e supporto nella gestione di patologie croniche – insieme a misure di semplificazione per l’attivazione di tali servizi e a una maggiore integrazione con il Servizio Sanitario Nazionale e i medici di medicina generale.
3 Simona Zazzetta, Farmacisti gettonisti: nuova frontiera della carenza di personale nelle farmacie, Farmacista33.it, consultabile all’indirizzo: https://www.farmacista33.it/lavoro/30767/farmacisti-gettonisti-nuova-frontiera-della-carenzadi-personale-nelle-farmacie.html.
4 Sono le conclusioni che trae Federfarma a seguito della rielaborazione dei dati AlmaLaurea. Cristina Casadei, Farmacisti introvabili, tra crisi di vocazione e stipendi bassi, Il Sole 24 ore, 22/01/2025.
5 Lo scorso anno il presidente di Assofarm (federazione delle farmacie comunali), Luca Pieri, per ovviare alla carenza di personale e all’allarmante calo dei nuovi iscritti, proponeva l’innalzamento delle retribuzioni e lo sviluppo di meccanismi di welfare aziendale “che offrano benefit tangibili paralleli al salario e possano migliorare la qualità della vita dei dipendenti”. Suggeriva inoltre di affiancare al farmacista, come già succede in altri paesi europei, l’“assistente del farmacista” con compiti di supporto alla distribuzione e logistico-amministrative. Cfr. https://www.quotidianosanita.it/lavoro-e-professioni//articolo.php?articolo_id=122056
6 Cary Cherniss, Staff Burnout: Job Stress in the Human Services, SAGE Publications, Beverly Hills, CA 1980; trad. it. di Valeria Bisiach e Alberto Rossati, La sindrome del burn-out: Lo stress lavorativo degli operatori dei servizi sociosanitari, Centro Scientifico Editore, Roma 1983.
7 La scienza come professione è il titolo di una celebre conferenza tenuta dal sociologo tedesco nel 1917. La trascrizione del testo, rimaneggiata e ampliata da Weber, viene pubblicata nel 1919. Cfr. Max Weber, La scienza come professione. La politica come professione, Einaudi, Torino 2014.
Valentina Brini Emiliana, classe 1991. Laureata in farmacia e nutrizione, sceglie di allontanarsi dal mondo sanitario dopo averne conosciuto da vicino le crepe e il logorio. Da sempre spinta da un bisogno di autenticità, ha trovato nella musica e nella fotografia i suoi linguaggi più veri. Viaggiatrice inquieta, attraversa luoghi e volti alla ricerca di qualcosa di vero. Cerca ancora dei buoni obiettivi fotografici e non.Annelise D'Egidio Origini lucane, studi in filosofia. Prima della scuola Jack London, esperienze lavorative tra loro eterogenee, ma accomunate dalla medesima precarietà contrattuale. In mezzo: viaggi, scoperte, incontri e trasferimenti. In sottofondo, tanta musica e molti podcast. Circondata da immancabili pile di libri, tuttora alla ricerca di un centro di gravità permanente.