Questa è la Prima parte del Terzo capitolo del reportage a puntate dal titolo "Quale cura per il lavoro di cura? Storie di salute, diritti e lavoro" realizzato da Valentina Brini e Annalise D'Egidio nell'ambito della collaborazione con la Scuola di Reportage e Fotografia Jack London. I due capitoli precedenti sono visualizzabili nel nostro sito.
Incontriamo Marco in un piacevole pomeriggio di inizio aprile. Lo aspettiamo per una decina di minuti sul luogo dell’appuntamento, ma non siamo affatto preoccupate: siamo certe che non mancherà. Una settimana prima ci ha chiesto un elenco scritto delle domande che intendevamo porgli, così da arrivare ben preparato. Improbabile, a questo punto, che si neghi. Non è stato semplice riuscire a fissare un incontro con lui: Marco è sfuggente, eppure, al tempo stesso, delicato e fragile. Il lungo soprabito nero avvolge un uomo poco oltre la trentina, di corporatura esile, statura media, carnagione chiara, capelli e occhi scuri. Parla tanto e lo fa sempre con quel suo stile diretto, a volte tagliente. Potrebbe sembrare quindi poco incline a negoziare: un professionista ben saldo nelle credenze e nelle teorie maturate in questi (quasi) primi dieci anni di carriera. Non è affatto così e ora, a un mese di distanza, dopo aver ascoltato la registrazione del nostro incontro, ne sono certa.
Il primo indizio era stato quel suo cappellino da baseball nero, semplicissimo e senza loghi, calato sugli occhi. Eravamo seduti tutti e tre in cerchio, sul bel prato verde di un grande parco pubblico, vicino casa di Marco; anche noi rilassati, come il resto della gente presente, non foss’altro che era domenica e, alla Pasqua imminente, sarebbero seguiti altri ponti festivi. Durante l’intervista, tuttavia, ero stata costretta a strane contorsioni per aggirare la visiera del berretto che spesso faceva da “barriera” al contatto visivo. Eppure, Marco non si sottraeva affatto alle domande, anzi raccontava senza reticenze. Ripercorrendo la sua storia professionale e gli strascichi che essa aveva avuto sul suo privato, era stato, dall’inizio alla fine, dettagliato e diretto. Cionondimeno, avvertivo una certa distanza, senz’altro voluta, che non sapevo a cosa attribuire. Adesso credo di averne finalmente compreso la ragione. Se Marco aveva infine accettato di incontrarci, era perché mentalmente era già passato oltre. Sicché avremmo dovuto considerare le confidenze che ci avrebbe fatto come un racconto de relato – testimonianza offerta per conto terzi e non già discorso in prima persona. È dunque assai probabile che l’imbarazzo nascesse dal non sentirsi più a suo agio nei vecchi panni di farmacista, al punto da percepirsi come una specie di impostore. Più di tutto, comunque, Marco aveva fretta: frantumato e poi ricomposto dal dolore cocente per la fine di ogni illusione professionale (e non solo), fremeva per lanciarsi nell’esplorazione dell’ignoto e di se stesso e, in questo caso, le due cose mi paiono pressoché coincidenti.
Mentre tiro fuori il registratore dallo zaino, Marco, temendo – chissà – che quanto sta per riferirmi possa trasmettere un'immagine di debolezza estrema, a bruciapelo dice: «Prima io ero un tipo che ti ribaltava. Ho sempre avuto più rabbia che anima. E tale sono rimasto». Gli credo e faccio bene. Credo anche di sapere già quale sarà il naturale punto d’approdo della nostra chiacchierata, ovvero il burnout – una sindrome che, secondo l’ultimo aggiornamento della classificazione internazionale delle malattie (ICD-11), è direttamente imputabile a condizioni di lavoro in cui «lo stress cronico non è stato adeguatamente gestito». La mia supposizione si rivelerà vera solo in parte. Mi accorgerò poi che la storia di Marco è, fra le altre cose, un caso di mobbing, aggravata da una retriva omofobia. Per comprendere come la strategia dell’ “affollarsi intorno a qualcuno” — comportamento adottato abitualmente dagli uccelli per difendersi dai predatori (dal verbo inglese to mob, che ha anche l’accezione di assalire o malmenare) — possa arrivare a influenzare in profondità la psiche di un individuo, conviene riavvolgere il nastro e partire dall’inizio.
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Da sempre convinto di volersi spendere per l’altrui cura, dopo il liceo classico Marco tenta i test di accesso per la Facoltà di Medicina. Non li supera e ripiega sul corso di laurea in Farmacia. Il primo impatto è duro: le materie caratterizzanti sono ostiche, ma Marco non demorde. Studia con grande impegno, fino a diventare il migliore in chimica e, al termine del primo anno, è certo di aver trovato la sua strada. Inizia un periodo allegro: le lezioni, spesso punteggiate da uscite spensierate coi colleghi, si susseguono e i voti sul libretto sono alti. Ben presto però, l’entusiasmo, l’ingenuità e il candore del giovane di provincia subiranno, a contatto diretto con la realtà, i primi scossoni. Tant’è che, amaramente, Marco mi dice: «non ero affatto conscio di quello che mi aspettava». Una volta conseguite laurea e abilitazione, Marco ha la possibilità di fare un breve tirocinio nella sua cittadina d’origine, presso la farmacia di amici di famiglia. Non ricorda episodi particolari, all’infuori del seguente: «Un giorno, il titolare ha rimproverato, con estrema severità e in mia presenza, l’altra farmacista, una signora di mezz’età molto brava nel contatto col pubblico e appassionata del lavoro. La sua colpa era di aver dedicato troppo tempo al cliente che era appena andato via, senza riuscire a concludere una vendita più sostanziosa. La collega si è sentita talmente mortificata che è scoppiata a piangere. Io ero impietrito. Stentavo a credere alla scena che avevo davanti agli occhi. Poi devo averla rimossa e non ci ho pensato più per anni». Concluso il periodo di apprendistato, Marco decide che per lui è tempo di trasferirsi in una città più grande: desidera l’autonomia, anticamera necessaria alla vita adulta.
È il 2019 e la metropoli è una meta obbligata, in quanto seducente e magnetica, con quelle sue promesse di lavoro, benessere, realizzazione, crescita (liberamente declinabili, a seconda dei gusti: interiore, personale, economica, professionale…). A Marco basterà poco per rendersi conto che, dietro la patina dorata, si cela tutt’altro: non conoscendo nessuno, si sente solo, disorientato e invisibile. Lui però non demorde e continua a inviare candidature e CV, finché è assunto presso una delle farmacie facenti capo a una multinazionale in forte espansione anche in Italia. «Mi sono ritrovato per tre anni a fare il commesso con la laurea! All’inizio distribuivo volantini promozionali alla gente in fila per le casse, poi mi hanno fatto dei corsi di formazione – marketing e visual merchandising, in buona sostanza. In buona sostanza, mi si richiedeva di “invogliare” i clienti all’acquisto di prodotti extra, cosmetici ad esempio. In più, dovevamo “spingere” i farmaci di alcune marche, a danno di altre. A fine mese, se avevamo raggiunto gli obiettivi di vendita, percepivamo un premio – cioè un extra. Eravamo dentro una logica che ci spingeva alla sorveglianza reciproca, perché per tanti, soprattutto per chi aveva figli a carico, la possibilità di arrotondare le entrate, in una città tanto cara, rappresentava una boccata d’ossigeno».
Come per altri, l’arrivo del Covid-19 rimescola le carte in tavola ed è a quel punto che Marco sente di essere arrivato a un bivio. Mentre ci racconta di quei mesi difficilissimi, ore e ore a servire clienti non sempre grati né tantomeno rispettosi, noto un certo calo nel ritmo dell’eloquio. Marco si è improvvisamente rabbuiato. Ci spiega che sta ripensando a quel master, cui si era aggrappato nei mesi immediatamente precedenti al febbraio 2020. Vi si era iscritto sperando di passare a lavorare in azienda. Il clima a lavoro era divenuto intollerabile, pur avendo nel frattempo fatto amicizia con due colleghi, con cui ogni tanto ci si vedeva anche fuori. Quando domando che ne è stato di loro, Marco risponde che sa solo che sono andati via, null’altro. Anni addietro si sarebbe detto che, nelle nostre società liquide, i rapporti sono come acqua che fluisce – par di capire che dove mai confluirà questo scorrere incessante è faccenda a tutt’oggi oscura. Con la pandemia la vita di Marco si indirizza su un binario imprevisto: completato il master e data la situazione generale, nessuna azienda assume. Marco, perciò, mette da parte il progetto di cambiare settore e temporeggia. A metà del 2021 più o meno, si schiude una interessante prospettiva. Ha fatto il colloquio per una farmacia rinomata e il titolare è entusiasta di averlo nello staff. A breve comincerà una nuova esperienza lavorativa in una realtà che si preannuncia stimolante, trattandosi di una farmacia con laboratorio per preparati galenici magistrali e officinali.
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«Avrei dovuto dimettermi quando mi ha chiamato frocio: non averlo fatto è stata una delle peggiori decisioni della mia vita!» Marco pronuncia questa frase proprio mentre, attorno a noi, un padre e una figlia giocano a palla. È stridente il contrasto tra la semplicità della scena che ho davanti e la gravità sofferta che traspare dalla sua affermazione. Una risata innaturale, a tratti un po’ isterica, accompagnerà questa parte del racconto, la più traumatica. Tra la fine del 2021 e l’inizio della primavera 2025 – progressivamente e inesorabilmente – l’orizzonte di Marco si restringe, le prospettive si fanno cupe e qualcosa dentro si spezza. I tormenti erano cominciati appena due settimane dopo l’assunzione. La prima sfuriata se la ricorda nitidamente e ci simula dettagliatamente tutta la scena. Non nega che allora stava per commettere un errore grossolano, ma è altrettanto perentorio nell’escludere che meritasse di essere denigrato davanti ai clienti e ai colleghi. Lo avrebbe aiutato senz’altro, invece, un chiarimento, accompagnato magari da un rimprovero severo. Insomma, quella che avrebbe dovuto essere una occasione di rilancio personale e professionale – una sorta di ripartenza post-pandemica personale – si stava trasformando in qualcosa di molto simile a un incubo. Il carattere combattivo, una buona dose di sarcasmo innato e, non ultimo, il suo orientamento sessuale rendono Marco il bersaglio privilegiato delle ire del suo datore di lavoro. Le offese possono avere le motivazioni più varie: una svista, l’essersi opposto a un cambio turno deciso all’ultimo, o l’aver preso le parti di una collega poco arrendevole e perciò etichettata come “troia” dal titolare. Eppure, all’inizio, Marco era molto motivato e, con entusiasmo, aveva ripreso i fondamenti dell’omeopatia – arrivando a studiare fino a tarda notte, dopo il turno in farmacia – , così da poter garantire il miglior supporto possibile a una clientela informatissima e selezionata. Il racconto dei soprusi che ascoltiamo ci investe come un treno in corsa: la sensazione di impotenza è una morsa che rende muti i pensieri. Per fortuna, Marco non se n’è accorto e segue spedito il filo dei suoi ragionamenti. In tanta amarezza, riesce a trovare comunque un lato positivo, una contropartita, per quanto parziale: è contento di avere imparato molto. A questo punto, apre una piccola parentesi sulla didattica universitaria. «Ci siamo formati con strumentazioni superate e superata era anche la nostra formazione. A cosa mi è servito imparare a fare “le cartine con disposizioni a ventaglio”1, quando oggi un qualunque laboratorio è dotato dell’incapsulatrice?»
1 È una tecnica ormai desueta che consiste nell’imbustare cartine contenenti polveri medicinali già pesate e suddivise, come indicato dalla farmacopea. Alla fine del procedimento, le dosi vengono disposte a raggiera nel contenitore apposito e possono ricordare la forma di un ventaglio.
Valentina Brini Emiliana, classe 1991. Laureata in farmacia e nutrizione, sceglie di allontanarsi dal mondo sanitario dopo averne conosciuto da vicino le crepe e il logorio. Da sempre spinta da un bisogno di autenticità, ha trovato nella musica e nella fotografia i suoi linguaggi più veri. Viaggiatrice inquieta, attraversa luoghi e volti alla ricerca di qualcosa di vero. Cerca ancora dei buoni obiettivi fotografici e non.Annelise D'Egidio Origini lucane, studi in filosofia. Prima della scuola Jack London, esperienze lavorative tra loro eterogenee, ma accomunate dalla medesima precarietà contrattuale. In mezzo: viaggi, scoperte, incontri e trasferimenti. In sottofondo, tanta musica e molti podcast. Circondata da immancabili pile di libri, tuttora alla ricerca di un centro di gravità permanente.