Blog EllePì – Il lavoro che si prende cura

di Gabriele Gabrielli

A Natale, Greta Thumberg ha twittato questo augurio: “Happy holidays! Remember to take care of yourselves, each other and the beautiful planet we live on”. Semplice ed efficace con la sua capacità di indicare i tre principali ambiti di cura che dovrebbero occupare la nostra attenzione indirizzando anche il lavoro. Un augurio che ci consente di condividere una riflessione proprio sul lavoro e sul suo senso.

Avere a cuore il nostro benessere, sia fisico sia spirituale, è importante. Richiede una cura particolare: ossia, ricercare la nostra più profonda vocazione, quello per cui siamo venuti al mondo. Che senso ha in altre parole per ciascuno di noi abitare questo bellissimo pianeta che, senza cura, sembra avere i giorni contati? “Voglio trovare un senso”, canterebbe Vasco Rossi, anche se un senso la vita, le situazioni che viviamo possono sembrare non averlo. Scoprirlo e assecondarlo procura benessere, uno stato che ci fa sentire al nostro posto e non, come spesso capita, sempre altrove, spaesati e slegati.  Prendersi cura della nostra chiamata significherà impegnarsi in opere che procurano gioia e soddisfazione

Prendersi cura di noi stessi significa allora ascoltare in profondità i nostri talenti, cogliendo il tempo in cui consapevolezza e fattibilità trovano la congiunzione che ricercavamo. Il lavoro diventerà così non tanto o non solo un’occupazione remunerata, ma un contenitore di realizzazione che prenderà le forme delle nostre opere: il nostro fare, pensare, inventare, coordinare e tanto altro. Il lavoro per questo è espressione della persona, perché diventa stile unico e irripetibile di ciascuno, per questo riconoscibile. Del resto con lo stilus gli antichi scrivevano, lasciando un segno sulle tavolette di cera. In effetti, il lavoro non assomiglia un po’ alla firma che apponiamo nel mondo con le nostre opere materiali, intellettuali, spirituali?

Prendersi cura di noi stessi però non basta. Occorre dilatare lo sguardo volgendolo verso gli altri. E’ così che scopriamo la dimensione orizzontale del lavoro, quella che illumina il piano della relazione e la sua natura costitutiva della nostra soggettività. Senza un “tu”, scriveva Martin Buber, non ci può essere un “io”. Con il lavoro in realtà ci prendiamo anche cura degli altri. Una cura di legami che si esprime con la prossimità. Deve essere però una cura reciproca e circolare. Senza inizio e senza fine.  Il lavoro fa spazio così al servizio e alla solidarietà, un sentimento quest’ultimo che forse più di altri segnala la presenza dell’umano. Quell’umano che occorre coltivare con cura nell’economia e nel lavoro perché quando è trascurato lascia spazzare via molto altro: come il rispetto e la dignità. Il lavoro diventa così prigione dell’uomo e condanna a vivere la dimensione del produzione asservita alla pratica del consumare. Un lavoro che va liberato dalle pastoie dei dispositivi di una società sempre più controllata e automatica. Non abbiamo ancora una profonda consapevolezza riguardo le conseguenze della Rivoluzione 4.0; sono in molti però a pensare che la trasformazione digitale muterà anche qualitativamente l’occupazione proseguendo quel processo avviato da qualche decennio di liberazione del tempo di lavoro. Un tempo liberato che potrebbe essere destinato, anziché ad alimentare il mercato dei consumi, proprio a prendersi cura di noi stessi, degli altri e del mondo.

Augurare di prendersi cura di se stessi e delle relazioni, infatti, abbisogna di un completamento. Sarebbe un augurio zoppo se privato dell’auspicio che tutti ci prendiamo cura del creato che abitiamo, un pianeta bellissimo e straordinario ma che rischia molto. La sua salute è molto precaria, secondo alcuni versa in uno stato ormai irreversibile. Bisogna con urgenza cambiare verso alla politica, ai nostri comportamenti, alla visione del mondo che abbiamo. Anche il lavoro può e deve fare la sua parte. Il lavoro va riscoperto in questa prospettiva di senso come opera dell’uomo che, avendo a cuore il pianeta che abitiamo, non distrugge ma si prende cura che il patrimonio non sia dissipato. Il lavoro esaltato nella sua funzione non “estrattiva” ma trasformativa, capace di salvaguardare dinamicamente le condizioni perché lo sviluppo integrale dell’uomo sia assicurato di generazione in generazione.

Buone festività!


Gabriele Gabrielli è Presidente della Fondazione Lavoroperlapersona. Executive coach e consulente,  insegna Organizzazione e gestione delle risorse umane all’Università LUISS Guido Carli, mentre alla LUISS Business School è Professor of  Practice di People management, HRM and Organisation, Organizational Behaviour e Direttore del Master in Gestione Risorse Umane e Organizzazione. Giornalista pubblicista, è autore di numerosi articoli e volumi nel campo dello sviluppo organizzativo, leadership e risorse umane. 

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