Blog EllePì – Un’economia più a misura d’uomo contro la crisi del clima

Da Assisi il Manifesto sul potenziale dell’Italia “verde”

“Affrontare con coraggio la crisi climatica non è solo necessario ma rappresenta una grande occasione per rendere la nostra economia e la nostra società più a misura d’uomo e per questo più capaci di futuro”

Così inizia il “Manifesto di Assisi”, presentato lo scorso 24 gennaio nella città umbra da Ermete Realacci, alla presenza del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte e di quello del Parlamento Europeo David Sassoli. Tra i promotori il presidente di Confindustra Vincenzo Boccia, l’amministratore delegato di Enel Francesco Starace, l’amministratore delegato di Novamont e presidente di Terna, Catia Bastioli, il direttore della rivista “San Francesco”, padre Enzo Fortunato. Tra i firmatari, anche la Fondazione Lavoroperlapersona.

Fin dall’inizio, quindi, il Manifesto rende chiaro il collegamento tra la crisi del clima – la più grande emergenza ambientale di sempre – ed i temi più generali e “sociali”, che rendono necessaria “un’economia più a misura d’uomo”. E fa bene, perché in effetti ciò che sta succedendo intorno al climate change non è che l’archetipo più plateale ed evidente di un tema più generale: la necessità percepita di un’economia diversa, lo slancio ideale verso la sua “possibilità”, ma anche l’enorme difficoltà di fare qualunque passo concreto per realizzarla.

Proprio lo stesso giorno della presentazione del Manifesto di Assisi a Davos, sulle Alpi svizzere, si concludeva la cinquantesima edizione del World Economic Forum. All’appuntamento che ogni anno riunisce in un’unica grande “passerella” i big mondiali della finanza, dell’economia e della politica, il tema della crisi climatica è “di casa” già da alcuni anni. Ma l’edizione 2020 sembrerebbe essere quella che ne ha consacrato definitivamente la priorità per il mondo del business. Una priorità sostenuta dalle importanti dichiarazioni dei CEO di alcuni tra i principali fondi di investimento, e tra l’altro dimostrata dalla crescita esponenziale dei green bond e degli asset “sostenibili”*.

Tutto bene quindi? No. Anche quest’anno a Davos, nonostante le dichiarazioni di principio, nessuno ha avuto il coraggio di sbilanciarsi su quegli interventi concreti che sarebbero stati necessari già da molto tempo per arrestare la “febbre” del pianeta, a partire dalla maggior necessità di regolamentazione e dalle diverse possibili forme di tassazione delle emissioni di CO2. E questo nonostante l’evidenza scientifica sulla necessità di un cambiamento sia presente da oltre trent’anni, e il problema sia così grave da poter addirittura mettere in gioco la sopravvivenza della nostra specie. Solo un mese prima di Davos, a dicembre, anche la venticinquesima conferenza annuale sul clima, la COP25 di Madrid, si è chiusa con risultati che è poco qualificare come “deludenti”. E sulle misure da adottare per affrontare la crisi climatica anche quei governi che dichiarano fin dal principio un orientamento green continuano a muovere passi timidi e incerti, preoccupati da un’opinione pubblica che, al dunque, non è disposta a fare nessun sacrificio. Un tema ben dimostrato ad esempio, al di là delle Alpi, dalla vicenda dei gilet gialli.

Verrebbe da pensare, come presuppone in fondo la triste scienza dell’economia, che “homo homini lupus” alla prova dei fatti. Che l’avidità del lupo non riuscirà mai a fermarsi a ciò che è sufficiente, né a rinunciare a qualcosa a beneficio di qualcun altro, tanto più se è un altro “indefinito” come le “generazioni future”.. il tutto in accordo con la “grande sfiducia” che sembra essere diventata una caratteristica dei nostri tempi, e con buona pace ovviamente dei beni comuni.

Ma è qui che il breve testo del Manifesto di Assisi offre, invece, qualche spunto interessante su cui lavorare. In particolare, credo se ne possano identificare principalmente tre.

In primo luogo, il Manifesto sottolinea l’importanza della crisi climatica come fattore aggregante e motivante per tutti, a partire ovviamente dai giovani. Non è un caso, da questo punto di vista, che la neopresidente della Commissione Ursula von der Leyen abbia posto da subito un green new deal alla base del rilancio dell’Unione Europea. Si tratta di uno dei pochi temi in grado di mobilitare le coscienze e agire trasversalmente agli schieramenti. I problemi ambientali causati dal nostro modello di sviluppo, dei quali il cambiamento climatico non è che la “punta dell’iceberg”, sono spesso così complessi da richiedere cambiamenti di tipo radicale. Solo se la “generazione Greta” riuscirà in qualche modo a non disperdersi e a tenere il punto, si aprirà la prospettiva di trovare la forza e il consenso necessari per risolverli. Una società globale davvero sostenibile potrà forse realizzarsi, se gli adulti sapranno sostenere gli slanci dei giovani e la possibilità di farsi guidare da loro.**

In secondo luogo, parlando delle possibili soluzioni al problema ambientale il Manifesto sottolinea, come è ormai consueto fare, le potenzialità dell’innovazione tecnologica. Ma lo fa, per una volta, associando l’innovazione all’economia delle città, comunità e territori della tradizione italiana. E ad un modo di produrre che ci caratterizza e che, nelle parole del Manifesto, “fa della coesione sociale un fattore produttivo, coniuga empatia e tecnologia”. Suggerendo così che il nostro Paese ha molto più da dire nella competizione “virtuosa” e di alta qualità della green economy, piuttosto che nei modelli tradizionali della produzione di massa, ormai irrimediabilmente condannati a una competizione “al ribasso”, o in quelli puramente “immateriali” guidati dai big della digital economy.

In terzo luogo, infine, nel suo richiamare l’enciclica “Laudato Sì” e nel voler unire la tradizione laica dell’ambientalista Realacci con quella religiosa di matrice francescana, il Manifesto ci ricorda che la lotta per l’ambiente, così come quella per “un’economia a misura d’uomo”, passa anche per l’interiorità di ogni individuo. Da Assisi parte così ancora una volta un ponte tra tradizioni laiche e tradizioni religiose significativo sia per le une che per le altre, ricordandoci che la “rivoluzione necessaria” che abbiamo di fronte non può prescindere da un cambiamento individuale. Da una lotta, cioè, che è necessario combattere all’interno prima che all’esterno. Una lotta che parte dal rafforzare il senso di relazione nei confronti di tutti quelli con cui dividiamo il pianeta, natura compresa, e che vale la pena combattere fino in fondo.

*: su questo si vedano, ad esempio, gli articoli di Carrer, D’Angerio e Longo su Il Sole 24 Ore del 19 gennaio

**: Daisaku Ikeda: “climate change: a people-centered approach” https://www.indepthnews.net/index.php/opinion/2985-climate-change-a-people-centered-approach/


Davide Nespolo
Si occupa di sostenibilità per una grande azienda di telecomunicazioni italiana e collabora con la Fondazione Lavoroperlapersona per i temi di sostenibilità ambientale.

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