Vivere per giocare

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I costi economico – sociali e antropologici della ludopatia

Il primo incontro EllePì del 2017 si concentra sul tema della ludopatia. Il gioco che ha sempre fatto parte dei temi e delle attività della Fondazione Lavoroperlapersona, forma evidente di azione comune e modo per scoprirsi nella relazione “che è unione di regole e di libertà”, come ha detto in un altro Incontro EllePì “Lasciamoli giocare” Luca Giuliano, professore ordinario di Sociologia presso Sapienza Università di Roma, è stato approfondito questa volta nella sua accezione negativa e patologica.

Che cosa significa un gioco buono? “Il gioco che reca alla società un contributo più importante. (…) Buono è sia benessere degli altri giocatori sia completa realizzazione di chi è parte in causa”  (A che gioco giochiamo – Eric Berne).

Esiste però anche un gioco cattivo che diventa dipendenza e piaga, si tratta della ludopatia. Ai giorni nostri c’è una grande facilità, un’invadenza di spazi in cui ci si chiede di giocare responsabilmente. Leonardo Becchetti, professore ordinario di Economia Politica presso l’Università di Roma Tor Vergata, durante il V Seminario Interdisciplinare sull’Accoglienza, tenutosi a Offida nel settembre del 2016, ha chiesto “Chi di voi metterebbe dei soldi in banca se ci dicessero che Su questo investimento guadagneremo  il 26%?”. Eppure è quello che facciamo quando giochiamo ad esempio un gratta e vinci.

Hanno approfondito il complesso tema dell’incontro Paolo Rozera, direttore generale di UNICEF Italia, Gabriele Mandolesi, portavoce del movimento Slotmob, e Gianluca Ruggiero, psicoterapeuta della Onlus La Promessa.

Dopo il benvenuto alla TIM Factory, dato da Andrea Rubera, Diversity Management Specialist TIM, e l’intervento di apertura di Giorgio Tintino, Project Leader della Fondazione Lavoroperlapersona, Paolo Rozera nel suo intervento ha così esordito: “Più penso al lavoro che facciamo quotidianamente come UNICEF più rimango senza parole quando penso al dover stare a parlare di ludopatia. Siamo in un mondo che non sa dove sta andando, mi sembra che la ludopatia sia il male di un paese ricco. Una buona parte del gioco d’azzardo passa anche per i cellulari dei ragazzi: sono mali che noi dobbiamo individuare e superare, e il mondo primario e principale dal quale bisogna intervenite è quello della scuola e dell’educazione. L’UNICEF vuole impegnarsi su questo tema con altre associazioni, perché la reazione è sempre quella di minimizzare, ma non possiamo più farlo”. Un intervento appassionato chiuso con l’auspicio che queste tematiche non siano sottovalutate perché “I bambini di oggi non devono trasformarsi nei dipendenti di domani”.

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Gianluca Ruggiero ha affrontato il tema della ludopatia offrendo la sua visione da psicoterapeuta della Onlus La Promessa, che ha come finalità la ricerca, la prevenzione, la formazione e il trattamento riabilitativo dei disturbi compulsivi. “Quando parliamo di gioco d’azzardo parliamo di malattia o di vizio?”, questa la domanda di esordio del suo intervento. “È una malattia e non un vizio e non basta la forza di volontà per curarla. Il fatto che si pensi ancora oggi che il gioco sia un vizio porta a dei problemi di comunicazione, un paziente che crede di essere vizioso non si fa curare perché non ammette il problema”. Ruggiero continua: “Quali sono le caratteristiche del giocatore dipendente? La perdita di controllo e il ruolo.  Il giocatore dipendente non si ferma fino a quando non ha raggiunto l’obiettivo, che non è la vincita. Paradossalmente il giocatore che ha la malattia vuole perdere, perché la perdita alimenta l’alibi di continuare a giocare, in quanto deve recuperare. Il gioco d’azzardo vale inoltre su tutti i tipi di gioco, non solo le slot machine, si può giocare d’azzardo con i gratti e vinci o con le scommesse sportive. Non tutti quelli che giocano sono dipendenti ovviamente, per essere dipendenti è necessaria la perdita di controllo, ovvero non riuscire a scegliere di fermarsi. Per quanto riguarda il ruolo il giocatore gioca perché vuole regolare le proprie oscillazioni emotive: la persona non vuole sentire le proprie emozioni. Nel cervello del giocatore ansioso ad esempio  si crea l’associazione sono ansioso, gioco, l’ansia passa.” Infine una precisazione: “Si pensa che questa dipendenza non crei danni fisici, ma non è vero: il sonno e l’alimentazione vengono tolte, il paziente fuma molto di più e soprattutto il corpo subisce una scarica di adrenalina che con l’andare del tempo crea danni a livello cardiaco. Anche il gioco patologico crea delle conseguenze fisiche”.

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A chiudere l’incontro Gabriele Mandolesi, che ha raccontato l’esperienza del movimento Slotmob di cui è portavoce e che ha mostrato un terreno poco conosciuto e approfondito, l’anello di congiunzione tra la scelta politica e la dipendenza: il mercato dell’azzardo. “Slotmob è un movimento che ha come scopo principale contrastare l’azzardo, un aspetto molto complesso che non ha niente relativo al gioco, perché gioco è un termine che usano le multinazionali per dare un aspetto positivo. Noi vogliamo partire alla radice, perché quando arriviamo all’azzardo patologico è già troppo tardi. Quindici anni fa lo Stato ha deciso di sviluppare ancora di più l’azzardo dopo aver visto che guadagnava da questo affare, e di affidarlo alle multinazionali che seguono un principio economico basilare: per massimizzare il profitto gestendo l’azzardo devi fare in modo che la gente giochi il più possibile”. Mandolesi, che è anche dottorando in Economia Civile presso la LUMSA di Roma, ha aggiunto: “Nel 2008, da quando è scoppiata la crisi, l’azzardo ha raggiunto livelli record, perché da sempre l’azzardo è anticiclico, più l’economia va male più azzardi. Perché? Perché quando senti che il tuo futuro è in crisi e che la società in cui vivi non offre grandi prospettive, tenti la sorte, e su questo le società dell’azzardo hanno fatto un grande business. Da studi fatti da una ricercatrice americana psicologici e psichiatri hanno lavorato con gli ingegneri per far sì che le macchine siano costruite in modo tale da far diventare dipendenti le persone.” Mandolesi ha sottolineato inoltre che “Un altro grande inganno di queste multinazionali è che finanziano il terzo settore e le attività culturali. Non lo dico io, lo dice il Papa: quando il capitalismo propone di destinarti una parte dei suoi profitti, con i quali ha creato i danni, per mettere a posto gli stessi danni che ha creato, allora ha fatto bingo. È per questo che chiediamo al terzo settore, che sappiamo essere in difficoltà e che capiamo aver bisogno di soldi, di non accettare l’elemosina dei profitti di queste multinazionali”, concludendo: “Vogliamo che lo stato gestisca l’azzardo con degli obiettivi sociali, non che lo gestiscano le multinazionali che hanno come obiettivo la massimizzazione del profitto.  Non dimentichiamo inoltre che la mafia, la camorra e la ‘ndrangheta riciclano denaro principalmente con l’azzardo: la direzione nazionale antimafia un mese fa nella sua relazione annuale facendo riferimento a tutte le cosche mafiose che riciclano denaro si è dichiarata molto preoccupata perché l’azzardo legale è diventato terreno fertile per la criminalità organizzata.

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Una piaga quella dell’azzardo non solo personale ma sociale, che per questo deve essere affrontata e combattuta da tutti. Slotmob ad esempio è accanto ai gestori di bar che hanno rinunciato alle slot machine, spesso rimettendo grandi guadagni, perché non si sentano soli. Con determinazione e coraggio, con atti concreti dobbiamo contrastare la ludopatia, un problema che si fa più pressante man mano che ne divengono note le conseguenze economico-sociali e antropologiche. È necessario produrre anticorpi nella società stessa agendo dal basso, per far capire che il mercato siamo noi e che con il nostro voto col portafoglio possiamo e dobbiamo premiare chi si distingue nel produrre e vendere in modo socialmente sostenibile.

 

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