Trasformazione digitale e lavoro. Tre domande a Marco Bentivogli

Trasformazione digitale e lavoro. Tre domande a Marco Bentivogli

L’innovazione tecnologica sta accelerando il progresso in ogni campo dell’umano, ponendo al tempo stesso anche nuove domande che cercano risposte. La presenza sempre più diffusa di robot e d’intelligenza artificiale, insieme alla progressiva digitalizzazione dell’economia, lasciano immaginare performance e capacità elaborative straordinarie.

Anche per questo, i robot fanno paura a molti, non solo per gli scenari spesso apocalittici cui ci hanno abituato le opere di fantascienza ma, molto più nel concreto, anche per i rischi di disoccupazione tecnologica che alla loro progressiva diffusione viene associata. E’ ormai noto un recente studio di McKinsey – condotto a livello globale su 46 Paesi – secondo il quale il 49% delle attività odierne potrà essere automatizzata usando «tecnologie già sperimentate» da qui al 2030. Questo impatto, di vasta portata, non coinvolgerà solamente i lavori manuali, ma anche questi settori – come la finanza, la sanità e il commercio – che, tradizionalmente, sentiamo essere più al sicuro dalla colonizzazione dei robot.

Ma di fronte a queste previsioni più allarmistiche, è robusta anche la voce di chi immagina che, dopo una inevitabile fase di transizione più turbolenta, la tecnologia e i robot creeranno – come sempre è stato – anche nuova occupazione, delineando il fabbisogno di nuove competenze e ruoli. Secondo uno studio dell’OCSE, si calcola che i lavori davvero a rischio saranno “solo” l’8-10%, mentre un altro 20-25% non sparirà ma cambierà radicalmente. Il punto, dunque, non è quanti lavori verranno sostituiti dai robot e quanti invece ne verranno creati, ma quanta diversità sarà prodotta dall’innovazione tecnologica.

In questo scenario in cui si fronteggiano visioni pessimistiche e ottimistiche, è doveroso interrogarsi sulle ricadute che potrà avere l’innovazione tecnologica per immaginare pratiche e policy organizzative adeguate: quali saranno le nuove professionalità dell’economia 4.0? In che direzione, con quali strumenti e in che tempi andranno riorganizzate le competenze dei lavoratori per non lasciarli ai margini delle dinamiche del mercato del lavoro? Cosa serve per allontanare il rischio che le fasce più deboli siano escluse nella nuova economia che vedrà umani e umanoidi insieme?

 

Su questi temi abbiamo avviato da tempo una conversazione con Marco Bentivogli, segretario generale della FIM-CISL, che continueremo al VI Seminario Interdisciplinare sull’Accoglienza Persona, Lavoro e Innovazione: con o contro l’economia dei robot? in programma dal 14 al 16 settembre a Offida (AP). Ne anticipiamo alcuni passaggi.

 Rivoluzione 4.0 e disoccupazione tecnologica: che rischi si corrono a pensare all’innovazione solo con queste lenti? Cosa ci perdiamo?
Stiamo vivendo una fase di grandi cambiamenti e, per questo, serve avere la capacità di sperimentare e trovare soluzioni inedite. Vivere questo momento guardandolo con le lenti deformate del ‘900 e la paura del futuro non aiuta. Esiste sicuramente una parte del lavoro che innovazione e tecnologia taglieranno, ma ne verrà creato di nuovo. Il nostro compito sarà gestire questo processo cogliendo le opportunità che la rivoluzione digitale sta portando nel mondo, senza abbandonare al loro destino le persone più fragili.

L’economia dei robot può essere un’occasione per far fiorire l’umano anche nel lavoro e nell’economia? In quali direzioni?
I robot sono con noi dai primi anni ’80: più che di economia dei robot, parlerei di economia del digitale e delle ITC. La tecnologia di per sé è neutra, contiene i valori di chi la progetta e, per questo, si svilupperà sulla base delle decisioni e delle politiche che prenderemo. Bisogna avere il coraggio di scegliere un nuovo “umanesimo” del lavoro con al centro l’uomo, un mondo in cui la tecnologia ci aiuti a liberare parte dell’ingegno umano inesplorato e che oggi occupa le persone in mansioni gravose e “poco umane”.

 Lavoro, economia digitale, robot e diritti: come evitare che nascano nuove forme di sfruttamento dove persone sole devono confrontarsi con piattaforme digitali senza volto e senza anima?
La gig economy conta, per ora, lo 0,4% del mercato del lavoro italiano, eppure rappresenta la punta dell’iceberg degli effetti che le trasformazioni digitali possono avere sul lavoro. Dovremo immaginare nel futuro contratti “ibridi”, una parte simili al lavoro subordinato e l’altra più “individuale”, in cui si è coinvolti nei progetti, nei compiti di responsabilità e nei risultati. Se il sindacato non intercetta tale cambiamento smetterà di essere, come si diceva una volta, l’“autorità salariale”.

La Fondazione Lavoroperlapersona faciliterà la discussione sulle implicazioni di questa trasformazione sul lavoro e la sua organizzazione, su occupazione e giustizia sociale, sulla condizione dell’uomo e sui fabbisogni di leadership durante le tre giornate del seminario di settembre cui vi invitiamo a registrarvi. Il cambiamento che viviamo, infatti, richiede una riflessione profonda e aperta che conduca – è il nostro auspicio – a mettere al primo posto la persona e la ricerca del bene comune. E questo non dipende dai robot, ma solo da noi e dal futuro che vogliamo.

 

Conversazione a cura di:

Gabriele Gabrielli, Presidente della Fondazione Lavoroperlapersona. Executive Coach e Consulente, insegna HRM alla LUISS ed è Professor of Practice alla LUISS Business School in People management, HRM & Organisation, Organisational Behaviour.

No Comments

Post A Comment