Summer School 2017 – Intraprendere. Il futuro nel presente, insieme

Summer School 2017 – Intraprendere. Il futuro nel presente, insieme

La Fondazione Lavoroperlapersona è lieta di pubblicare il secondo di una serie di articoli che ricorderanno la IV Summer School sui Beni Relazionali svoltasi ad Offida nel mese di Giugno. L’edizione di quest’anno – che ha dato avvio al II ciclo triennale dedicato al tempo – ha avuto come titolo Intraprendere. Il futuro nel presente e si è concentrata sul concetto in intra-prendere, inteso non semplicemente come mero “dare inizio”, ma nella sua più complessa e feconda accezione generativa.  I dottorandi che hanno partecipato ci racconteranno la loro esperienza: iniziamo questa settimana da Alfonso Lanzieri, dottorando in Filosofia presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II”. 

 

L’esperienza è stata talmente ricca di sollecitazioni da rendere impossibile, per questioni di spazio, rendere conto di tutti gli spunti di riflessione che mi ha regalato. Si tratta quindi solo di qualche sprazzo ragionato alla luce del confronto tra i temi della Summer School e la mia attività personale, in quattro punti.

La questione del tempo – la dimensione sottesa ai lavori della scuola ― mi è da sempre cara, soprattutto da quando per i miei studi di filosofia mi occupo del pensiero di Henri Bergson. Particolarmente stimolante, in questo senso, è stato ritrovare la centralità (talvolta inconsapevole) di questo tema nelle riflessioni di Michele De Capitani e Gianluca Gregori. Sia nelle pratiche del marketing che, più in generale, nel mondo degli affari, sembra ritornare in modo sotterraneo – o almeno così mi è parso ― la domanda che stava al fondo delle riflessioni del filosofo francese: cosa fa il tempo? Se il tempo non fa nulla, infatti, si tratta paradossalmente dello spazio in cui viviamo (immaginato in maniera non molto diversa dallo spazio vero e proprio nel quale deambuliamo), e che può essere fatto e disfatto in funzione dei propri interessi (scusandomi per l’azzardo, ricordo qui le dichiarazioni di un dirigente Rai, tale Antonio Azzalini il quale, nel gennaio dello scorso anno, ammise candidamente l’abitudine della televisione pubblica di anticipare leggermente l’inizio dei programmi per battere la concorrenza e ottenere picchi d’ascolto. Anche l’inizio del nuovo anno – il 2016 ― col classico countdown in diretta per la sera di capodanno, era in realtà stato anticipato di qualche momento, ammisero i vertici della tv pubblica, allo scopo di rubare telespettatori agli altri canali. Mi pare un caso di studio interessante). Se, al contrario, il tempo agisce, ecco che i fallimenti, i periodi di prova e maturazione, se bene attraversati, acquistano immediatamente una particolare fecondità, rivelando un senso inedito dell’espressione “il tempo è danaro”: se, classicamente, la frase vuol significare l’importanza di usare ogni istante disponibile per ‘attivarsi’ in vista del successo, è possibile usare una prospettiva altra, in base alla quale il tempo diventa denaro se e solo se ci si lascia istruire dai vari ‘momenti’, se si accetta con sapienza la varietà dei ritmi, più che aggredirli o anticiparli con voracità.

Secondariamente le riflessioni di Bergson – mi scuso se lo cito di nuovo ― mi sono tornate utili pure sul tema più specifico dell’intraprendere. Sono stato infatti attirato dal sottotitolo della scuola: “il futuro nel presente”. Credo possa significare: per intraprendere qualcosa devo essere capace di scorgere le possibilità incastonate nel presente. Come fare? Per Bergson, non è possibile alcun futuro se non alla luce del passato (la memoria) che, letteralmente, mi permette di avere un ‘mondo’. Memoria, dunque, non è semplicemente conservare, immagazzinare cioè i ricordi da qualche parte, nella dispensa dell’anima. Anche qui, un po’ come in precedenza, possiamo allargare il senso di un’espressione il cui significato è normalmente codificato in modo univoco: avere una buona memoria, significa per i più saper conservare (e richiamare all’occorrenza) lucidamente un gran numero di ricordi; ma si può anche dire che avere buona memoria significa saper scorgere, a partire dal patrimonio in mio possesso, prospettive inedite nel presente (pensiamo ad esempio all’importanza dell’esercizio della memoria collettiva affinché un popolo possa avere un avvenire). In fondo, e credo di non allontanarmi troppo dal centro del discorso, una ‘tradizione’ dimostra la propria fecondità non quando cristallizza staticamente elementi perennemente validi, ma quando sa essere eredità capace di aprire vie inedite nella continuità. Tutto ciò, in fondo, non è relativamente vicino a quanto ci ha detto Francesco Stoppa nel primo giorno della scuola? Intraprendere non è mai iniziare da zero, ma farsi carico in prima persona di quel che gli altri hanno fatto di noi. In questo senso, ho trovato una certa assonanza tra le riflessioni bergsoniane sulla memoria e il tema dell’ “intraprendere”.

Terzo e ultimo punto: il problema della simultaneità sollevato da Marramao. Lo spazio in cui viviamo è saturo di notizie, informazioni, che arrivano tutte insieme. La simultaneità non permette di gerarchizzare il flusso delle news. Tutto ciò mi interroga anche in veste di giornalista (sì, faccio pure questo). Passo molte ore del giorno seduto davanti al pc. Sono investito da migliaia di input informativi ogni giorno. Il mio compito dovrebbe essere, anzitutto, quello di filtrare ciò che è veramente importante da quel che non lo è. Ma, allo stesso tempo, i dispositivi mediatici obbligano a “postare” spesso, a immettere in circolo il maggior numero possibile di “informazioni” che contribuiscono, a loro volta, a far crescere la confusione e così via, come il più classico dei serpenti che si morde la cosa. Per non parlare, ancora nell’ambito giornalistico, del precariato permanente, che non crea una buona disposizione d’animo al ragionamento sistematico e paziente, di cui c’è un gran bisogno davanti al flusso a tratti indomabile delle informazioni. La simultaneità investe anche la nostra comunicazione personale. Tramite whatsapp, in questo momento io sono contemporaneamente in conversazione (potenziale) con più di cento persone. Se consideriamo le chat di ‘gruppo’, i numeri si moltiplicano enormemente. Chi può reggere ad un presente così concentrato? Strapazziamo la contingenza.

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