L’incontro virtuoso tra economia, cultura e razionalità

L’incontro virtuoso tra economia, cultura e razionalità

La Fondazione Lavoroperlapersona è lieta di pubblicare il terzo di una serie di articoli che ricorderanno la IV Summer School sui Beni Relazionali svoltasi ad Offida nel mese di Giugno. L’edizione di quest’anno – che ha dato avvio al II ciclo triennale dedicato al tempo – ha avuto come titolo Intraprendere. Il futuro nel presente e si è concentrata sul concetto in intra-prendere, inteso non semplicemente come mero “dare inizio”, ma nella sua più complessa e feconda accezione generativa. I dottorandi che hanno partecipato ci racconteranno la loro esperienza: questa settimana proseguiamo con Rita Pilotti, dottoranda in Filosofia presso l’Università degli Studi di Venezia.

 

“Per poter […] attribuire all’uomo il suo posto nella natura vivente, e così caratterizzarlo, non rimane altro che dire che ha quel carattere che egli stesso si procura, in quanto sa perfezionarsi secondo fini liberamente assunti; onde egli come animale fornito di capacità di ragionare (animal rationabile) può farsi da sé un animale ragionevole (animal rationale)”. Scriveva così il filosofo prussiano Immanuel Kant, le cui riflessioni antropologiche sono state al centro della mia ricerca dottorale recentemente conclusa presso l’Università di Venezia. Pur attraverso categorie proprie del pensiero illuministico (che, ad esempio, concepisce l’essere umano, anziché come “persona”, come “animale razionale”), Kant si esprime, tutto sommato, in contro-tendenza rispetto al contesto culturale a lui contemporaneo, e in ciò lasciando un insegnamento al quale, benché paradossale, vale ancor oggi la pena di tornare: quanto contraddistingue l’essere umano – costituisce, cioè, la sua “natura” – è tutt’altro che “naturale”. La razionalità rappresenta, infatti, qualcosa di complesso, nella quale moralità e fisicità si intrecciano in modo talora inestricabile. Per ciò stesso, essa non può mai “darsi” meccanicamente, ma comporta un processo al cui compimento il soggetto è chiamato a concorrere, qualcosa di dinamico.

Nel solco di questa riflessione si è radicato, dandole così un respiro capace di raggiungere l’oggi, il prezioso contributo ricevuto a Offida in occasione della Summer School sui Beni Relazionali – II Ciclo, organizzata dalla Fondazione Lavoro Per La Persona intorno al tema dell’“intraprendere”: di questo contributo vorrei, qui di seguito, delineare tre aspetti in particolare.

  1. La lunga durata. Sebbene un “intraprendere” si possa definire tale soltanto in relazione al cambiamento che esso produce, presupponendo così la capacità di segnare un “prima” e un “dopo”, esso comporta, diversamente da un semplice “iniziare”, una gradualità e, dunque, un’interna distensione temporale. In questo senso, l’intraprendere costituisce un’espressione tipica dell’essere umano. Raccogliendo la sfida – lucidamente definita da Giacomo Marramao – della simultaneità propria del mondo contemporaneo, intraprendere richiede perciò di radicarsi nel presente, ma con uno sguardo lungimirante e un’onesta memoria. Anche per Kant, peraltro, nella Critica della ragion pura, il tempo costituisce la dimensione più fondamentale dell’interiorità, cui ogni esperienza umana in quanto tale è riconducibile.
  2. Singolare e plurale. Nella distensione temporale dell’intraprendere si inserisce il ruolo della comunità. Persino le esperienze più intime, nella misura in cui per essere tali abbisognano di una definizione attraverso il linguaggio, presuppongono un contesto sociale che fornisca le coordinate di significato e di senso: nello stesso tentativo di identificarsi narrandosi, come ha ribadito con forza Francesco Stoppa, il singolare non può prescindere dal comunitario. Per questo vale la pena tornare a riflettere sulle possibilità dell’uso del linguaggio, e riannodare i legami della vita comunitaria. Pur mancando una chiara distinzione tra società civile e istituzioni politiche, anche in Kant sembra esserci una consapevolezza matura del ruolo del vivere sociale nella realizzazione della moralità.
  3. Peso e valore della rottura. Doloroso e ingiusto, il fallimento e, nella dimensione comunitaria, il conflitto, costituiscono tuttavia un fatto. Una consapevolezza di ciò soggiace anche alle riflessioni kantiane in tema di storia, politica e religione. Dalla dimensione pragmatica in cui si presenta, il tema della rottura arricchisce perciò a buon diritto anche la riflessione teorica sull’intraprendere. In questo scenario, piuttosto che auspicare all’eliminazione del limite – che significherebbe soltanto abituarsi a non vederlo – è quanto mai attuale apprendere nuovi modi di farne, come ci ha suggerito Francesco Stoppa e, in riferimento all’ambito manageriale di impresa, Michele De Capitani, il luogo del coraggio, della resistenza e della ripresa, in cui si aprono possibilità prima sconosciute per sé stessi e per la comunità.

Mi pare che tutti e tre questi aspetti costituiscano altrettanti stimoli sui quali continuare a riflettere, per sempre meglio mettere in luce l’intraprendere come categoria antropologica, che emerge peraltro in filigrana alla storia filosofica occidentale. A Offida ho potuto così sperimentare le potenzialità custodite nel delicato incontro tra discipline giuridiche, economiche e sociali e il valore dell’apporto concettuale che ad esse la filosofia può dare. Vi ho riconosciuto in exercitu una risposta significativa, fosse anche soltanto provvisoria, alla delicata questione – che Gianluca Gregori ha fatto implicitamente emergere nel corso delle lezioni – circa la possibilità che la cultura incontri l’economia, virtuosamente, rinnovandone i processi, e rendendo persone e comunità attraverso il lavoro più libere.

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