La sfida culturale della sostenibilità: come ripensare lavoro ed economia per un futuro più giusto?

La sfida culturale della sostenibilità: come ripensare lavoro ed economia per un futuro più giusto?

 

Il 20 Aprile si è svolto il terzo Incontri EllePì dal titolo la sfida culturale della sostenibilità: ripensare l’impresa per un futuro più giusto” nella bellissima cornice di Kilowatt, all’interno delle Serre dei Giardini Margherita di Bologna.

“Non pensiamo, come Fondazione, che non si possa perseguire esclusivamente una visione di crescita quantitativa, siamo consapevoli che il profitto è fondamentale, ma si può distribuire in maniera equa, sostenibile”. Queste parole del presidente della Fondazione Gabriele Gabrielli hanno dato l’avvio ad una riflessione più ampia sulla sfida culturale della sostenibilità, per comprendere quanto oggi ci sia la consapevolezza e la capacità di far fronte a questa sfida nel lavoro e nell’economia.

Viviamo in un mondo veloce, dove la parola d’ordine è “esclusione”, non “inclusione”. Le cose cambiano velocemente e tanto più velocemente bisogna cambiarle, ancora di più bisogna saper adattarsi al nuovo, alle nuove richieste, alle nuove esigenze sociali ed economiche. Secondo le parole di Davide Nespolo – che si occupa proprio di sostenibilità all’interno di una grande azienda italiana – questa velocità implica che siamo sempre più incentrati su noi stessi, sulla nostra capacità di stare al passo con i tempi, di prevalere, perdendo di vista la centralità che le relazioni sociali hanno per l’uomo. L’uomo vive di relazioni sociali e la sua esistenza è garantita proprio dal fatto che gli altri lo riconoscono come individuo.

La teoria sociologica, a tal proposito, ci dà una definizione ossimorica della società di oggi definendola individualizzata. La società è tale in quanto fatta di soggetti che hanno perso il senso del collettivo. Molti sono i risvolti negativi quali la precarietà del lavoro, la velocità del cambiamento, le modalità di relazione, ma è possibile andare ad evidenziare anche degli aspetti positivi, delle “effervescenze”, delle diversità dal passato: la mancanza di una struttura dove esistono schemi, organizzazioni e ruoli prestabiliti permette, d’altrocanto, all’individuo di non azzerarsi e di migliorare le proprie qualità di responsabilità e creatività.

Queste “effervescenze” – come afferma Roberta Paltrinieri docente di Sociologia dei consumi presso l’Università degli Studi di Bologna – hanno portato alla nascita di una nuova tipologia di individuo. C’è stato un passaggio dall’homo oeconomicus all’homo civicus. Possiamo definire l’homo oeconomicus come colui che, avendo a disposizione del denaro, può fare una scelta che massimizza la sua utilità. Questo paradigma oggi è, ancora, dominante, ma trova però terreno meno fertile a causa dello sviluppo di una nicchia sempre più ampia di persone che non perseguono esclusivamente la propria utilità: l’homo civicus.

L’homo civicus è, infatti, colui che dirotta i propri criteri di scelta dall’utilità ad un concetto più ampio di “valore”. Mette all’interno delle proprie azioni le conseguenze del proprio agire e quindi, modifica i propri comportamenti sulla base degli impatti che le azioni possono avere sull’ambiente, sugli umani e sulla realtà che lo circonda. Perché civicus? Perché c’è una dimensione politica nel vero senso della parola: prendersi cura del bene comune. L’homo civicus è colui che ha consapevolezza dell’altro e del fatto che la propria azione ha un effetto, ma si prende carico e cura del bene comune.

Queste nuove esigenze ed attenzioni hanno avuto molti risvolti nell’economia moderna e che hanno dato origine al concetto di CSR – Corporate Social Responsability – o detta anche RSI “Responsabilità Sociale d’Impresa.  Cosa significa fare responsabilità sociale d’impresa? Gli elementi fondanti si possono riassumere nella volontarietà dell’approccio strategico, cioè “fare responsabilità sociale d’impresa andando oltre ciò che meramente prescrive la legge”. Ciò significa portare i temi della sostenibilità come leve di vantaggio competitivo, anche nel coinvolgimento degli stakeholders, condividendo i propri progetti con tutti i soggetti interessati all’attività dell’organizzazione nella cosiddetta “tripla bottom line”. La “bottom line” segna la conclusione del bilancio esaltando l’utile; ma, perché tripla? Riprendendo le parole di Elisa Petrini: “Bisogna ripensare il bilancio non più come strumento per esaltare solo l’impatto economico ma come strumento volto a manifestare le capacità dell’impresa nel creare valore aggiunto, sia dal punto di vista ambientale che sociale, ecco perché tripla”.

Bisogna, in conclusione, superare la dimensione individualista ed inserirne una altruistica; solo a quel punto si potrà cominciare a parlare di una felicità non semplicemente come qualcosa che soddisfi l’individuo, ma di una felicità che crei una dimensione di benessere di natura sociale.

Come direbbe Thomas Merton: “Nessun’uomo è un’isola completa in sé stessa; ogni uomo è la parte di un tutto. Quello che faccio viene dunque fatto per gli altri, con loro e da loro: quello che essi fanno è fatto in me, da me e per me. Ma ad ognuno di noi rimane la responsabilità della parte che egli ha nella vita dell’intero corpo”.

 

Francesco Saverio Calvario è uno studente di Economia della Libera Università Internazionale degli Studi Sociali “Guido Carli” di Roma – all’ultimo anno magistrale – e collaboratore della Fondazione Lavoroperlapersona. Nel corso dei suoi studi ha dirottato i suoi interessi alla consulenza strategica per le imprese, approfondendo le tematiche della gestione delle risorse umane. 

 

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