Dal momento dell’invito fino all’ultimo saluto: la scoperta del primato delle relazioni

Dal momento dell’invito fino all’ultimo saluto: la scoperta del primato delle relazioni

 

La Fondazione Lavoroperlapersona è lieta di pubblicare il primo di una serie di articoli che ricorderanno la IV Summer School sui Beni Relazionali svoltasi ad Offida nel mese di Giugno. L’edizione di quest’anno – che ha dato avvio al II ciclo triennale dedicato al tempo – ha avuto come titolo Intraprendere. Il futuro nel presente e si è concentrata sul concetto in intra-prendere, inteso non semplicemente come mero “dare inizio”, ma nella sua più complessa e feconda accezione generativa.  I dottorandi che hanno partecipato ci racconteranno la loro esperienza: iniziamo questa settimana da Gabriel de Almeida, dottorando in Scienze Umane presso l’Università degli Studi di Perugia. 

Narrare una storia è giocare il suo essere dentro la storia degli altri, entrare poco a poco nella vita e nella sofferenza altrui. Dopo il narrare, è strappare una vita per rendere ancora più vita nella menti dei più lontani che leggeranno storie di indigeni, di minatori…

 

Ma quella comunità non sarà sempre la stessa, è sempre in costruzione, è sempre possibilità di un futuro. Abita in un desiderio che guarda le stelle della volta celeste. Una comunità che non può essere pacifica, è conflittuale. Ma un conflitto che genera un patto per la vita.

La vita che è stata generata da quelli che mi hanno preceduto, con le sue testimonianze che hanno ancora eco negli angoli di quella piazza, centro, cuore del mio paese.

Paese che ancora conserva il tempo lento, non venduto alla globalizzazione del potere delle finanze, che ancora custodisce il potere della comunità. Qui possiamo sentire che ancora ci sono le relazioni vere del bambino con il nonno. Dello straniero che arriva per un bicchiere d’acqua e l’autoctone che lo dona. La fretta so ce l’ha solo il vento che passa.

Qui sempre abbiamo prodotto tutto dal tempo dei tempi. Ciò che cambia sono le relazioni. I lavori sono sempre gli stessi. Il rumore che mi abita è il suono dei fuselli che girano nelle mani veloce della signora della porta accanto.

È lo stesso suono che abitava nel mio nonno, mi raccontò un giorno. Ed ecco la mia vita in quel filo preso negli spilli, che roba fragile. Gli spilli perché si staccano dal tombolo, il filo perché può rompersi. Ma è quella fragilità che mi affascina e che mi stupisce perché dopo qualche settimana di lavoro gli intrecci sono costruiti con abilità e sforzo. Guardo il disegno quasi pronto, quando avrei capito, alla fine del mio tempo, che tutto è relazione.

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