Blog

Sviluppare una coscienza interculturale

Il secondo degli incontri periodici di Linguaggi EllePì organizzati dalla Fondazione Lavoroperlapersona, svoltosi come consuetudine nell’accogliente cornice della libreria Mondadori in via Piave a Roma, ha proposto un confronto ‘A più voci’ sul tema dell’interculturalità.  A introdurre e moderare l’incontro è stato  Fabrizio Maimone ricercatore di Sociologia dei processi economici e del lavoro presso l’Università LUMSA di Roma.

Rimediare al deficit antropologico nella sociètà e nella politica, nell’economia e nel lavoro

di Gabriele Gabrielli In un recente approfondimento proposto da un quotidiano viene definita “generazione esausta”  quella dei trentenni e quarantenni che non sanno più come bilanciare: da un lato, la corsa a ostacoli allestita da una società e da modelli di gestione degli affari fondati sul miglioramento continuo della performance; dall’altro, gli affetti, la famiglia, la cura di sé e degli altri beni relazionali. Una generazione, per dirla con le parole di Michela Marzano, illusa di “poter conciliare l’inconciliabile”. La vita, d’altra parte, rischia davvero di apparire sempre più una faticosa occupazione dall’esito scontato: insoddisfazione, sensazione di non essere riusciti a far niente o poco, stress. Ci sentiamo impoveriti e svuotati da un canovaccio che conosciamo bene e che mette in scena personaggi noti come questi.

La sfida dell'"imparare a imparare"

di Andrea Granelli

I confini del mio linguaggio sono i confini del mio mondo
(Ludwig Wittgenstein)
L'ʹimmagine ha bisogno della nostra esperienza per destarsi
(Elias Canetti)
La crescita in varietà e complessità di tecnologie e sistemi, la maggiore profondità di conoscenza del consumatore richiesta per progettare prodotti e servizi di successo, la diffusa instabilità dei modelli organizzativi prevalenti e delle regole per avere successo e soprattutto la crescente imprevedibilità dei fenomeni e dei comportamenti collettivi fanno si che il sapere apprendere e tenersi al passo con i tempi sia diventato oggi un imperativo categorico.

Per un approfondimento fondato sulla cooperazione

di Claudio Mennini Le organizzazioni costruiscono un sapere. Nella loro complessità mettono in circolazione una quantità incredibile di informazioni e saperi che quotidianamente vanno a costruire, con la consapevolezza più o meno attiva degli individui, il bagaglio di conoscenze dell’organizzazione stessa. Così come i popoli e le società danno origine, armonizzano e rappresentano la propria cultura e i propri costumi, allo stesso modo le organizzazioni di persone generano conoscenza. Ora, più l’organizzazione incrementa la sua estensione, nello spazio (diventa più grande) e nel tempo (diventa più vecchia), più la serie e i flussi di informazioni e rappresentazioni si moltiplicano e nella molteplicità si disperdono tra la numerosità degli individui.

Una responsabilità multidimensionale e più diffusa

di Gabriele Gabrielli Ritornano prepotentemente in questa epoca domande che interrogano l’uomo sul valore e sul senso del lavoro. Ascoltiamo di frequente domande di questa natura. Cosa mi ispira nel lavoro che faccio? Mi soddisfa? Avrei voluto fare altro? Quello che faccio serve a qualcuno? Mi fa stare bene con gli altri o mi provoca disagio? Cambierebbe qualche cosa se avessi un capo diverso? Si potrebbe obiettare, in realtà, che oggi c’è una domanda diversa,  quella della ricerca di un lavoro. E’ vero ma con molta probabilità queste domande sarebbero soltanto posticipate. Riprenderebbero vigore non appena entrati nel perimetro di quanti hanno un lavoro, uno dei molti lavori che la frammentazione oggi propone. D’altro canto la rilevanza del lavoro è diventata nel tempo sempre più centrale. Anche troppo, verrebbe da dire.  Forse bisognerebbe - nel riservargli comunque un posto in prima fila - farlo accomodare con altri ospiti e valorizzare il resto della compagnia. Queste domande lasciano emergere un disagio che forse deriva proprio da questo posizionamento del lavoro. Mentre ci interroghiamo sul suo valore, però, possiamo anche dargli un senso.

di Alice Felci La maggior parte delle statistiche sui giovani sia in Italia che in Europa ha progressivamente allargato il range sino ad includere, a partire dal 2000, gli over trenta. La gioventù coincide con la fase di sviluppo delle potenzialità sia biologiche che economiche. Il passaggio da figli a padri, l’autonomia abitativa e l’indipendenza economica sono segnali chiave dell’entrata nel mondo degli adulti. I toni apocalittici di chi descrive l’Italia come un Paese di vecchi e per vecchi, sono sostenuti dalla gerontocrazia della nostra classe politica, da una logica meritocratica che fatica a definirsi, da un sistema universitario che di formativo ha solo l’unità di misura e da una mobilità sociale in frenata ma, non possono giustificare una generazione che, specchiandosi nelle precedenti preferisce al progresso lo status quo. Complice la sfiducia nelle istituzioni e nei partiti politici i giovani si ripiegano su se stessi e preferiscono una coabitazione conveniente ad uno scontro generazionale. Questa un’analisi superficiale.