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di Fabrizio Maimone maimoneAssistiamo impotenti ai naufragi dei migranti nel cuore del Mediterraneo, il Mare Nostrum. Migliaia di donne e uomini, che dopo aver sfidato le sabbie del deserto e i pericoli del mare, finiscono i loro giorni in quella sorta di monumento (funebre) all’egoismo umano, che è diventato il Mediterraneo, un tempo crocevia di culture e civiltà. Oppure, si ritrovano ad essere clandestini, costretti a lottare per la sopravvivenza in un Paese che sacralizza la libera circolazione dei capitali e delle merci, ma considera un reato la migrazione di tanti disperati, che cercano un futuro migliore. Eppure, la storia dell’umanità è anche una storia di migrazione. Papa Francesco, in un discorso pronunziato nel 2013, ha affermato che “Gesù, Maria e Giuseppe hanno sperimentato che cosa significhi lasciare la propria terra ed essere migranti: minacciati dalla sete di potere di Erode, furono costretti a fuggire e a rifugiarsi in Egitto”.

TROVARSI ALTROVE Storie di lavoro, incontri, migrazioni “Trovarsi Altrove. Storie di lavoro, incontri, migrazioni”, il titolo della 2^ edizione del Film Festival Offida, si terrà da venerdì 8 a domenica 10 maggio a Offida. Tre giorni gratuiti di proiezioni, film e documentari, incontri, mostre, momenti musicali. La situazione...

TROVARSI ALTROVE Storie di lavoro, incontri, migrazioni “Trovarsi Altrove. Storie di lavoro, incontri, migrazioni”, il titolo della 2^ edizione del Film Festival Offida, si terrà da venerdì 8 a domenica 10 maggio a Offida. Tre giorni gratuiti di proiezioni, film e documentari, incontri, mostre, momenti musicali. La situazione...

di Lucia Ladowski ladowskiSono giorni di passaggio. Giorni di mancanza, la malinconia che presiede sempre al rigenerarsi della primavera. “Aprile è il più crudele dei mesi, genera/ Lillà da terra morta, confondendo/ Memoria e desiderio, risvegliando/ Le radici sopite con la pioggia della primavera” scriveva Thomas Stearns Eliot. Aprile è davvero il più crudele dei mesi e mi ha atteso, come ogni anno, al varco. In questi giorni di passaggio e di domande, in attesa del mio personale capodanno, mi sono ritrovata a discutere in una stessa sera di un libro “Ciò che inferno non è” di D’Avenia e del finale de “Le città Invisibili” di Calvino. Del primo mi è stato parlato, al secondo ho fatto io riferimento.

di Gabriele Gabrielli
gabrielliNel trambusto che viviamo, quando crollano punti fermi e sostegno, dove possiamo trovare il senso del lavoro? In verità, sarebbe più corretto chiedersi dove si nasconde, perché il lavoro un senso ce l'ha, anzi ne ha molti. Il processo attraverso cui attribuiamo significato al lavoro, infatti, è frutto di una complessa dinamica di interazione reciproca di diversi fattori personali, culturali e sociali che si combinano nello spazio e nel tempo. Il risultato? E' che non tutti guardano al lavoro allo stesso modo. Le persone possono attribuirgli un differente valore, assegnandogli finalità diverse. Non tutti poi vi ripongono le stesse aspettative o vi trovano lo stesso livello di soddisfazione. Sono molte le storie che ascoltiamo come quella di Fabrizio, che ieri mi diceva affranto: "Questo lavoro non mi fa star bene". Perché?, gli chiedo.